Strangeland
Artista: Keane
Etichetta: Island Records
Uscita: 04.05.2012
Durata: 45:08
Voto: 2.9/5
Dopo tanto tempo ti è venuta voglia di ascoltare qualcosa di musicalmente più leggero, ma comunque fatto come si deve? Lascia da parte sperimentalismi e leccornie musicali che ti servono ogni giorno gli altri ottimi membri della ciurma di RockLine e, come introduzione a quest’ora senza pensieri con i Keane, leggi le righe qui sotto sul loro nuovo disco.
In Slovenia i Keane li conosciamo soprattutto per l’hit radiofonico del loro esordio ‘Hopes and Fears’, il brano Everybody’s Changing. In Gran Bretagna invece la band raccoglie un successo un po’ più grosso. Il lavoro appena recensito è già il loro quinto album di fila ad aver conquistato il primo posto nella classifica britannica. Dimentica Coldplay o U2, per non parlare dei più alternativi Radiohead: tra i gruppi ”del momento, attuali e onnipresenti” il primato ce l’hanno i Keane. Davanti a loro ci sono solo mostri sacri come ABBA, Led Zeppelin e The Beatles. Se conosci un minimo la scena, anzi l’industria musicale britannica, la cosa non sorprende più di tanto. Per un successo (così) devi essere soprattutto molto britannico, anzi più precisamente inglese, e non devi mai scostarti troppo dagli schemi tradizionali. Ed è proprio quello che sono i Keane. Sono una derivazione più morbida di una variegata e illustre tavolozza di musicisti britannici amatissimi; cito solo i modelli e le influenze più ovvi: U2, Nick Drake, Blur, Oasis, David Bowie, The Beatles, Radiohead, Pet Shop Boys, Queen, ecc. Ma l’eccesso di cliché nazionale può anche vendicarsi. Basta dare un’occhiata oltre la Manica. Qui i Keane sono senza un successo degno di nota, come già prima di loro Robbie Williams, The Stone Roses, The Smiths, e poi Oasis e Blur, fino a un certo punto anche i Queen ecc. Evidentemente la storia si ripete. Mettiamo da parte i numeri e le ”polemiche” (musicalmente) irrilevanti su megalomania e successi, e addentriamoci nel disco Strangeland (che magari ci mostrerà qualche parallelo coi classici paesaggi sonori britannici).
I Keane sono nati nel 1997 sulla costa sudorientale dell’isola britannica. Testa, cuore e motore della squadra è il polistrumentista Tim Rice-Oxley, che scrive anche la maggior parte di brani e testi (un paio di mesi dopo la nascita dei Keane, il cantante dei Coldplay, Chris Martin, gli offrì il ruolo di tastierista nella sua band, ma lui rifiutò per restare fedele alla propria). Il gruppo comprende inoltre Tom Chaplin, cantante dalla voce ricca e angelica, il batterista Richard Hughes e Jesse Quin, bassista e chitarrista. A differenza della maggior parte delle band (pop-)rock, che usano la chitarra come strumento principale, la musica dei Keane si regge soprattutto sulle tastiere. Finora hanno pubblicato quattro album in studio, due live e qualche mini album. Fanno parte dell’ampia e variegata musica britannica mainstream. Nonostante non siano una band costruita a tavolino, ammiccano continuamente e con decisione alle strategie commerciali di mercato. Per ora restano ancora al sicuro sul versante artistico. Al primo ascolto il paragone con i Coldplay è inevitabile. Entrambi costruiscono la musica su melodie orecchiabili, solo che i secondi sono molto più innovativi e spesso affrontano la creazione musicale con ben più ambizione (Brian Eno, riferimenti sperimentali, cosmopolitismo -> sguardo dall’isola,…). Ed è proprio questo che manca ai Keane in ‘Strangeland’. Sono ottimi singoli musicisti, con qualità tecniche di prim’ordine, ma si chiudono di continuo nella zona di comfort di canzonette mainstream stereotipate. A volte ti viene il dubbio che vogliano partecipare all’Eurovision (di quelli di oggi). Il potenziale ce l’hanno, ma per scrivere il proprio nome nella storia dovranno cambiare approccio. ‘Strangeland’ è un prodotto corretto e coerente, ma monotono, senza sorprese (poche onde, poca energia -> linea piatta) e lontanissimo da qualsiasi picco. Offre modelli musicali già masticati cento volte e idee d’autore sbiadite. È musica (per lo più) sdolcinata e ”senza palle”. Musica adatta alle sale d’attesa di enti pubblici e ambulatori e agli adolescenti convinti di avere settant’anni. Musica che non ti appesantisce e che a un certo livello ti riposa le orecchie. Certo, ogni tanto anche questo ci sta, ed è il primo motivo per leggere e poi ascoltare il disco, ma i Keane vogliono sicuramente di più che solo questo. Alla radio gira già fin troppa musica ”radio-friendly”, cioè musica di sottofondo. Discreta, indistinta, ”senza mordente”. Le strutture dei brani sono troppo prevedibili e troppo spesso si rifugiano in rapporti triti e ritriti. Questo non vuol dire che sia tutto da buttare. Il disco ha momenti (sentimentali) ottimi, parecchi brani hanno testi forti e portano dentro uno spirito, un’emozione. Anche le tastiere in alcuni punti sono ingegnose, ma nel complesso non si percepisce nessuna aggressività positiva, nessun taglio musicale radicale in questo bel quadro quasi-fiabesco. Rispetto ai dischi precedenti la band ha comunque fatto un passo avanti, e il merito va soprattutto al produttore Dan Grech-Marguerat, che nonostante la giovane età ha lavorato con la crème della scena alternative-pop britannica e mondiale (Radiohead, Moby, The Kooks, Lana Del Rey, Hurts, The Vaccines (proprio grazie al lavoro sul loro esordio è stato scelto come produttore di ‘Strangeland’)). Rispetto ai predecessori il disco è molto più dinamico e vario, e si distingue soprattutto per l’impianto concettuale. Piacerà soprattutto ai fan dei Keane, mentre di nuove simpatie ne conquisterà ben poche. Il disco suona come una specie di monumento commemorativo alle relazioni (amorose) passate.
Nell’album ci sono dodici brani, e nella versione bonus o deluxe ne sono allegati altri quattro. L’opener You Are Young è un pezzo leggero, caldo, fluido e facilissimo da ascoltare, con l’immancabile coretto ”ooooo”. Hai l’impressione che le tastiere siano prese in prestito da qualche brano dei Coldplay, mentre al microfono si agita un ottimo imitatore di Bono. Eppure il brano ha un significato forte ed è scritto con abilità. È una specie di ode alla giovinezza. La giovinezza è un dono, sfruttala ed esplorala fino in fondo. Un giovane ha tutta la vita davanti, quindi certi problemi del momento non devono fermarlo lungo il cammino. Carpe Diem e senza paura. Il primo singolo e seconda traccia del disco, Silenced By The Night, prosegue con la morbidezza del brano d’apertura e con un paesaggio vivace e dinamico che attribuiresti senza problemi a una qualche band pop. Il pezzo è costruito su sequenze di pianoforte che si ripetono. La canzone contiene metafore interessanti, a tratti goffe, ma comunque simpatiche (”If I am a river, you are the ocean”). Parla di una coppia che ricostruisce la propria relazione, il proprio mondo. Riabilitazione di coppia. Il problema nella relazione si risolve solo se lavorano entrambi per risolverlo. La fiducia non è un problema, è questione di chimica. Il culmine del brano arriva in uno splendido passaggio con ”echo”, quando il pezzo si apre e la storia si schiarisce; la soluzione è vicina: ”Cause baby, I’m not scared of this world when you’re here…”. La terza traccia, Disconnected, è strettamente legata alla successiva, Watch How You Go, e fa da predecessore per significato. Un brano musicalmente movimentato (con qualche passaggio eccezionale verso la fine) che però si attiene a ritmi consolidati. A tratti hai la sensazione di sentire per la terza volta lo stesso pezzo. Nel significato l’autore del testo torna a toccare il tema della coppia. Stavolta si tratta dell’inizio della fine. Un vento freddo ha iniziato a soffiare nella relazione, il rapporto (amoroso) è vicino all’ultima ora. Il brano problematizza e si occupa del significato di fiducia e perdita. La storia si scioglie definitivamente nel pezzo successivo, un’elegia con un classico intro di pianoforte, Watch How You Go. La coppia si separa, ma entrambi si augurano solo il meglio. Motto: i ricordi sbiadiscono, ma i momenti e le sensazioni restano.
Sovereign Light Café affronta il legame tra passato e presente. Il suono nostalgico si fonde alla perfezione con un testo di vita vissuta e saggio (ad es.: ”But you’ve got nothing to hide, / you come to change who you really are / You can get a big house and a faster car / You can run away boy but you won’t go far”). Un brano dichiaratamente emotivo, che ha un ruolo speciale nella storia della band. Li riporta ai loro inizi come gruppo, e inoltre canta anche gli amori giovanili. Tutto questo per loro è la costa sudorientale inglese, in particolare la cittadina di Bexhill-on-Sea e il locale caffè Sovereign Light Café. Un pezzo dalla forte tinta locale, che è prima di tutto lo sguardo di chi vuole tornare ai vecchi tempi con la sua amata / il suo amato / i suoi amati, o almeno richiamarli a un qualche livello e rivivere il tutto con le nuove esperienze di vita. La canzone migliore del disco. Segue la vivace e saltellante On The Road, che per dinamica musicale si discosta nettamente dalla maggior parte dei brani dell’album. La canzone ”sostiene” che nella vita siamo compagni di viaggio, che ci piaccia o no, quindi l’aiuto reciproco rende solo più leggero il cammino comune. La successiva, melodrammatica The Starting Line, si ricollega al brano precedente. Si sposta sul piano personale e parla dell’aiuto nelle difficoltà e della tendenza dei cicli amorosi (”Some find it easy / Some will never know / You think you’ve done your journey / Then you stumble and find that there’s such / a long way to go”). I rapporti tra le persone sono una faccenda complessa. Anche se certe cose fanno male, vanno superate e ci si deve aiutare a vicenda (”Forget the ghosts that make you old before your time…”). Il brano è definito musicalmente da ”inserti” tintinnanti e da un accompagnamento di pianoforte rilassato. La successiva, Black Rain, è definita da un beat dance organico e pulsante sullo sfondo e da un’atmosfera malinconica. Il pezzo è pacato, silenzioso, a tratti persino inquietante. La canzone cattura sensazioni di vuoto, solitudine, depressione (”If you’ve got love / You better hope that that’s enough”).
Neon River ha un inizio di cui non si vergognerebbero nemmeno gli M83. Effetti al neon, spaziali e rimbombanti pervadono il brano, che racconta la storia eterna di valori e approcci diversi al modo di vivere e di dare senso alla vita (nel pezzo: lei vuole conquistare il mondo, mentre a lui successi, carriera e il fascino della vita in quella direzione non interessano). Day Will Come è una canzone che ti porta via. Una batteria marcata dà al pezzo un ottimo passo e un aspetto dinamico. Il brano è pieno di slancio e infonde speranza. Dopo i momenti duri della vita ne arrivano sempre di migliori e più luminosi (come dopo la pioggia torna sempre il sole). In questa maniera prosegue anche il penultimo brano del disco, In Your Own Time (lasciarsi andare al momento, le cose col tempo si sistemeranno). Il pezzo ha una struttura interessante e per questo si distingue dagli altri. Anche la voce ricca di Chaplin, con i suoi rapidi cambi di altezza e velocità, viene fuori bene, soprattutto durante il ritornello. Un potenziale vocale straordinario. Il suono mi ricorda, con un po’ di fantasia, il canto delle sirene. Verso la fine del disco il profumo di mare si sente sempre di più. Nell’ultimo brano esplode del tutto, già dal titolo: Sea Fog. Una ballata acustica e sensuale che parla in modo fatalista dell’abbandonarsi al flusso della vita, ma dall’altra parte incoraggia anche una sana curiosità per l’esistenza. Con l’aiuto di un coro Chaplin evoca sensazioni difficili da definire, che portano dentro sfumature della vita sia depressive che rasserenanti e gioiose. Una chiusura che si adatta al disco, ma che non è affatto una sorpresa.
Ci siamo forse avvicinati a una risposta sul perché questo disco sia tipicamente britannico e l’artista di sangue inglese? Senz’altro. Toni grigi, depressi e malinconici pervadono tutto l’album, il che è tipico della tradizione musicale inglese. Dappertutto (soprattutto nei testi) si colgono metafore climatiche, il mare si ”annusa” a ogni passo. I brani hanno una forte tinta locale e si riferiscono perfino a luoghi inglesi reali. Si avverte persino un pizzico di umorismo inglese. Nostalgia ed eredità sono uno dei fili conduttori del disco, il che oggi è una delle caratteristiche principali dell’ex monumentale impero britannico (anche se si tratta di livelli diversi – personale:politico – almeno sul piano strutturale e genealogico non si può ignorare). I brani sono per lo più strutturati in modo classico e attingono alla ricca eredità di vari matador del rock britannico.
Con l’album ‘Strangeland’ i Keane hanno consolidato ancora la loro presenza sul mercato britannico, ma per qualcosa di più dovranno cambiare filosofia creativa, o almeno approccio. Già nell’introduzione ho detto che sono musicisti capaci di traguardi più grandi. Purtroppo per ora non lo lasciano intravedere, e credo che anche in futuro si atterranno alle note collaudate. Non è però tutto così male: ogni tanto ”azzeccano” anche del pop più leggero, che non ti appesantisce e ti lascia fare qualcos’altro mentre ascolti, che siano faccende quotidiane o impegni di lavoro. Qualcosa che riempie il vuoto. Purtroppo il disco non cattura abbastanza da spingere la gente a dedicarcisi davvero e a scoprirvi qualcosa di prezioso (cosa che indubbiamente possiede). Magari sarà proprio questo articolo a cambiare le cose, anche se non aspettarti un’illuminazione musicale e tantomeno esistenziale.
Il 29 ottobre alla Hala Tivoli è in arrivo il concerto dei Keane – Val 202 preparerà un programma speciale per il suo 40° anniversario. Più informazioni qui.
Formazione
Tom Chaplin – voce, chitarra acustica
Tim Rice-Oxley – pianoforte, sintetizzatore, cori
Richard Hughes – batteria, percussioni, cori
Jesse Quin – basso, chitarra elettrica, cori
Produzione
Dan Grech-Marguerat
Tracklist
1. You Are Young
2. Silenced By The Night
3. Disconnected
4. Watch How You Go
5. Sovereign Light Café6. On The Road
7. The Starting Line
8. Black Rain
9. Neon River
10. Day Will Come
11. In Your Own Time
12. Sea Fog