Present

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 2005
Durata: 102:50
Voto: 5/5

La storia di »Present« è il racconto dell’incredibile ritorno di una leggenda del rock progressivo dopo ventisette anni di assenza, e della riunione creativa di quattro amici musicisti che, anche dopo il (terzo) scioglimento dei Van Der Graaf Generator (abbreviato VDGG) nel 1978, non hanno mai smesso di collaborare come solisti. I primi segnali di una reunion del tutto inaspettata dei VDGG  nella formazione classica (il cantante/chitarrista occasionale/pianista Peter Hammill, l’organista/bassista Hugh Banton, il sassofonista/flautista David Jackson e il batterista Guy Evans) risalgono al 2003. Allora, durante un concerto solista di Hammill alla Queen Elisabeth Hall, nel bel mezzo dell’esecuzione dell’evergreen dei VDGG »Still Life«, sul palco lo raggiunsero i suoi tre vecchi compagni di merende. Era appena la loro seconda apparizione insieme dal 1996, quando alla Union Chapel avevano suonato il classico »Lemmings«. Dopo quella serata alla Queen Elisabeth Hall, accolta con entusiasmo dal pubblico, i quattro musicisti di culto si resero conto che la vecchia chimica dei VDGG era di nuovo lì, e così nel 2004, dopo più di venticinque anni, ripresero a scrivere musica nuova per la band leggendaria che persino i più ottimisti davano per spacciata, destinata a restare per sempre negli anni Settanta.

A spingere Hammill a resuscitare i VDGG fu anche un infarto alla fine del 2003, dopo il quale prese ancora più coscienza della propria mortalità e decise che era arrivata l’ultima occasione per unire le forze con Banton, Jackson ed Evans. Il risultato fu l’ottimo doppio album in studio »Present«, che mostra due volti diversi dei VDGG: quello da compositori e quello da improvvisatori. Il primo disco contiene infatti sei brani veri e propri, con tanto di capo e coda, in cui i VDGG classici ripartono stilisticamente da dove si erano fermati con »World Record« (1976), mentre il secondo è riempito da improvvisazioni avanguardistiche, completamente spontanee, tra quattro compagni di banco con le dita unte di strumentazione fino ai gomiti.

Il primo album in studio dei VDGG dopo »The Quiet Zone/The Pleasure Dome« (1977) riporta il logo classico e tutti gli ingredienti sonori che negli anni Settanta avevano catapultato Hammill e soci nell’élite degli act prog più innovativi, avventurosi e audaci. L’approccio vocale camaleontico e tonante di Hammill, che alterna armoniosamente registri bassi e acuti saltellando tra ‘inferno’ e ‘paradiso’, è come sempre a livelli invidiabili, e lo stesso vale per la sua raffinata costruzione degli arrangiamenti al pianoforte.

Su »Present« Peter è migliorato in modo percepibile anche come chitarrista elettrico (a tempo perso): con le sue improvvisazioni spiritose si fa largo in primo piano più di una volta, quando meno te lo aspetti. I suoi scoppi d’ira improvvisi ma sempre ben controllati, da tuono, hanno poi approfondito l’atmosfera cupa della maggior parte delle composizioni di »Present«, il che significa che i VDGG classici rinnovati non sono affatto meno tenebrosi di quando erano più giovani. I suoi tre compagni di strumento hanno dimostrato a loro volta che il passaggio alla categoria dei ‘più anziani’ è avvenuto nel modo più nobile possibile e che suonano ancora i loro strumenti come dei ragazzini. Banton è tornato a brillare con i suoi capolavori all’organo e l’uso simultaneo dei pedali del basso, mentre Jackson è stato l’incarnazione della versatilità sassofonistica e flautistica e di una lucidità senza confini. Evans, come sempre, con il suo stile alla batteria è stato un fenomeno affascinante: intransigente nel ‘distruggere’ con zelo il kit, e allo stesso tempo dinamico e sofisticato, da jazzista, nel ‘lavorare’ i piatti.

»Every Bloody Emperor«, la prima prova tangibile che la vecchia chimica sonora funziona ancora, è una magnifica apertura d’album con un testo pungente e di critica sociale, di quelli che può venire in mente solo a Hammill: smonta pezzo per pezzo l’ipocrisia della società occidentale contemporanea, che sotto la maschera propagandistica della democrazia ci spinge verso la schiavitù di un nuovo grande impero capitalista. Una breve introduzione improvvisata, con passaggi struggenti al pianoforte elettrico, prepara il terreno all’esibizione vocale teatrale di Hammill. I suoni pastorali del flauto di Jackson e le sue bizzarrie tipiche al sassofono, insieme ai massicci passaggi d’organo di Banton, approfondiscono ancora l’atmosfera generale cupa. La sezione strumentale avant-fusion, con tante improvvisazioni folli, soprattutto al sassofono di Jackson, alimenta un’atmosfera caotica, rassegnata, postapocalittica, mentre Hammill preannuncia l’ascesa e la caduta di un altro grande impero costruito sul doppio standard.

»Boleas Panic« è uno strumentale fantastico con una spruzzata marcata di jazz rock fusion, dove a regnare sono prima di tutto le improvvisazioni sassofonistiche variegate di Jackson, mentre l’approccio di Evans alla batteria stavolta è pieno di sottili finezze jazz. Un tocco di grandiosità, sul sottile filo ambient tra caos e raffinatezza, lo mettono le massicce stratificazioni d’organo, mentre le improvvisazioni sparse di Hammill alla chitarra elettrica non risultano certo meno divertenti.

Lo scoppiettante »Nutter Alert« è segnato da brutali passaggi di sassofono, che fanno la parte del leone nel creare l’atmosfera fantasmagorica, mentre il signor Hammill ancora una volta non risparmia i suoi scatti tonanti, culminanti in un ritornello drammatico. Il maestro Banton entusiasma con una potente improvvisazione d’organo e il professor Jackson è una fonte sbalorditiva di lucidità sassofonistica senza limiti, così la tensione non cala fino alla chiusura di un altro brano affascinante. »Abandon Ship!« è carico di idee improvvisative folli, soprattutto per quanto riguarda il pestare di Evans sul suo kit, mentre il ‘dottor linguaccia’ Hammill stavolta vomita la sua bile sulle conseguenze negative del vivere sotto l’influsso di certe istituzioni che sono scadute da un pezzo. Le variazioni folli nel rapporto tra organo e sassofono, con elementi di jazz fusion, sostengono bene gli sfoghi vocali camaleontici di Peter, che fanno tremare cielo, terra e inferi.

Il cupissimo e agghiacciante »In Babelsberg«, che racconta una passeggiata per Babelsberg, il quartiere più grande della città tedesca di Potsdam, si apre con passaggi rabbiosi di sassofono e chitarra elettrica, mentre Hammill ancora una volta si ‘strappa’ nel descrivere le curiosità locali, senza farsi mancare i riferimenti storici. Il primo disco si chiude con l’interessante esperimento »On The Beach«, che si apre come una ballata commovente sulle ali della voce di Peter, con timide improvvisazioni di passaggio, e poi sfocia in una sezione jazz fusion dinamica in cui il sassofono di Jackson occupa la posizione centrale. Il tutto si conclude con lo sciabordio delle onde del mare.

Il secondo disco è interamente strumentale e composto da improvvisazioni spontanee, di gruppo, nate durante le prime sessioni in studio dei VDGG rimessi insieme. Queste improvvisazioni di certo non vanno bene per ogni stato d’animo, ma sono una dimostrazione lampante della fantasia improvvisativa senza limiti e dell’anima sperimentale delle leggende del prog inglese, che dopo tanto tempo si sono finalmente godute a pieno le prove in studio, sorprendendo più volte persino sé stesse. »Vulcan Meld« riparte esattamente da dove era finita »On The Beach«, cioè dal suono delle onde del mare, a cui segue un’improvvisazione folle su base di free jazz e avanguardia. »Double Bass«, dove Banton mostra il suo talento nell’uso dei pedali del basso mentre Jackson molla di nuovo tutti i ‘freni’ nel suo regno sassofonistico, è un altro esempio lampante di spontaneità strumentale senza confini.

»Slo Moves« è un’avventura improvvisata caotica e decisamente cupa, dove in primo piano c’è soprattutto l’invidiabile combinatoria ritmica di Evans. »Architectural Hair« contiene suoni di cinguettii di uccelli, mentre sassofono impazzito e chitarra elettrica si fanno strada con spirito attraverso meandri ritmici caotici. »Spanner« contiene interessanti deviazioni alla batteria, mentre il caos generale è alimentato soprattutto dalle variazioni intermedie di sassofono e organo. »Crux« è un’avventura improvvisata un po’ più pacata dal punto di vista ambient, dove fa particolarmente bene il rapporto armonico, quasi simbiotico, tra organo e sassofono.

»Manuelle« è condito da tanti prodigi improvvisativi, tra i quali stavolta spicca anche la chitarra elettrica di Peter, che a tratti suona come un mulo imbizzarrito. »’eavy Mate« contiene improvvisazioni ultracaotiche di batteria e sassofono, mentre il signor Hammill si diverte con vari effetti chitarristici dissonanti. Con questi continua anche nel manicomio psichedelico-avanguardistico »Homage to Teo«, uno stacco ambient totale da tutto ciò che è razionale. Il secondo disco si chiude con »The Price of Admission«, che coi suoi ritmi battaglieri è forse, tra tutti gli esperimenti improvvisativi, il più vicino a plasmare uno strumentale con un vago accenno di ‘capo e coda’.

Con »Present« i Van Der Graaf Generator sono risorti dalle ceneri come una fenice: quando l’ultima occasione per tornare sulla scena dopo quasi trent’anni stava per sfumare, contro ogni previsione hanno sfornato un album che regge il confronto, per qualità, con i loro classici degli anni Settanta. È stato soprattutto il primo disco a convincere i fan di lunga data che la formazione classica dei VDGG, anche in tarda età, ha conservato tutto l’ardire sperimentale, la provocazione lirica e la capacità di costruire atmosfere postapocalittiche di quando erano più giovani.

Il secondo disco, con la sua natura per lo più caotica, strumentale e improvvisata, non ha offerto un’esperienza d’ascolto altrettanto emozionante, anche se resta interessante per tutti gli amanti delle forme di free jazz e dell’avanguardia musicale ‘staccata dal mondo’. I giganti del prog inglese hanno comunque raggiunto il picco di questo genere di folli imprese improvvisative con l’album »ALT« (2012). Dopo il tour di »Present« del 2006 i membri dei VDGG erano pieni di entusiasmo rinnovato, e per questo la decisione di Jackson di lasciarli è stata ancora più scioccante e incomprensibile. La sua uscita è stata un colpo bello grosso, che ha scavato un solco emotivo profondo tra lui e gli altri membri, ma Hammill, Banton ed Evans hanno comunque deciso di portare avanti la storia dei VDGG come trio, riuscendoci con risultati semplicemente affascinanti.

Formazione

Peter Hammill – voce, chitarra elettrica, pianoforte elettrico
Guy Evans – batteria, percussioni
Hugh Banton – organo, pedali del basso/basso
David Jackson – sassofono e flauto

Produzione

Van Der Graaf Generator

Tracklist

CD1:
1. Every Bloody Emperor (7:03)
2. Boleas Panic (6:50)
3. Nutter Alert (6:11)
4. Abandon Ship! (5:07)
5. In Babelsberg (5:30)
6. On the Beach (6:48)

CD2:
1. Vulcan Meld (7:19)
2. Double Bass (6:34)
3. Slo Moves (6:24)
4. Architectural Hair (8:55)
5. Spanner (5:03)
6. Crux (5:50)
7. Manuelle (7:51)
8. ‘Eavy Mate (3:51)
9. Homage to Teo (4:45)
10. The Price of Admission (8:49)

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