Queensryche : Queensryche
Etichetta: Century Media Records
Data di uscita: 24.06.2013
Produzione:
James “Jimbo” Barton
Durata dell’album: 35.15 min
Genere: Art Metal
Queensrÿche senza Geoff Tate. Queensrÿche con Geoff Tate. Ho appena nominato due band. Due Queensrÿche. I Queensrÿche classici si sono separati da Tate e hanno arruolato nei loro ranghi Todd La Torre, che prima aveva dato una mano ai Crimson Glory, resuscitati per un po’. Tate, cacciato, ferito e particolarmente incazzato, dopo la cacciata si è messo insieme un gruppo di compari e oggi guida la sua versione dei Queensrÿche. Sulla scena regna quindi un casino del tutto inutile, dettato dallo scontro di egoni giganteschi e non dal buon senso. Si stropicciano le mani solo gli avvocati, nessun altro.
La squadra formata da Eddie Jackson, Scott Rockenfield, Michael Wilton, Parker Lundgren e, ultimo arrivato, Todd La Torre, a giudicare dal lavoro svolto finora da entrambe le formazioni dei Queensrÿche di oggi, è piuttosto un erede credibile di ciò che è rimasto dopo l’uscita di Tate, anche se pure lui ha pieno diritto di usare il nome Queensrÿche. Dopo «Promised Land» l’ego di Tate ha imposto la sua visione musicale agli altri membri, che per tutti questi anni hanno eseguito gli ordini senza fiatare. Fino alla rottura recente. Strano davvero. Ma non c’è altro modo di immaginarlo: devono essere stati zitti per tutto il tempo, a fare solo quello che Tate comandava.
Tate, in tutta la sua rabbia, ha fondato subito dopo l’addio la sua band Queensrÿche e in sostanza porta avanti la linea musicale degli album dei Queensrÿche usciti nel nuovo millennio. I suoi ex compagni, invece, in una situazione del genere hanno fatto la mossa più semplice: hanno messo insieme il materiale per un album che si riallaccia finalmente alle opere comprese tra il 1983 e il 1995. Il nuovo disco suona quindi molto classico. Semplicemente per una questione di «sopravvivenza». Per riconquistare i fan dei vecchi album dei Queensrÿche dovevano farlo, punto. Dopo quello che si sente su «Queensrÿche», non solo tutti andranno ancora più volentieri ai loro concerti, ma forse i Queensrÿche venderanno pure qualche copia in più (cosa che probabilmente gli manca dai tempi di «Promised Land»). Il nuovo album picchia dritto su quello che i Queensrÿche facevano negli anni Ottanta, ma anche su «Empire» (1990).
Su «Queensrÿche» però non bisogna buttarsi con troppa nostalgia, emozione ed entusiasmo. Perché ci si può accecare e farsi fregare in fretta. Più che altro, l’album «Queensrÿche» è una riproduzione ben riuscita e una rianimazione del vecchio spirito, che nella situazione attuale può essere solo un’approssimazione sicura e dignitosa dell’originale. Migliore non può essere in alcun modo. E nemmeno uguale. La chimica nel gruppo è completamente diversa rispetto agli anni Ottanta, quando i Queensrÿche, con le loro opere ispirate e rivoluzionarie, lasciarono un segno profondo nello sviluppo della musica metal. La Torre è una figura musicale eccezionale. Un profano lo scambia senza problemi per Tate sul nuovo album. Eppure la chimica nel 2013 è tutta un’altra cosa e i pezzi non trasmettono la stessa passione, la stessa smania indomita di dimostrare, lo stesso entusiasmo creativo e lo stesso carattere espressivo dei lavori classici dei Queensrÿche, anche se stilisticamente (per fortuna e come si sperava) il nuovo album si aggancia al periodo classico. Per sopravvivere, in questa situazione i Queensrÿche hanno scelto anche un titolo eloquente per il nuovo disco: «Queensrÿche»! Perfino i titoli lo lasciano intendere. L’opener X2 è in pratica un riassunto riconfezionato di Anarchy X da «Operation Mindcrime».
Del resto, il vecchio suono torna anche nella produzione. Armonie in terze, riff tagliati in pieno stile scuola anni Ottanta e anche il ritorno della produzione che restituisce l’eco devastante del rimbombo della batteria di Rockenfield, anche se è ancora ben lontana dalla perfezione produttiva dei dischi classici. E questo è, in fondo, il difetto principale del nuovo album. Una produzione assottigliata della sezione ritmica. Si sente che vuole catturare il passato degli anni Ottanta, ma ci si avvicina in modo poco efficace, con parecchia riserva.
La voce di La Torre, come detto, è un’altra storia. Un sostituto migliore di Tate non si poteva trovare. L’apparentemente insostituibile Tate è stato quindi rimpiazzato! Subito dopo l’opener X2 arriva Where Dreams Go To die, che punta dritta al periodo in cui nacquero «Operation Mindcrime» ed «Empire», e in tutto questo torna a soffiare l’autentico legame della band con le radici dell’«old school speed» metal della prima metà degli anni Ottanta (Vindication). Il resto dell’album usa la stessa ricetta e sarà fatto su misura per i nostalgici delle opere classiche del gruppo. Le due chitarre dialogano come se con La Torre fosse tornato nella band anche Chris De Garmo.
L’album è estremamente corto, appena 35 minuti buoni! I pezzi sono brevi, diretti, concisi. La band ha messo sul piatto una bella scorta di soluzioni compositive varie e «Queensrÿche» è un lavoro piacevolmente movimentato. Per i Queensrÿche come band è sempre stato tipico lasciare sui dischi qualche melodia di ritornello da memorizzare a tutti i costi. Anche «Queensrÿche» ne ha un po’. Il primo, che potrete cantarvi per l’eternità in tutta la sua contagiosità, è racchiuso nel ritornello di In The Light. Questo pezzo oggi sarebbe un classico, se fosse stato scritto nel 1988. Verso la fine c’è un ritornello del genere anche in Fallout, più veloce, uscita pure come singolo. La cupa semi-ballad A World Without è uno strano incrocio tra Sister Mary Suite e l’energia dei ritornelli autoriali di «Empire». Alla voce torna come ospite speciale Pamela Moore! Che ritornello! Un’inno-esaltazione tutta speciale sta nel ritornello di Vindication, il pezzo più veloce e pulsante del disco. Stavolta i ragazzi sono stati prudenti nello scrivere il materiale. Più che altro sempre sottomessi al riciclo delle idee della loro vecchia scuola compositiva.
D’altra parte, proprio la grande e piacevole varietà di motivi dell’album dimostra che i Queensrÿche hanno dovuto usare idee nate già da un bel po’, ma rimaste chiuse in un cassetto. Aspettavano da anni di essere realizzate. Il momento giusto è arrivato e hanno trovato posto su «Queensrÿche». Però non le hanno «ridipinte» più di tanto né rimaneggiate a livello di motivi. Alla band premeva moltissimo far uscire in fretta il nuovo disco.
Questo album farà felici soprattutto tutti voi che per anni avete sentito la mancanza dei Queensrÿche classici. Eccoli qui. Geoff Tate è stato sacrificato, ma i Queensrÿche sono rimasti in piedi. Nonostante «Queensrÿche» abbia ritrovato il contatto con gli anni Ottanta, è allo stesso tempo anche un nuovo inizio per la band. Che ora può respirare a pieni polmoni e guardare al futuro senza zavorre! Adesso però allentiamo un po’ la severità nei confronti del gruppo e lasciamo respirare anche noi. Ha passato un vero inferno. Per le prossime mosse della band, lasciamoci sedurre e sorprendere.
autore: Aleš Podbrežnik
voto: 8.5 / 10
Tracklist:
1. X2
2. Where Dreams Go to Die
3. Spore
4. In this Light
5. Redemption
6. Vindication
7. Midnight Lullaby
8. A World Without
9. Don’t Look Back
10. Fallout
11. Open Road
Formazione:
Todd La Torre – voce
Michael Wilton – chitarra
Parker Lundgren – chitarra
Eddie Jackson – basso
Scott Rockenfield – batteria, arrangiamenti orchestrali
MUSICISTI OSPITI:
Pamela Moore – voce nel brano n. 8
Andrew Reiher – violino, arrangiamenti orchestrali