Queensryche e Firewind – “Metaldays afterparty” al Kino Šiška (2019)
Location: Lubiana / CUK Kino Šiška / Slovenia
Data: domenica, 28.07.2019
L’edizione di quest’anno del mitico Metaldays festival, dopo la chiusura della nuova settimana di bagordi a Tolmino, ha avuto anche il suo epilogo: nel quadro della serata-concerto post-festival e dell’after party sono saliti sul palco, in pieno centro nella capitale slovena, altri tre act metal, ovvero i veterani di Seattle dell’art e heavy metal Queensryche, i power metaller greci Firewind guidati dall’eccezionale Gus G (ex-Ozzy Osbourne) e le nuove speranze tedesche Mirror Plain.
Un evento a cui, da amante degli ingredienti classici del metal, difficilmente resisti. Anche se piove, come è piovuto l’ultima domenica di luglio del 2019! Bella affluenza, quindi. Locale tutt’altro che stracolmo, ma con un pubblico nel numero giusto per garantire un bel clima e una bella atmosfera.
Alle otto sono saltati sul palco i giovani metaller tedeschi Mirror Plain, per aprire la nuova messa metallara. Hanno trovato una bella dose di indifferenza, visto che la gente preferiva ancora starsene fuori dalla sala a chiacchierare davanti a una birra o due, ma la band ha comunque portato a casa una prova corretta e sicura. I tedeschi, tutti d’un pezzo, hanno due album in tasca: l’esordio in studio »Path Of Salvation«, uscito nel 2017, seguito dal più recente »Lost In Paradise«, uscito appena dieci giorni prima del concerto a Lubiana. Si tratta di un sestetto che ha trovato condizioni sonore davvero favorevoli, con l’eccezione delle tastiere, che nel mix hanno avuto la peggio. La band ha aperto il concerto con un brano nuovo, affilato e più veloce, No. 1-0-7. Il cantante Christian Döring dà al sestetto un carattere espressivo particolare. Canta su un registro medio e aggiunge al timbro una bella dose di raucedine. Il gruppo costruisce comunque su un’atmosfera un po’ più cupa, cerca il groove e non cerca assolutamente di mettersi in primo piano con chissà quali teatrini tecnicamente complicati fatti di escursioni soliste sfrenate. I ragazzi, del resto, si muovevano con agilità sul palco, sfruttandolo con abilità. Döring, sempre attivo e autorevole, ha rafforzato la teatralità scenica anche sdraiandosi più volte sulla schiena, in posa da attore consumato, o accovacciandosi sulle ginocchia.
I greci Firewind hanno pubblicato il loro album attuale già due anni fa. Eppure l’ottavo album complessivo »Immortals« continua a garantire un bel carico di promozione dal vivo anche nel 2019. L’anno scorso, per esempio, i Firewind, sempre come supporto, hanno fatto un tour europeo con i Rage (li abbiamo beccati a Salisburgo, il 10.01.2018 – recensione del concerto QUI), dove hanno suonato una scaletta piuttosto simile a quella di questa sera al Kino Šiška. La band è famosa soprattutto perché ci suona Gus G. Un virtuoso e mago della chitarra fuori dal comune, che stasera ha attirato a sé una bella fetta di pubblico. Quelli, ovviamente, sbavavano davanti alle incredibili follie e avventure soniche che questo abile virtuoso ha messo in scena per l’occasione. La formazione dei Firewind si completa con il tastierista e chitarrista Bob Katsionis (Serious Black), che in questa parte del tour, curiosamente, non suona la chitarra ma solo le tastiere, poi il cantante Hening Basse, il batterista Johan Nunez e il bassista Petros Christodoulidis. In tre quarti d’ora di esibizione la band ha messo insieme un puzzle musicale decisamente ben assortito, pescando da sei album della sua discografia, ovviamente con l’accento sul più recente »Immortals«, con cui hanno aperto lo show, sparando l’inno-assalto Ode To Leonidas e subito dopo We Defy. L’album ha fatto presa sui fan, visto che buona parte del pubblico ha cantato attivamente con Basse anche i ritornelli dei brani nuovi. Il centro dell’attenzione, comunque, era riservato al sensazionale Gus G. Ogni volta che arrivava il suo momento solista, si spostava dal lato destro al centro del palco, e il riflettore principale era sempre puntato diligentemente su di lui. Le salve di entusiasmo per le sfuriate di questo acrobata della chitarra si susseguivano a raffica. Anche la band, del resto, è una macchina perfettamente oliata, rodatissima e affilata. Il gruppo ha portato la sua esibizione al punto di ebollizione nella parte finale, quando ha tirato fuori il vecchio The Mercenary Man, oggi di culto tra i fan, ha condito il finale con la sorpresa tratta da »The Premonition«, ovvero Maniac (orig. Michael Sembello) – una cover riuscitissima – e ha chiuso il concerto con il «classico popolare» dell’album »Allegiance«, Falling to Pieces. Un tornado secondo l’approccio greco ultramelodico alla giurisdizione del power metal, che ha reso felici moltissimi presenti, in particolare la sempre più scatenata squadra di appassionati dalla vicina Croazia, habitué del Kino Šiška, che con la sua verve ha tenuto acceso l’andamento della serata dall’inizio alla fine. Ottima prova di un’ottima band!
Sui Queensryche quasi tutte le parole sono superflue. Quest’anno la band ha pubblicato il terzo album senza il cantante originale Geoff Tate, sostituito dal 2012 in formazione dall’altrettanto valido Todd La Torre. Quest’ultimo, ogni volta che serve, sa diventare una replica vocale incredibile di Tate. Anche se »The Verdict«, l’ultimo lavoro in studio, zoppica dietro i risultati migliori della prolifica e pittoresca carriera di questa formazione di altissimo livello, e anche se sembra che, nonostante il ritorno alla filosofia compositiva degli anni Ottanta, i Queensryche perdano a ogni nuovo album dell’era post-Tate un po’ di ispirazione e di acume creativo, a tenere in piedi il gruppo e al centro dell’attenzione delle masse è un enorme repertorio di classici di culto, che in un certo senso si è chiuso con »Promised Land« (1994). Diventa sempre più chiaro quanto fosse importante come compositore nel gruppo Chris DeGarmo.
All’inizio il suono era scadente, soprattutto la voce di La Torre si sentiva male, così come gli assoli di chitarra, ma al terzo pezzo, il classico NM 156, la cosa si è sistemata. Dei Queensryche di oggi sono rimasti in formazione solo due membri originali, il chitarrista Michael Wilton e il bassista Eddie Jackson; l’altro chitarrista, Parker Lundgren, è arrivato nel 2009, mentre il nuovo arrivato Casey Grillo (ex-Kamelot) è entrato quest’anno, quando Scott Rockenfield ha lasciato la band per dedicarsi alla famiglia. I Queensryche hanno servito una scaletta equilibrata, ovvero un’azzeccata combinazione di nuovo e classici di culto, anche se uno avrebbe voluto un quarto d’ora di tempo suonato in più e in scaletta almeno ancora I Don’t Believe In Love e/o Needle Lies. Ciononostante, la band si è più che fatta perdonare con la sorpresa definitiva dall’album “Rage For Order”, ovvero Screaming In Digital, che in scaletta stasera ha fatto a Walk In the Shadows, dallo stesso album, una compagnia più che degna. Poi c’è l’assalto Queen Of the Reich, che nella prima metà del concerto ha regalato il primo picco della serata con i Queensryche. Poi Silent Lucidity, ballata impegnativa, dove la band si è concessa qualche sbavatura (nei passaggi), l’ottimo anthem Operation: Mindcrime, un altro classico di “The Warning”, Take Hold Of The Flame, e la grande Eyes Of A Stranger, che in scaletta semplicemente non può mancare. Con quest’ultima la parte regolare si è chiusa fin troppo in fretta, mentre nel bis la band ha servito altri due classici dell’album “Empire” che si sentiva la mancanza di sentire (Jet City Woman, Empire) e ha salutato il pubblico. In effetti i Queensryche, con l’eccezione di La Torre, sul palco appaiono piuttosto statici, ma era così anche negli anni in cui cantava ancora Tate. In ogni caso, il saltellante La Torre ha colmato questo vuoto con dinamicità e agilità sceniche continue.
I fan potevano essere più che soddisfatti. Come detto, il set poteva essere un filo più lungo e, al posto di una Condition Human «stiracchiata», ci sarebbe stata meglio l’esecuzione di qualche altro classico di culto, magari due. Sono due piccole osservazioni su un’esibizione per il resto eccellente di un gruppo iconico, da sempre famoso per il suo carattere artistico raffinato e per una completa originalità compositiva, in cui nessun altro gruppo di questa galassia gli si avvicina minimamente. Un tributo speciale va al cantante Todd La Torre, che con il suo carisma, il suo carattere e la sua intensità emotiva ha riportato in vita con grande successo lo spirito dei classici di culto. La Torre si è avvicinato per un soffio alle caratteristiche vocali di Tate e, se chiudevi gli occhi, la riproposizione dei classici accendeva come se stessi ascoltando il vero originale. Una somiglianza incredibilmente penetrante di timbro, ovvero di colore vocale, mantiene nei Queensryche di oggi tutta la credibilità nell’esecuzione dei brani del primo EP e dei primi cinque album. Da qui non è nemmeno difficile trarre la conclusione finale che sia stato proprio l’arrivo di La Torre a salvare i Queensryche e a garantire al gruppo un’altra fioritura rinascimentale lungo un cammino che porta lentamente (e in silenzio) verso l’autunno della sua vita.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
MIRROR PLAIN
1. No. 1-0-7
2. Northstar
3. Judgement Day
4. Lost In Paradise
5. Sealed Off
6. Drown
FIREWIND:
1. Ode To Leonidas
2. We Defy
3. Head Up High
4. Few Against Many
5. World On Fire
6. Fire And the Fury
7. Mercenary Man
8. Maniac
9. Falling To Pieces
QUEENSRYCHE:
1. Launder the Conscience (intro registrata)
2. Blood Of The Levant
3. I Am I
4. NM 156
5. Man The Machine
6. Walk In The Shadows
7. Condition Human
8. Queen Of The Reich
9. Silent Lucidity
10. Operation: Mindcrime
11. Propaganda Fashion
12. Screaming In Digital
13. Take Hold Of The Flame
14. Eyes Of The Stranger
—bis—
15. Light Years
16. Jet City Woman
17. Empire































