In Absentia

0 10

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Porcupine Tree
Etichetta: Lava Records
Uscita: 2002
Durata: 68:20
Voto: 5/5

»In Absentia« può essere incoronato senza troppi giri di parole come la perla più luminosa nella storia dei Porcupine Tree, innovatori del prog rock moderno e rivitalizzatori dell’art rock. Il loro settimo lavoro in studio, di cui il capo della band, il geniale polistrumentista, cantante e produttore Steven Wilson, può andare ancora oggi più che fiero, è senza dubbio uno dei vertici della sua magnifica carriera musicale. Con »In Absentia«, dopo la prima fase psichedelica/space rock e la successiva fase art/pop rock, i Porcupine Tree hanno scalato il terzo importante gradino evolutivo del loro sound, avvicinandosi parecchio a quello che di solito si etichetta come progressive metal. A spingerli in questa direzione hanno contribuito diversi fattori.

In primo luogo, a trascinarli verso acque sonore decisamente più metalliche è stato sicuramente l’inizio del sodalizio di Wilson con Mikael Akerfeldt, il capo degli svedesi Opeth, band prog metal. Il genio art rock Wilson tra il 2001 e il 2003 ha collaborato con gli Opeth come produttore addirittura a tre album in studio, assorbendo in quel periodo parecchie influenze sonore della band, e vale anche il contrario, cioè per Akerfeldt, con cui è presto nata una grande amicizia e una lunga collaborazione musicale. L’entusiasmo di Steven per una direzione più prog metal è stato poi alimentato anche dalla nascita, proprio in quegli anni, di Blackfield, un progetto con un’impronta un po’ più pop rock, portato avanti con il musicista israeliano Aviv Geffen. Geffen, che su »In Absentia« ha prestato i cori in due pezzi, il metal non lo sopportava, mentre Wilson, dopo »Stupid Dream« (1999) e »Lightbulb Sun« (2000), i due album precedenti dei Porcupine Tree, era ormai un po’ stufo delle influenze pop rock e voleva buttarsi in acque sonore decisamente più dure.

Il terzo fattore che ha spinto verso il prog metal e che ha contribuito in modo decisivo alla brillantezza sonora complessiva di »In Absentia« è stato il cambio di batterista. Dopo la firma con l’etichetta americana Lava, che ha allargato parecchio il raggio d’azione commerciale della band, il batterista originale Chris Maitland ha deciso di salutare la compagnia, perché non se la sentiva di fare il passo successivo, quello che ha strappato di colpo i Porcupine Tree dall’oscurità di prima e ha fatto accorgere della loro esistenza un sacco di gente. Al suo posto è arrivato il più preparato tecnicamente Gavin Harrison (ex batterista dal vivo dei Renaissance, oggi anche membro dei King Crimson), a cui non è mai pesato saltare da uno stile all’altro, dal jazz fusion al prog metal, e che al tempo stesso picchiava sulla batteria molto più duro del suo predecessore. Harrison e il bassista Colin Edwin hanno iniziato a formare una sezione ritmica davvero assassina, da far invidia non solo alla maggior parte delle band prog metal, ma anche a tutti i fusionisti jazz rock contemporanei.

Ufficialmente »In Absentia« non è un concept album, anche se la maggior parte dei testi parla di serial killer e psicopatici »di professione«, e si interroga sui moti che li hanno portati ai loro atti mostruosi, da sempre uno dei temi preferiti di Wilson. A molti, a prima vista, la cosa sembra un po’ bizzarra e parecchio strana, perché Steven è un intellettuale tranquillo, piuttosto introverso e raffinato, mica una creatura metallara con la faccia dipinta e il ruggito facile. Ma la sua fascinazione per i mostri umani diventa molto più chiara se si sa che, nello studiare i serial killer, a lui interessavano sempre gli aspetti psicologici che li avevano portati ai loro atti crudeli. Gli altri testi criticano il mondo moderno, scatenato e turbocapitalista, e allo stesso tempo rimpiangono la perdita dell’innocenza infantile. L’atmosfera nella maggior parte dei brani è nettamente malinconica, a tratti addirittura gelida da far tremare e inquietante, anche se Wilson e soci mostrano spesso anche il loro lato romantico e a tratti nostalgico. Insieme alla musica, i singoli testi di »In Absentia« hanno un potere eccezionale: portano l’ascoltatore empatico, diciamo così, a un livello superiore di consapevolezza. Ai Porcupine Tree questo riusciva più o meno già sui dischi precedenti, ma mai prima con una tale intensità. 

Va detto anche che in diversi pezzi si sente chiaramente l’ethos compositivo dei leggendari King Crimson, non solo per le tante passate di chitarra infernali, ma soprattutto per le numerose ondate di mellotron firmate dal cult tastierista Richard Barbieri (ex Japan), che evocano atmosfere epiche e gettano un ponte tra gli anni d’oro e romantici del progressive rock e il prog metal moderno, ribelle e carico di umori. Del resto i King Crimson, insieme ai Pink Floyd, sono sempre stati la principale influenza di Wilson e una delle sue band progressive rock preferite. Oltre a diventare molto più duro e un filo più compatto, il sound dei Porcupine Tree su »In Absentia« ha mantenuto un’alta dose di art rock e sperimentazione, centrando proprio l’equilibrio giusto per conquistare un sacco di nuovi fan senza perdere la maggior parte dei vecchi. Lungo tutto l’album si sente che Wilson aveva raggiunto un nuovo livello, non solo come compositore con un fiuto eccezionale sia per gli epici eclettici e complessi sia per i pezzi compatti con potenziale da hit, ma anche come chitarrista. Da chitarrista piuttosto nella media si è evoluto piano piano in un grande innovatore nel creare frasi di chitarra intelligenti e interessanti e, a differenza del passato, stavolta prende spesso l’iniziativa anche negli assoli.

Sarebbe molto difficile, anzi impossibile, mettere in evidenza singoli brani di »In Absentia«, perché sono tutti, ognuno a modo suo, eccellenti e meritano lo stesso trattamento. Già la bomba incandescente d’apertura, »Blackest Eyes«, un ibrido iperintenso tra prog metal e art rock, che non è uscito come singolo ma ha avuto un discreto passaggio radiofonico, ti dice subito che questo album è qualcosa di speciale. L’eccezionale talento di Wilson e soci nel fondere la sottigliezza art rock, fatta di splendide ondate di mellotron e di accordi delicatissimi di chitarra acustica, con l’energia prog metal, dove regnano brutali passate di chitarra e selvaggi rullate di batteria, dà subito frutti ricchissimi. La voce melodica di Steven porta con sé la giusta dose di innocenza romantica e di impegno ribelle per conquistarti in un attimo con la sua straordinaria forza narrativa e confessionale.

La splendida ballata celtica »Trains« è uno dei risultati migliori nella storia dei Porcupine Tree finora e un’altra prova lampante del genio compositivo di Steven: come creare una melodia perfetta, un arrangiamento portante che ti spezza il cuore e un messaggio sottile. Questo meraviglioso epico, con un potenziale da hit eccezionale e purtroppo mai premiato, vanta un bellissimo arrangiamento celtico di chitarra acustica che, quando entrano gli altri strumenti, e soprattutto con le ondate di mellotron, non fa che crescere d’intensità. A rendere ancora più profonda l’atmosfera romantica, nostalgica ed estremamente epica ci pensa il fantastico canto di Wilson, che fa venire i brividi lungo tutto il corpo. Qui l’ascoltatore può benissimo dire ad alta voce »ecco, è questo«: un ponte perfetto tra il classicismo prog rock influenzato dai classici in studio tipo »In The Wake of Poseidon« (King Crimson, 1970) e il revival prog del XXI secolo, dove si mescolano influenze di prog metal e rock alternativo.

»Lips Of Ashes«, un altro brano sui mostri umani, ti scuote subito con la sua atmosfera fredda, quasi glaciale. Qui i Porcupine Tree, in modo intelligente, con un’infusione di armonie vocali drammatiche e tante sottili trame di sintetizzatore, fanno salire piano piano la tensione, mentre il signor Wilson entusiasma con frasi di chitarra semplici ma estremamente innovative e raffinate. »The Sound of Muzak«, dove i veterani art rock britannici usano un sacco di effetti interessanti, vocoder compreso, è un altro meraviglioso ponte tra epica, sottigliezza e brutalità. L’atmosfera cupa e misteriosa cresce di secondo in secondo, ma è sempre coronata da un ritornello bellissimo e delicato, avvolto in modo splendido dalle epiche ondate di mellotron. Steven si concede qui perfino un breve assolo di chitarra che non sarà chissà quale capolavoro virtuosistico, ma ravviva e smuove per bene la natura complessa, imprevedibile e al tempo stesso epica di questa meravigliosa composizione.

»Gravity Eyelids«, cupo e pieno di umori tetri, nella parte iniziale suona come la colonna sonora di un thriller carico di tensione, ispirato a un racconto del leggendario Stephen King, il che non sorprende, visto che Wilson all’inizio della sua carriera scriveva basi musicali per le pubblicità televisive, segno che ha in sé anche un potenziale eccezionale per comporre musica da film. Le brutali passate di chitarra e le rullate di batteria impazzite approfondiscono ancora l’atmosfera distruttiva e tesa, mentre Barbieri alle tastiere non risparmia i tanti effetti digitali che rendono ancora più fitta l’aria orwelliana generale. Gli arrangiamenti sinfonici accanto al canto malinconico di Wilson sono giusto quanti ne servono per mantenere anche un invidiabile livello di sottigliezza. Sullo strumentale »Wedding Nails«, dove dominano scale di chitarra dal colore pentatonico, i ragazzi dei Porcupine Tree attaccano a tutta forza fin dal primo secondo con frasi di chitarra brutali e selvagge stampede di batteria. Il risultato finale è una delle cose più dure di tutta la loro carriera. Nonostante tutta questa brutalità insolita ma divertente, dentro i vari passaggi c’è ancora abbastanza spazio per tante improvvisazioni avanguardistiche che ricordano il loro passato molto più psichedelico e avanguardista.

»Prodigal«, tra tutti i pezzi di »In Absentia«, è forse quello che ricorda di più lo stile del disco precedente, »Lightbulb Sun«, perché contiene parecchie tendenze pop rock ma anche psichedeliche, che ogni tanto profumano forte dello spirito dei vecchi, cari Pink Floyd. La melodia romantica di chitarra acustica si fonde in modo perfetto con le possenti cortine di mellotron, mentre più avanti arriva un’infusione di brevi improvvisazioni, piazzate nel modo giusto per non rompere la struttura melodica generale di questo ottimo pezzo, in cui ancora una volta il ruolo chiave spetta alla voce nostalgica di Wilson, che ti stacca in un attimo e ti catapulta in un’altra realtà. Nella parte iniziale del brillante ».3«, un altro brano dove si sente forte l’influenza dei King Crimson e del loro leggendario chitarrista Robert Fripp, a mettersi in luce nel ruolo solista è soprattutto il bassista Edwin, mentre Barbieri stavolta stupisce con una varietà di tastiere del tutto orchestrale e d’atmosfera, avvolgendo di nuovo l’ascoltatore nelle cortine di mellotron. Wilson lo segue fedelmente con sottili improvvisazioni di chitarra, e il risultato finale è un’atmosfera magnifica, estremamente epica, che ti fa venire i brividi lungo la schiena in un lampo.

Nel brutale e vertiginoso campo minato prog metal di »The Creator Has a Mastertape« tornano a galla le loro tendenze avanguardistiche, soprattutto attraverso il crescendo di rullate di batteria barbare, frasi di chitarra devastanti e l’uso del vocoder da parte di Wilson, che ricorda un po’ un cyborg. Qui si sentono chiaramente le tracce della collaborazione di Wilson con gli Opeth, ma la sua natura folle poteva crescere solo nel suo orticello compositivo molto particolare. La ballata post-apocalittica »Heartattack in Layby« è un altro momento estremamente struggente e malinconico, in cui Wilson si siede al pianoforte e intona un lamento che suona come il grido di uno che predica nel deserto, ormai da tempo disperato davanti al mondo moderno impazzito. Qui entusiasmano soprattutto le possenti armonie vocali, con cui cresce ancora l’atmosfera inquietante e cupa, di cui su »In Absentia« comunque c’è più che in abbondanza.

»Strip The Soul« è un altro capolavoro complesso e sopra la media per impatto, ritratto sputato dell’eccezionale eclettismo art rock di questa meravigliosa band. L’impatto prog metal, dove non manca l’uso alt rock del vocoder, è di nuovo in sintonia perfetta con le tante improvvisazioni avanguardistiche. Dopo tutta questa brutalità e questo iperrealismo avanguardistico, che provoca i resti sfasciati di una società neoorwelliana dell’inizio del XXI secolo, ci vuole proprio un momento di contemplazione e di pausa dalla realtà spietata. Lo offre il capolavoro epico di chiusura, »Collapse The Light Into Earth«, una delizia di mellotron e il momento più intimo del disco, in cui il signor Wilson, facendo crescere una melodia semplice ma efficacissima al pianoforte e con il suo canto straordinario, evoca un’atmosfera davvero magica e ipnotica. L’atmosfera epica, con l’inserimento della sottigliezza orchestrale delle maestose cortine di mellotron, non fa che crescere in intensità romantica e regala un finale trionfale a questo album eccezionale.

Con »In Absentia«, un album che tiene l’ascoltatore »sotto scacco« dall’inizio alla fine, i Porcupine Tree hanno forse firmato il più grande capolavoro della loro carriera e, senza dubbio, uno dei momenti migliori nella lunga storia del progressive rock. Con questo disco il signor Wilson e soci hanno finalmente realizzato le ambiziosissime visioni di Steven, raggiunto la stabilità necessaria come band e maturato definitivamente come innovatori di punta del prog rock contemporaneo. È stato anche il primo album con cui hanno attirato l’attenzione di un pubblico più ampio, arrivando perfino in coda alle classifiche in Germania e Francia: lontano dal successo commerciale che si meritavano, ma comunque anni luce avanti rispetto all’oscurità di prima. Wilson in seguito ha prodotto (e continua a produrre) una valanga di lavori eccellenti, non solo come membro dei Porcupine Tree ma anche da solista e in tanti progetti paralleli, eppure anche lui ammette che »In Absentia« ancora oggi ha un posto speciale nel suo cuore.

Formazione

Steven Wilson – chitarra, pianoforte e voce
Richard Barbieri – tastiere
Colin Edwin – basso
Gavin Harrison – batteria

MUSICISTI OSPITI:
John Wesley – cori (1,4,7), chitarra (1)
Aviv Geffen – cori (4,7)
Dave Gregory – arrangiamenti orchestrali (8,12)

Produzione

Steven Wilson

Tracklist

1. Blackest Eyes (4:23)
2. Trains (5:56)
3. Lips of Ashes (4:39)
4. The Sound of Muzak (4:59)
5. Gravity Eyelids (7:56)
6. Wedding Nails (6:33)
7. Prodigal (5:32)
8. .3 (5:25)
9. The Creator Has a Mastertape (5:21)
10. Heartattack in a Layby (4:15)
11. Strip the Soul (7:21)
12. Collapse the Light Into Earth (5:52)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie