Porcupine Tree: Closure/Continuation
Etichetta: Music For Nation / Sony
Data di uscita: 24/6/2022
Produzione: Steven Wilson
Durata dell’album: 48.02 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 9.5/10
I titani del progressive rock moderno Porcupine Tree sono tornati dopo quasi tredici anni con un nuovo album in studio, intitolato «Closure/Continuation». Il titolo, tutt’altro che casuale, è un gioco di parole sull’enigma del loro futuro prossimo: al momento dell’uscita di «Closure/Continuation», infatti, non hanno ancora deciso se, finito il tour a supporto del nuovo disco, chiuderanno o proseguiranno la loro storia musicale di grande successo.
Nel frattempo, tra il 2009 e il 2021, mentre i Porcupine Tree erano fuori dalla scena, il loro boss, il compositore, produttore, chitarrista, tastierista e cantante «multiuso» Steven Wilson, si è costruito un’ottima carriera solista, e non sembrava avere alcuna fretta di rimettere in piedi la band di culto che per decenni ci ha fatto impazzire con classici del progressive rock come «Stupid Dream» (1999), «Lightbulb Sun» (2000), «In Absentia» (2002), «Deadwing» (2005) e «Fear Of a Blank Planet», per citare solo alcuni degli straordinari traguardi di una carriera tanto varia. Il batterista fuori dal comune Gavin Harrison, in quel periodo, è entrato nei King Crimson e nei The Pineapple Thief, dove ha affinato ancora di più la sua stupefacente tecnica, mentre il tastierista Richard Barbieri, che un tempo ci aveva incantati anche come membro dei Japan, si è dedicato a vari progetti solisti e collaterali.
La band, che ufficialmente non si è mai sciolta ed è rimasta solo in «ibernazione» temporanea, prima di registrare il nuovo album ha perso lo storico bassista Colin Edwin, il che significa che ora i Porcupine Tree sono un trio. Nel progressive rock è un caso relativamente raro, ma anche altre band prog di culto sono state un trio per tutta la loro carriera (per esempio Emerson, Lake & Palmer e i Rush) o solo per un certo periodo (per esempio Genesis, Pink Floyd, Van der Graaf Generator), quindi non è certo un cambiamento sconvolgente. Tutte le linee di basso le ha suonate Steven in persona, e per lui non è stata una grande impresa. Nonostante la presunta inattività, Wilson, Harrison e Barbieri hanno registrato piano piano il nuovo album proprio durante il periodo di inattività ufficiale, e il disco ha «visto la luce» circa otto mesi dopo l’annuncio del ritorno «tra i vivi» dei Porcupine Tree, a fine ottobre 2021.
La prima metà dell’album ha un’atmosfera decisamente cupa e malinconica, poi nella seconda parte questo mood, così tipico dei Porcupine Tree, si fa un po’ meno marcato e leggermente più ottimista. Con ogni brano del nuovo album Steven e compagni dimostrano di non avere rivali quando si tratta di costruire un’atmosfera incredibilmente intensa, che non cala mai, dal primo all’ultimo minuto del disco. Chi temeva che i Porcupine Tree, al ritorno, si buttassero su acque commerciali e cominciassero a giocare con elementi pop ed elettronici, come ha fatto Steven nei suoi ultimi due lavori solisti, può tirare un sospiro di sollievo: non è così. Hanno anche ridimensionato parecchio gli elementi metal della loro musica, di cui Steven si era stufato da un pezzo. Significa che è il loro album meno incisivo degli ultimi vent’anni, ma questo non vuol dire affatto che in alcuni pezzi non ci siano chitarre distorte e cannonate di batteria.
«Harridan», che si apre con linee di basso marcate, è uscito come singolo di apertura prima ancora di «Closure/Continuation», dando così un primo assaggio del nuovo disco. I fan della band, ascoltandolo, si sono subito tranquillizzati, se non proprio entusiasmati: è un pezzo molto solido, costruito nel tipico stile Porcupine Tree. Lo sbocco nel ritornello ricorderà a molti i lavori più recenti degli Opeth, con cui Steven ha parecchi legami. «Of the New Day», il secondo singolo dell’album, che contiene anche qualche momento psichedelico, per stile è il brano che più di tutti richiama i lavori dei Porcupine Tree di fine anni Novanta e inizio Duemila, cioè il periodo di «Stupid Dream» e «Lightbulb Sun». Parte come una ballata romantica con una prova vocale nostalgica, che fa subito venire in mente l’evergreen «Lazarus» da «Deadwing», finché non arriva il passaggio a una sezione strumentale incisiva.
«Rats Return», il terzo singolo, è «dedicato» alla depressione post-Brexit di Steven e ai politici populisti, di stampo moderno e clownesco, che al popolo promettono sempre castelli in aria, mentre in realtà gli importa solo del proprio sedere e di arraffare denaro senza sosta. A molti ricorderà certe cose del repertorio solista di Steven, del periodo prima che virasse verso acque più pop-rock ed elettroniche, anche se resta un’altra composizione in puro stile Porcupine Tree, con un numero uguale di elementi di progressive rock «old school» e di progressive metal. Le armonie vocali di accompagnamento sullo sfondo approfondiscono ancora di più il clima d’angoscia, sempre ben presente e in perfetta sintonia con il testo.
«Dignity» è una prelibatezza ambient ricchissima, con armonie vocali femminili sullo sfondo, che non lascerà indifferente nessun fan di vecchia data dei Porcupine Tree. «Herd Culling», il quarto singolo, ha linee di basso marcate e spesse, con cui Steven ci ricorda che negli anni non è diventato soltanto un chitarrista ambizioso, ma se la cava alla grande anche come bassista. Il testo, che parla di redneck che vanno nelle stalle armati di doppietta, è stato ispirato dai fenomeni paranormali che sarebbero avvenuti in un ranch dello Utah, negli Stati Uniti. «Walk the Plank», intriso di atmosfera misteriosa, ha un sacco di campioni elettronici e, cosa curiosa, nessuna chitarra, ma funziona benissimo lo stesso, con l’alternanza sincronizzata di armonie vocali malinconiche e sezioni strumentali dalle tinte psichedeliche.
«Chimera’s Wreck», capolavoro epico con la tipica parte iniziale cupa e malinconica e uno sviluppo più incisivo, ispirato dalla morte del padre di Steven, sta alla pari con i migliori risultati dell’intera storia dei Porcupine Tree. I fan di lunga data andranno in estasi anche per le inconfondibili armonie vocali di accompagnamento, che ricordano alcuni brani del loro periodo più amato, tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo. Steven, che nel mezzo si diverte anche con le linee vocali in falsetto, dimostra di essere salito, come cantante, di un altro livello negli ultimi anni.
Trattandosi dei Porcupine Tree, non sorprende che anche le tre bonus track non siano per niente inferiori, in qualità, ai pezzi «regolari» di «Closure/Continuation». «Population Three» è uno strumentale splendido e sorprendentemente malinconico che, a tratti, per certi giri di chitarra e certi passaggi di batteria, ricorda un po’ i Rush, ma sotto tutti gli altri aspetti è una creazione perfettamente riconoscibile dei Porcupine Tree.
In «Never Have», percorso da un’atmosfera melodrammatica e da armonie nostalgiche di chitarra e tastiere, colpiscono soprattutto alcuni elementi di prog «old school» con cui Steven ci ricorda che i Camel restano una delle sue band preferite. «Love in the Past Tense», con l’accento su passaggi di chitarra acustica e romantiche armonie a più voci, è un altro esperimento interessante. Anche se nel 2019 Steven ha sposato la sua Rotem, mettendo fine a tante speculazioni su vari aspetti della sua vita privata, custodita con cura, la sua poesia resta socialmente critica e, per molti versi, sarcastica, cioè senza alcuna inclinazione per sfoghi amorosi (potenzialmente triti e ritriti).
I Porcupine Tree hanno ripagato le grandi aspettative e hanno fatto in modo che «Closure/Continuation» diventasse non solo l’album prog più atteso degli ultimi tempi, ma anche uno dei principali candidati a miglior disco del 2022. L’unica (tiepida) critica alla recente e riuscita reunion dei Porcupine Tree riguarda il fatto che la band ha pubblicato quattro brani su sette sotto forma di singoli ancora prima dell’uscita di «Closure/Continuation», unendosi così alla brutta abitudine di certe band moderne che svelano più della metà dell’album prima che esca. Chi ha resistito alla tentazione e ha preferito aspettare il disco è stato ripagato alla grande. Il futuro della band dopo la fine del tour per ora «è appeso a un filo», perché Steven, al momento, più che a continuare a stare insieme ai due vecchi compagni, pende dall’idea che «Closure/Continuation» sia il loro ultimo album in studio. A suo dire, vuole che i Porcupine Tree chiudano la loro storia nel miglior modo possibile. In quel caso hanno centrato in pieno l’obiettivo, perché «Closure/Continuation» è il miglior addio possibile alla band più importante, e forse anche più bella, del prog rock degli ultimi trent’anni.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Tracklist:
1. Harridan (8:08)
2. Of the New Day (4:43)
3. Rats Return (5:40)
4. Dignity (8:22)
5. Herd Culling (7:03)
6. Walk the Plank (4:27)
7. Chimera’s Wreck (9:39)
8. Population Three (6:52) *
9. Never Have (5:08) *
10. Love in the Past Tense (5:50) *
* … tracce aggiuntive (versione ‘deluxe’ dell’album)
Formazione:
Steven Wilson – voce, chitarra, basso
Richard Barbieri – tastiere, sintetizzatori, elaborazione del suono
Gavin Harrison – batteria, percussioni
Musicisti ospiti:
Lisen Rylander Löve – campione vocale nel brano n. 4
Suzanne Barbieri – campione vocale nel brano n. 4
