Radlands

0 3

Artista: Mystery Jets
Etichetta: Rough Trade Records
Uscita: year
Durata: 52:00
Voto: 3.5/5

Gli indie rocker inglesi, eccentrici fino al midollo, Mystery Jets vengono dal sud-ovest di Londra, più precisamente dal quartiere bohémien di Eel Pie Island (un isolotto in mezzo al Tamigi). L’isola è famosa soprattutto per aver ospitato la più grande comune hippie d’Inghilterra e per l’Eel Pie hotel, dove negli anni Sessanta tennero i loro primi concerti gruppi e musicisti come The Beatles, The Rolling Stones,  The Who, Pink Floyd, The Yardbirds, Davie Bowie… I Mystery Jets nascono ufficialmente intorno al 2004, anche se il sodalizio tra i due protagonisti principali della band, il cantante Blaine Harrison e il chitarrista William Rees, va avanti già dai tempi delle elementari. All’inizio della loro avventura la band ha attirato l’attenzione per tre motivi. Il primo è che il cantante Blaine è disabile (ha la spina bifida, che nel suo caso significa una paralisi parziale dei muscoli delle gambe), il secondo che nel gruppo suona(va) anche suo padre Henry Harrison. Le due cose sono collegate, dato che il padre ha sempre fatto un po’ da angelo custode a Blaine, cosa comprensibile vista la malattia. Dopo il primo album Henry è passato in secondo piano, lasciando ai ragazzi (oltre al cantante Harrison e al chitarrista Rees, la formazione comprendeva il batterista Kapil Trivedi e il bassista Kai Fish) piena libertà nel plasmare band e musica. Il terzo motivo erano i concerti guerriglia (sul modello dei The Libertines), suonati a sorpresa in giro per tutta Londra, per lo più proprio sull’Eel Pie Island di casa.

»Radlands« è il quarto album in studio della band. Il selvaggio, giocoso e progressivo esordio »Making Dens« si potrebbe descrivere anche come una specie di ode alla loro più grande fonte d’ispirazione, Syd Barrett (che, insieme ai Pink Floyd dell’epoca successiva, a Hendrix, Bowie e Fripp, è stato l’influsso più forte sulla band). Il secondo album »Twenty One« li ha sparati nell’orbita »mainstream«. Un mix di melodie zuccherine e testi contagiosi ha partorito brani molto apprezzati e lodati dalla critica come Two Doors Down, Young Love, Flakes e Half In Love With Elizabeth. In quel periodo si sono imposti anche come ottimi musicisti dal vivo, che condivano sempre i loro show con un look stravagante sul palco. Il terzo album, il sensuale »Serotonin«, è quello meglio accolto dalla critica, mentre presso il grande pubblico non ha bissato il successo del predecessore. Dal punto di vista musicale lo si può definire al meglio come electro-art-pop-rock sognante.
Il sound della band si può riassumere come la fusione di quattro ingredienti: malinconia, psichedelia, melodie contagiose e la voce fragile ma angelica del frontman Harrison.

”Il quarto album lo faremo lontano da casa…” ripeteva Blaine Harrison alla fine del tour di Serotonin. Il chitarrista William, nella prima e per ora unica intervista dopo l’uscita di »Radlands«, ha rivelato che la scelta di scrivere e registrare l’album fuori Londra è legata alla mancanza di ispirazione che la città non riusciva più a dargli. I Mystery Jets sono sempre stati una band londinese, tutti e tre i loro album precedenti li hanno scritti e registrati a casa, quindi questa overdose di Londra non è niente di strano. L’ispirazione l’hanno trovata, grazie al film Badlands di Mallick, dall’altra parte dell’oceano, lungo il fiume Colorado in Texas. Si sono sistemati in una casa di legno in riva al fiume, di giorno scrivevano canzoni, di notte registravano o si divertivano. Il nome dell’album nasce come incrocio tra Badlands (il film di Mallick) e Redlands (la tenuta inglese di Keith Richards, dove i Rolling Stones subirono la famosa perquisizione per possesso di droga), e lo si può leggere come un ponte tra una band di chitarre inglese e un paesaggio da vagabondi lungo il fiume Colorado. Anche il loro studio texano l’hanno chiamato Radlands. Harrison dice che volevano registrare un album che suonasse come appare il film Badlands di Mallick.

Mentre tutta la scena mainstream inglese si nutre di ritmi dubstep e altra elettronica, i Mystery Jets decidono di fare ”la loro versione” di un disco country. L’album è sì segnato da influssi di country, americana, folk, blues e western, ma conserva comunque una sostanza genuinamente ”mysteryjetsiana” e si avvicina in buona parte agli ultimi lavori delle band ”sorelle” inglesi: The Maccabees e Foals, e perfino Bombay Bicycle Club. Radlands è senza dubbio la loro creatura più matura, ma anche la più cupa. È molto più introspettivo e personale di Serotonin e segna una vera svolta rispetto agli altri album. Sono presenti soprattutto l’aspetto esistenziale e quello religioso. Dal punto di vista del genere, l’album è difficile da etichettare in modo univoco; ha elementi di desert rock, porta con sé l’eredità dei generi musicali autoctoni americani, ma anche un cuore malinconicamente inglese. È il primo album concettuale della band, che racconta la storia di Emmerson Lonestar, musicista vagabondo per l’America, in cerca d’amore e lamentoso per le storie finite male. Questo personaggio fittizio, Emmerson Lonestar, è qualcuno su cui i membri dei Mystery Jets hanno potuto proiettare le proprie esperienze. L’intero album si basa su storie personali reali.

Dopo un primo album più o meno di successo, di solito è il secondo a rivelarsi proverbialmente decisivo (sia per l’esistenza stessa della band, sia per la formazione e il livello musicale), perché conferma o smentisce la tesi delle meteore. I Mystery Jets questo scoglio l’hanno già superato e hanno dimostrato il proprio valore, ma il quarto album, oltre a una svolta musicale più sperimentale, ha portato anche un cambio di formazione. Per i membri della band è stato un bel colpo quando, un mese prima dell’uscita dell’album, il carismatico bassista Kai Fish ha annunciato che lasciava il gruppo. Già l’autunno scorso, con l’uscita del disco solista Life In Monochrome, Fish aveva fatto capire di non essere più così dentro alla band madre. Per il tour hanno quindi allargato la formazione con due nuovi membri, il bassista Peter Cochran e il pedal steel guitarist Kieran Morrison.

L’album si apre con la title track ‘Radlands’, introdotta da una linea delicata, polverosa e malinconica di basso e chitarra, che con i suoi toni alti e ripetitivi evoca una sensazione di elevazione simile all’inizio di Spanish Sahara dei Foals.  Già i primi due versi, memorabili e pieni di spirito, ribaltano il tutto in modo significativo: ”I’ve heard there’s a place where we go to die / It’s a terribly overrated horse-shit shaped hole in the sky”. Il brano alza la tensione a ogni secondo, spinta ancora di più da accordi emotivi che esplodono. Nel ritornello, grazie a una pedal steel indimenticabile, la canzone accelera ancora e ci trascina in una vera estasi di entusiasmo. Versi meravigliosi si susseguono uno dopo l’altro (ad es.: We both know nothing is quite as it seems…/The future gets shorter the longer we wait). Il finale è catartico e liberatorio. Il pezzo è in realtà una vera trasposizione, anzi un’associazione perfetta, del film Badlands di Mallick. Si tratta di una storia fantastica su una coppia in fuga dalla polizia. Parla di paradiso, inferno e mortalità. Porta con sé un’eredità vitalista: vivi finché puoi. Vivi, così la tua vita non finirà troppo presto. Il brano è molto springsteeniano, e non se ne vergognerebbe nemmeno un Tom Petty. La seconda traccia dell’album si chiama ‘You Had Me At Hello’. La definiscono il suono marcato del basso, che dialoga alla grande con la chitarra acustica, e il caldo overdrive di chitarra durante il ritornello. Una canzone che strazia il cuore, piena di spirito, in cui il verso più bello è questo: ”I want you to love me as if you’ve got no principles”. Il pezzo funziona come una specie di omaggio agli Eagles, ma musicalmente è molto vicino anche ai Fleetwood Mac e a Neil Young. La traccia successiva, ‘Someone Purer’, è per ora l’unico singolo del disco. Interessante anche il fatto che abbiano girato due videoclip, uno per il mercato anglo-europeo e l’altro per quello americano. È senza dubbio una delle migliori canzoni dei Mystery Jets. Harrison dice che il brano parla del saper vedere il bello nelle cose e del fatto che dobbiamo osare. L’inizio è lento e depresso, ma proprio come in Radlands si apre e si apre in un crescendo di tensione. Il chitarrista Rees riesce a far salire il pezzo con un magico riff in tremolo, di cui non si vergognerebbe nemmeno il celebre The Edge degli U2. Il brano si interroga sul senso della vita e sulla nostra battaglia interiore. Lo scontro con se stessi, con la propria purezza, con l’altro che abbiamo dentro. Un confronto crudele con noi stessi. Da bambino sei ancora privo di peccati; per questo coi ricordi si torna continuamente indietro. La soluzione sta nella speranza, nel positivo: nonostante errori e peccati bisogna andare avanti; il ritornello funziona come un nuovo inizio, come un impulso al cambiamento: ”So deliver me from sin / give me rock and roll”. Ricorda alcuni pezzi degli Arcade Fire. I primi tre brani formano un’ottima triade. Da qui in poi le canzoni non sono più così convincenti, ma ci aprono comunque una nuova dimensione ”americana” dei Mystery Jets, a cui finora non eravamo abituati.

La quarta traccia si chiama ‘The Ballad Of Emmerson Lonestar’. È una canzone che ci descrive il protagonista dell’album. La impreziosiscono un ottimo fingerpicking, la slide e armonie splendide. Le influenze folk e country qui sono evidentissime. Tra i musicisti più recenti si sente un sapore alla Bon Iver, mentre tra i più vecchi ricorda alcuni lavori di John Mellencamp. Sotto questo pezzo ci potrebbero stare benissimo anche i Mumford & Sons. ‘Greatest Hits’ diventerà sicuramente il più grande hit sugli hit. Di meta-hit musicali così ce ne sono pochi. Con questo brano i Mystery Jets dimostrano di saper ancora scrivere una hit pop. Senza dubbio la Two Doors Down di questo album. È una hit spiritosa, leggera, estiva, da ”sha-la-la”, con parecchi versi affascinanti, come ad esempio questo: ”No way your having ‘This Nation’s Saving Grace’ you only listen to it when / Your pissed / But when you sober up it’s always “Why the fuck are you still listening to / Mark E. Smith?” La canzone racconta di una coppia che, alla fine della storia d’amore, si spartisce anche la collezione di album che amavano: ”You can keep ‘No Need to Argue’ and I’ll keep ‘The Aeroplane Over the Sea”. Il pezzo è molto citazionista e ci si ritrovano album o canzoni di queste band: ABC, Talking Heads, Lemonheads, Roxy Music, Show Of Hands, The Cranberries, Neutral Milk Hotel, Belle & Sebastian, The Kinks, The Minutemen, Paul McCartney & Wings e The Fall. Ma ha un (piccolo) difetto. A tratti sembra una versione di serie D di Stuck In The Middle With You degli Stealers Wheel, band attiva a metà degli anni Settanta. Šesta… la sesta canzone, ‘The Hale Bop’, sembra una specie di ibrido tra la musica dei Bee Gees, degli Scissor Sisters e degli strambi canadesi Of Montreal: un country funk luminoso, mescolato con elementi di disco. Una combinazione così strana che anche dopo il quindicesimo ascolto non riesco a decidere se mi piaccia o no. Interessante lo è di sicuro. Da segnalare il falsetto affascinante di Harrison. ‘The Nothing’ si lancia nell’esplorazione dell’ignoto e si pone domande su noi stessi e sulla possibilità stessa di trovare risposte, visto che siamo un mistero anche per noi stessi. L’inizio parte con una maniera elettro alla Gorillaz, ma dopo una decina di secondi si scioglie in una ballata sognante (sembra una ninna nanna) ed eterea. Il ritornello in falsetto, emotivo e potente (”bring me back as something beautiful”), ti può far venire le lacrime.

Il tocco anni Sessanta lo porta l’ottava traccia, ‘Take Me Where The Roses Grow’ . Al duetto tra il chitarrista Rees e l’unica ospite dell’album, Sophie-Rose Harper, manca ancora qualcosa in più, un po’ di grinta emotiva, per fare del pezzo un capolavoro. Anche una bellissima linea di slide, voci dolci e un testo d’amore (”Take me where the roses grow  / To the place where no one knows.”) a volte non bastano. ‘Sister Everett’ è un’ode a un’evangelica che Rees ha incontrato in aereo (e che voleva convertirlo alla fede). Organo Hammond e pedal steel creano un’atmosfera country-folk tradizionale, mentre una batteria decisa fa salire di continuo la tensione e sembra che il pezzo stia per esplodere da un momento all’altro, ma poi arriva qualcosa di ancora meglio: un finale da inno con le coriste gospel. Il pezzo ricorda un po’ Honky Tonk Women dei Rolling Stones. Il finale da inno sfuma senza che te ne accorgi nella penultima canzone dell’album, l’urbana ‘Lost in Austin’. Secondo me è il pezzo migliore del disco e supera di slancio anche le ottime prime tre. Brillante. Dura ben sei minuti e mezzo. Parla di un crollo da droga nel mezzo del Texas. Ha una struttura epica: contiene riff hard rock pesanti, ma anche sezioni più calme e ipnotiche. È una vera power ballad. La voce di Harrison va dal solito fragile e vulnerabile al decisamente ruvido e divinamente potente. Il finale del pezzo è simile a quello di ‘Radlands’, ti manda in una vera estasi di saltelli e ballo. L’album si chiude con ‘Luminescence’, un lamento acustico e in lutto (“You still swim around the canals of my head like cocaine / and yes, it feels good, but not half as it would if you’d stayed.”). Ce la si immagina benissimo come canzone da falò. Ha un effetto rilassante e ci riporta di nuovo all’inizio dell’album.

Con l’album »Radlands« i Mystery Jets probabilmente si aprono finalmente anche le porte dell’America. Hanno allargato ancora di più il loro paesaggio sonoro; l’esperimento ‘americana’ è riuscito in gran parte. Eppure a questo album manca la compattezza e la coesione che avevamo trovato nel predecessore, “Serotonin”, anche se è il loro primo disco concettuale. Non è un colpo al primo ascolto come lo era Twenty One, ormai quasi diventata un pezzo popolare. Per progressività è senza dubbio il più vicino al loro caotico esordio “Making Dens”. Chi ha visto il film Badlands di Mallick sentirà sicuramente i collegamenti tra i due. L’intera estetica, la tipografia della copertina, tutto si appoggia in modo evidentissimo a quel film cult degli anni Settanta, e non solo: tutto il disco sputa associazioni con la cultura (pop) americana degli anni Sessanta e Settanta; a volte hai perfino la sensazione che il punk non sia mai successo. Ma non è nemmeno un male. L’album sta in piedi e funziona. Quest’estate un loro live a uno dei festival nei dintorni non è da perdere. 

Formazione

Blaine Harrison – voce, chitarra acustica, chitarra elettrica
William Rees – chitarre elettriche, tastiere
Kai Fish – basso, tastiere
Kapil Trivedi – batteria, percussioni

Produzione

Dan Carey & Mystery Jets

Tracklist

1. Radlands
2. You Had Me at Hello
3. Someone Purer
4. The Ballad of Emmerson Lonestar
5. Greatest Hits
6. The Hale Bop
7. The Nothing
8. Take Me Where the Roses Grow
9. Sister Everett
10. Lost in Austin
11. Luminescense

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie