Quo Vadis a Sisak pregano per Satana (2009)

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Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Skwhat / Sisak / Croazia
Data del concerto: 10.04.2009
Spettatori: 100
Prezzo del biglietto: 75,00HRK

In patria, il Canada, i Quo Vadis sono considerati una delle band più rispettate, e nel mondo del technical death metal hanno lo stesso status. Nel 2004 hanno sfornato il geniale Defiant Imagination e, proprio quando sembrava che dopo dieci anni di carriera i tempi migliori fossero finalmente alle porte, l’anno scorso è arrivata la notizia shock: se ne vanno il brillante batterista Yanic Bercier, il carismatico cantante Stephane Pare e il bassista Dominic Lapointe, sì, session, ma ottimo. E come se non bastasse, sono arrivati anche i problemi di salute del mastermind della band, il chitarrista Bart. Ma i Quo Vadis tengono duro, tenaci e testardi! Con la nuova formazione sono partiti per un breve tour europeo … And Who Prays For Satan?, e si sono fermati anche nella cittadina croata di Sisak, al club Skwhat.

A salire per primi sul palco sono stati i padroni di casa Gebiss Destroyer, che suonano una specie di miscuglio di grind, death e black metal. I ragazzi si sono sparati i loro trenta minuti come si deve, anche se non portano nessuna novità nel genere che suonano e a tratti suonano come una copia piuttosto mediocre di certi Brutal Truth. I due growler fanno il loro lavoro in modo concreto, la batteria è parecchio dinamica e travolgente, mentre le linee di chitarra purtroppo sono piuttosto scialbe e già sentite, e in compenso si nota eccome l’assenza del basso. I Gebiss Destroyer sul palco sono stati comunque senza compromessi ed energici, e si sono presi un bel sostegno da parte del pubblico, per quanto poco numeroso.

Poi è toccato alla band sperimentale/technical death metal Avicularia dalla vicina Velika Gorica. Proprio oggi i ragazzi hanno pubblicato il loro debutto Born to Be Vile, e anche a Sisak ne hanno suonato qualche pezzo; pare che la loro esibizione, una buona mezz’ora, sia stata registrata anche per un futuro EP live. Gli Avicularia in stile “take no prisoners” hanno massacrato lo Skwhat con un technical death metal influenzato soprattutto da band come Immolation, Gorguts, Origin e Necrophagist. I chitarristi e cantanti Igor e Domagoj hanno spremuto fuori gli ultimi atomi di energia e hanno dominato sia con le voci brutali sia con linee di chitarra parecchio sperimentali. Queste, a causa dell’impianto audio scadente, sono purtroppo uscite piuttosto sorde e impastate, ma si sente che i ragazzi hanno un grande potenziale, anche se è vero che gli manca ancora un po’ di chilometraggio e parecchia personalità e originalità in più. Il nucleo della musica degli Avicularia sono lunghi passaggi strumentali in cui i due chitarristi, e anche il bassista piuttosto statico, ci mettono l’anima, mentre il batterista, una belva piena di ottime idee e di cambi variegati, se la cava in modo eccellente.

Finalmente, verso le undici, sono arrivati anche i campioni canadesi del technical (melodic) death metal, i Quo Vadis. Dopo essersi accordati da soli e aver preparato il palco, le luci si sono spente, è partita la solita intro pomposa e sinfonica dei Quo Vadis e subito dopo una sventola: il fenomenale schiacciasassi Silence Calls the Storm dall’album Defiant Imagination. Purtroppo proprio su questo incredibile mini-capolavoro di cinque minuti di technical death metal l’audio ha fatto parecchi scherzi con un fastidioso fischio, ma nemmeno questo ha cambiato il fatto che i Quo Vadis tornano in forma eccellente. La nuova formazione è già benissimo rodata e, nonostante qualche piccola sbavatura e molti scettici (me compreso), i Quo Vadis continuano a funzionare come una macchina ben oliata. Il timore più grosso riguardava proprio il posto del batterista, perché sostituire uno dei migliori e più sottovalutati batteristi del metal, Yanic Bercier, non è uno scherzo. Be’, Patrice Hamelin (Martyr), nonostante i dubbi iniziali, ha fatto un lavoro fantastico, e di un concerto suonato così alla batteria sarebbe fiero anche Yanic. A Patrice i piedi volavano sul doppio pedale come per scommessa, ha pestato senza pietà sui tom e non si è dimenticato nemmeno un po’ dell’uso “trademark” dei piatti dei Quo Vadis, che rendeva il drumming di Yanic così riconoscibile. L’altra preoccupazione era il posto del bassista, visto che le linee di basso disumanamente belle dell’ultimo album le ha suonate nientemeno che il dio dei bassisti metal, Steve DiGiorgio, mentre dal vivo i compiti al basso li svolgeva altrettanto bene Dominic “Forest” Lapointe. A Bart non è servito cercare troppo a lungo, perché il nuovo “bassista” l’ha trovato nella sua stessa band. Al posto del bassista è salita così una bassista, Roxanne Constantine, che aveva già dato una mano alla band come tastierista ed è “colpevole” anche degli inserti classici sull’album Defiant Imagination. Che Roxanne sia una bassista con i fiocchi l’ha dimostrato subito, dato che dominava le difficili linee di basso come se niente fosse. La coppia di chitarristi fa il suo lavoro, ovviamente, in modo spettacolare, “with flying colours”: riff fantastici si susseguono uno dopo l’altro, mentre gli assoli extraterrestri Marc-Andre Gingras e il mastermind della band Bart Frydrychowicz se li passano come una pallina da ping pong. Oltre a un suono assassino, Bart, nonostante delle sue ginocchia sia rimasto ben poco di originale (la band si è fermata per qualche mese per le sue operazioni alle ginocchia, in cui gli hanno infilato un bel pezzo di ferro) e zoppichi come un vecchio soldato, sul palco dà tutto. Si scapoccia, urla e con la chitarra si rovescia praticamente in prima fila. Un contatto più genuino con il pubblico non lo vivi quasi mai. Per finire, c’è il nuovo cantante Trevor Birnie, che ha preso il posto dell’ottimo Stephane Pare. Purtroppo proprio sulla nuova voce la formazione traballa un po’, perché Trevor ha una voce non necessariamente peggiore, ma di sicuro parecchio diversa da quella di Stephane. Così già il growl iniziale di 17 secondi in Silence Calls the Storm gli ha messo addosso insicurezza e l’ha sputato fuori in due parti. Anche per il resto Trevor non è ancora abituato alle linee cantate veloci, che non di rado ingoia, mentre mescola spesso un growl più profondo con urla più alte, quasi grind. Dal punto di vista vocale Trevor è quindi una discreta delusione, speriamo si stia ancora scaldando, ma come frontman fa comunque un lavoro eccellente, perché col pubblico crea un contatto genuino ed energico, e con il pezzo Tunnel Effect, con l’aiuto di Bart, è riuscito persino a tirare su un “wall of death”. Hanno diviso la sala in Zagabria (lì avevano suonato il giorno prima) e Spalato (lì avrebbero suonato il giorno dopo) e con l’attacco del pezzo hanno scatenato un vero caos sotto il palco. Sulla setlist non c’è bisogno di sprecare parole: in un’ora e un quarto hanno infilato un best-of di pezzi dai tre album in studio, e Defiant Imagination l’hanno suonato per intero. Che si tratti di schiacciasassi di questo album come Break the Cycle, Fate’s Descent dedicata a Chuck Schuldiner, di classici più vecchi come gli incredibili On the Shores of Ithaka, Absolution e Hunter/Killer, o di capolavori mid tempo come Dead Man’s Diary, in cui brilla il basso di Roxanne, i Quo Vadis non sbagliano un colpo. Se solo qualche mese fa il destino della band poggiava su fondamenta un po’ traballanti, i Quo Vadis tornano forti, e se la ragazza e i ragazzi davanti a un pubblico di appena un centinaio di teste allo Skwhat suonano come se avessero davanti la folla di millecinquecento persone del DVD Defiant Indoctrination, per il futuro della band non c’è niente da temere!

Foto: Aleš Podbrežnik

Setlist

Quo Vadis: 1.Silence Calls the Storm 2.Absolution 3.Break the Cycle 4.In Contempt 5.On the Shores of Ithaka 6.Tunnel Effect 7.Hunter/Killer 8.Fate’s Descent 9.Dead Man’s Diary 10.To the Bitter End 11.Point of No Return: Mute Requiem 12.Legions of the Betrayed

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