The Winery Dogs
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Winery Dogs, The
Etichetta: Loud & Proud Records
Uscita: 2013
Durata: 60:18
Voto: 4.5/5
Da poco tre rock supermen si sono ritrovati in un conglomerato musicale di un’ora abbondante, stratificato e rovente: Richie Kotzen (ex-Poison, ex-Mr. Big), Billy Sheehan (Mr. Big, Niacin. PSMS, Talas, David Lee Roth, Steve Vai) e l’ex bombardiere dei Dream Theater Mike Portnoy (Flying Colors, PSMS, Adrenaline Mob). La nuova super band rock si chiama The Winery Dogs e, quando si mette al lavoro, non conosce un briciolo di riguardo né di freno.
Lo stampo di base del songwriting è di Kotzen e nasce dal modo in cui crea i suoi lavori in studio da solista. Soprattutto quelli dell’ultima fase! The Mother’s Family Head Reunion? Il parallelo regge soprattutto a livello di atmosfera. Kotzen porta il pezzo (con tanto di testo). Questo è l’»esempio« di partenza, o meglio lo stampo di fondo da cui poi sviluppano il brano tutti insieme. Cioè l’idea di Kotzen. È la base da cui cresce l’acume unico della storia musicale chiamata The Winery Dogs. Kotzen ha sempre mescolato in modo riuscitissimo la forza espressiva di blues, motown e soul con la robustezza del rock, infilandoci con finezza anche il suo eccezionale fiuto per la melodia portante, concreta e tangibile. Ma perché il tutto non risultasse troppo semplice e banale da decifrare all’orecchio, ecco Portnoy e Sheehan: una sezione ritmica devastante che, con la sua spinta vanitosa e irresistibile, manda in frantumi le finte prevedibili del songwriting di Kotzen e regala alla storia, alla resa dei conti, un volto musicale assolutamente unico nella galassia!
Già la prima parte strumentale dell’opener Elevate offre a Sheehan e Portnoy l’alibi perfetto per smontare il motivo portante in fattori primi! Non stupitevi se, in quel momento, la vostra mandibola sarà più vicina alle caviglie che alle narici. Kotzen quest’anno avrebbe di sicuro un nuovo album in studio già fuori, se non si fosse buttato nell’avventura con The Winery Dogs. Lo dimostra il disco d’esordio dei The Winery Dogs, che sfoggia una varietà eccezionale di riff e melodie di Kotzen. Bruciano in una forma piena di sostanza, tangibile e asciutta, a dimostrazione che Kotzen è in uno stato di grazia compositivo e lo muove un’ispirazione creativa fuori dal comune. Kotzen si porta dentro quel blues impregnato di dolore e velato di oscurità, che passa attraverso la sua voce così particolare e inconfondibile. Anche questo album dimostra che, negli ultimi anni di carriera, Kotzen è diventato un cantante eccezionale. Possiamo dire che Kotzen ha raggiunto la lega dei musicisti più riconoscibili, quelli che hanno lasciato a bocca aperta combinando due ruoli in una persona sola. (Purtroppo scomparso) Alvin Lee (Ten Years After), Sting (The Police), Buck Dharma (Blue Oyxster Cult), Geddy Lee (Rush), Leslie West (Mountain), John Wetton (Asia), Burke Sheeley (Budgie), Mark Knopfler (Dire Straits), Eric Clapton (The Cream), David Gilmour (Pink Floyd),… l’elenco non è finito. E Kotzen possiamo tranquillamente metterlo nella lega di questi fenomeni musicali che oggi sono i grandi signori della giostra del rock ‘n’ roll. Sono geni nati, che dentro la loro band hanno un carattere espressivo così forte che l’intera voce musicale del gruppo poggia proprio su di loro.
Torniamo ai The Winery Dogs. Brani come I’m No Angel, Damaged, The Dying e soprattutto la conclusiva Regret, in cui Kotzen si aggrappa al piano con grande trasporto, sono momenti in cui anche Sheehan e Portnoy si trattengono con saggezza e diligenza dal “far tremare le note”, lasciando in questi punti il dominio alle passioni e alle emozioni straordinarie di Richie Kotzen. Kotzen è brillante. In questi frangenti sa esattamente come dosare e distribuire i suoni della chitarra. In questi brani nessun altro ingranaggio riesce a metterlo in ombra.
Ma i buongustai arrivano dai The Winery Dogs soprattutto per l’esperienza della cultura jam! Ed è la prima e più grande leccornia musicale di questa cena. È quello spirito divertente di stacco spontaneo che porta una vivacità progressiva – potremmo dire anche che “allenta” il principio compositivo di Kotzen (da adolescente Kotzen ha imparato gran parte di questo mestiere ascoltando a fondo Hall & Oates). Data la reputazione del trio, coi The Winery Dogs non si può prevedere il risultato in anticipo. Possono suonare tutto quello che vogliono. E anche di più. Per questo non sai mai, nemmeno per un attimo, dove si nascondono le delizie e le sorprese di questi tre grandi virtuosi. Si sente come Sheehan e Portnoy trascinino spesso Kotzen dentro passaggi di chitarra a rotta di collo. E nella velocità sfrenata delle sue fughe sosoliste lo raddoppia Sheehan, con le armonie del celebre sferragliare del suo basso. Alla pari. Questa volta la velocità di esecuzione è la stessa. Qualunque sia lo spessore delle corde. Sheehan, in questo senso, è semplicemente un personaggio planetario unico nel suo genere. Kotzen negli assoli è scatenato. Questa ferocia sui suoi album in studio non emerge mai in modo così evidente (Six Feet Deeper) come stavolta. Ma a quanto pare un po’ di “ruvidità” in più da parte sua fa un gran bene, davanti alla cultura del gioco colossale dei compagni di squadra Portnoy e Sheehan.
In un solo brano si susseguono anche più cambi di umore. L’album, da questo punto di vista, è straordinariamente dinamico. Prendi per esempio il contrasto atmosferico marcato nella strofa dall’impianto quasi doom di Time Machine, a cui segue un »lampo di luce« in crescendo, con la melodia che si sviluppa attraverso il pre-ritornello fino a un ritornello contagioso che ti entra subito sottopelle. Vale proprio come uno dei più melodici del disco.
Per non tirarla troppo per le lunghe: i The Winery Dogs, ovvero il sodalizio di musicisti di altissimo livello formato da Kotzen, Sheehan e Portnoy, hanno trovato qui la loro nuova casa, dove convivono alla perfezione! Resta da chiedersi se abbiano mai convissuto in modo così armonioso nelle band in cui hanno lasciato un segno duraturo e indelebile. Che si tratti delle collaborazioni di Kotzen con Poison e Mr Big, di quelle di Sheehan nei Mr. Big, per non parlare di Mike Portnoy. Proprio con i The Winery Dogs ha ritrovato sé stesso. Con l’eccezione dei progetti e delle band insieme a Neal Morse, mi azzardo a dire che Portnoy in carriera non si è mai sentito così a suo agio come adesso, nei The Winery Dogs. Non stupitevi se prima o poi, davanti a una birra, ve lo confesserà di persona. Dream Theater? Chi? Dimenticarli gli sarà ancora più facile.
È bellissimo rendersi conto che né gli sfoghi solisti di Sheehan né quelli di Portnoy danno al disco una sensazione di saturazione. Tutti e tre i musicisti sono messi in risalto allo stesso modo nell’album e, nell’interpretazione, non si fanno »ombra« a vicenda. Da qui la conclusione di una convivenza piena. Tutto scorre liscio e ondeggia lungo l’album. Dai momenti sottilmente distesi a quelli di compattezza collettiva, in cui il trio è rumoroso ma melodicamente resistente, fino a veri e propri »eccessi strumentali volgarmente osceni« – per dirla con più garbo – acrobazie dal raccolto improvvisativo pieno di follie, di cui la maggior parte degli abitanti della nostra galassia può solo sognare. Ed è proprio questo, a fianco di tutta la maestria dimostrata nel songwriting di Kotzen, a restare l’asso nella manica che rende il disco così irresistibile.
»The Winery Dogs« è appassionato, rovente, carico di emozioni vive. Un album di superlativi. Un disco dal carisma unico e dall’autenticità asciutta e diretta, che dal primo all’ultimo secondo non smette di esaltare. Un lavoro di altissimo livello, di quelli che solo i migliori musicisti al mondo sanno offrire. Né più né meno.
Formazione
Richie Kotzen – voce, chitarra, tastiere
Billy Sheehan – basso, cori
Mike Portnoy – batteria, voce, cori
Produzione
The Wintery Dogs
Tracklist
1. Elevate
2. Desire
3. We Are One
4. I’m No Angel
5. The Other Side
6. You Saved Me
7. Not Hopeless
8. One More Time
9. Damaged
10. Six Feet Deeper
11. Criminal
12. The Dying
13. Regret