Secondo capitolo: Force That Threads The Water

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Co.Da
Etichetta: Autoprodotto
Uscita: 2013
Durata: 11:35
Voto: 2.5/5

Un rock alternativo che sa di convenzionale mediocrità spacca in due i fan di quella musica che alla radio si sente di rado, e sono pochi gli act capaci di soddisfare l’idea beethoveniana del musicista come genitore di figli divini e messaggero di pura ispirazione. Eppure non ha senso scartare tutto quello che offrono i garage sovraprodotti di Slovenia ed Europa, senza dimenticare l’altra sponda dell’oceano Atlantico. Stavolta resterei più vicino al nostro mondo prealpino e butterei giù un paio di righe di giudizio sul secondo dischetto della band di Lubiana Co.Da, che dopo due anni di fatica ha partorito il suo secondo EP, Force That Threads The Water. Riesce a spingere il livello qualitativo un passo o due più in là rispetto al primogenito Dawn Of The Black? Un verdetto immediato non lo darei.

La creatività slovena, in questi tempi di autoproduzione e autopromozione, viene spesso messa alla prova da paragoni qualitativi che possiamo pescare dall’arsenale degli anni Novanta e del passaggio di millennio. Il primo dischetto l’avevo accostato a nomi come SOAD, Alice In Chains e chissà chi altro; in attesa di una nuova escalation di febbre pesante, con standard altissimi mi sono ritrovato tra le mani un disco che per impostazione somiglia parecchio ai doni degli Audioslave. Invece di ripetere i ritmi e le melodie di Revelations, però, stavolta si apre uno spettro di saturazione sonora completamente diverso. I Co.Da sono un gruppo di menti creative che sperimenta con suoni e ritmi da quasi mezzo decennio, eppure, dopo Sheeva, Highway, Tito In Ekšn e simili momenti di tastare il terreno commerciale, restano per ora ancora una bella incognita nel cielo musicale sloveno. E stavolta, dopo una partenza cruda, è tempo di filtrare il superfluo e di mettere sul tavolo nuovi postulati musicali. Se sul primo disco vi eravate abituati a chitarre più ad alto numero di ottani e a una dizione più cruda, che comunque non è sprofondata troppo nella routine gutturale del metal, il secondo potrebbe essere uno shock più leggero per l’organismo, magari persino una piccola doccia fredda, perché i Co.Da hanno rielaborato il proprio linguaggio. Il disco è molto più commerciale, molto più morbido e molto meno progressivo di quanto sperassi.

Quattro pezzi nello stesso pacchetto, e si parte con un Prelude piuttosto promettente. Morbidi contorni di chitarra e frattali sognanti dell’eco del contatto organico tra dita e corde squarciano le nuvole scure con dolcezza, come raggi tastanti del sole primaverile; dopo un’overture di emotività crescente mi sarei aspettato una discesa sullo scivolo più esplosiva, ma Stone è invece una sequenza più mainstream di strofe e ritornelli, che purtroppo non spreme fuori quel surplus di fuoco interiore. La voce di Damjan risulta piuttosto molle, mentre le chitarre, nella loro impostazione, sono rifinite, levigate e piazzate in modo strategico. È proprio l’eccesso di ponderazione il fattore che impedisce al talento di questo giovane quintetto di brillare fino in fondo. Dopo essere stato scosso dai suoni del collettivo lubianese Dirtswitch, mi aspettavo un salto di livello anche nelle acque dei Co.Da, e invece sono rimasto sulle rive dell’insoddisfazione sonora. Stone finisce troppo presto e senza un vero climax, e il decisamente più melodico These Cold Roses non aggiunge all’insieme la svolta necessaria per ingranare la marcia superiore. Lodo volentieri la metrica pedante di chitarre, basso e una batteria un po’ meno avventurosa (su quest’ultima ci sarebbe potuta stare più grinta e più carne muscolare), ma le voci sognanti alla Him non hanno abbastanza sostanza per lasciarsi andare del tutto all’alluvione sonica di buone idee. Qualcosa del genere me l’avevano già combinata i The Tide … A tre quarti del disco serve ancora il punto sulla i. Nella forza conclusiva dell’album, l’asso titolare Force That Threads The Water, si avverte un po’ più di ruvidità, ma l’intervento di produzione, fatto di bisturi, filtri e selezione, ha ripulito il registrato da ogni crudezza, bruttezza e grasso superfluo, quelli che avrebbero potuto rendere il lavoro ancora migliore.

Che non ci siano equivoci – i Co.Da sono bravi, talenti musicali ben profilati, che sanno scrivere pezzi e sanno suonare, ma stavolta manca un grammo di coraggio, quello che mi avrebbe fatto credere fino in fondo alla forza che divide gli oceani. Le chitarre sono la parte più forte del disco, ma l’intera danza è troppo appesantita dalla forma e purtroppo poco avventurosa. Non c’è fattore sorpresa, tutto si sviluppa secondo un principio di prevedibilità un filo eccessiva. Nonostante l’equilibrio e un’articolazione dannatamente buona, resta molto di non cantato fino in fondo e fin troppo «prudente», e il secondo EP risulta troppo scialbo e tiepido. Mi consolo pensando che sia solo un attimo di debolezza e che dopo questa stretta musicale arrivi presto un’onda di suono e audacia alta dieci metri, che spazzerà via ogni idea preconcetta e butterà fuori a calci dalla bocca questo dolce retrogusto di convenzionale. I Co.Da, visto l’ampio catalogo di roba già registrata e ascoltata, ce la possono fare senza dubbio, ma stavolta l’uragano emotivo ha sfiorato la mia costa d’ascolto solo di striscio. Il mare è rimasto appena increspato, e Mosè non ha spaccato la massa in due. Spero che la prossima volta ci siano più decisione, sfrenatezza e spirito d’avventura, e che al posto del dosaggio alchemico a grammi di distorsioni purificate ci sia più magia brutale, anche a costo che il dischetto non giri sulle radio commerciali …

Formazione

Aleš Hrastnik – batteria

Damjan Šaršanski – voce

Edi Biscone – chitarra

Matej Krč – chitarra

Uroš Dobčnik – basso

Produzione

Edi Biscone

Tracklist

  1. Prelude
  2. Stone
  3. These Cold Roses
  4. Force That Threads The Water
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