Recollections

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Asia Featuring John Payne
Etichetta: Water Music Records
Uscita: 2014
Voto: 4/5

John Payne è noto alla maggior parte degli appassionati di buona musica soprattutto come storico cantante e bassista della superband prog rock/AOR Asia. Dopo aver contribuito, tra il 1991 e il 2005, a creare alcuni dei migliori album nella storia di questa band di culto, nel 2006 si è beccato una doccia fredda: i membri degli Asia hanno deciso di rimettere insieme la formazione originale/classica e il suo storico collaboratore, il tastierista Geoff Downes, lo ha ‘lasciato a piedi’. Payne non riusciva proprio a rassegnarsi alla fine del loro sodalizio, così ha cercato in tutti i modi di tenere in vita la sua versione degli Asia. E in questo contava anche sul sostegno di una fetta più piccola di fan degli Asia, quelli che preferivano il periodo con Payne alla voce e al basso.

Nel frattempo ha pubblicato con il nome della sua nuova band GPS l’album »Window to the Soul« (2006), che conteneva parte del materiale destinato a un album degli Asia mai registrato, intitolato »Architect of Time«. A quel disco ha partecipato anche lo storico tastierista degli Spock’s Beard Ryo Okumoto, che però non aveva alcuna intenzione di entrare a far parte degli Asia di Payne. Dopo una snervante battaglia per ottenere giustizia, Downes, John Wetton, Steve Howe e Carl Palmer gli hanno finalmente permesso di portare avanti la sua band con il nome Asia Featuring John Payne. La versione ‘alternativa’ degli Asia ha così preso vita nel 2007, quando Payne ha unito le forze con il chitarrista Guthrie Govan (un altro membro storico degli Asia), il batterista Jay Schellen e il tastierista Erik Norlander.

Con questa formazione hanno pubblicato il live »Extended Versions« (2007) e hanno re-inciso uno standard degli Asia, »Military Man«, uscito nel 2009 in formato EP, dopodiché Govan ha deciso di lasciare. Il suo successore alla chitarra, Mitch Perry, non ha funzionato. Anche la collaborazione con Bruce Bouillet è durata poco. Nel 2011 Payne ha risolto i problemi con i chitarristi imbarcandone direttamente due: Jeffrey Kollman e Moni Scaria. Nel 2012 è uscito, come singolo digitale e video, un nuovo brano intitolato »Seasons Will Change«, mentre l’uscita annunciata dell’album in studio è stata rimandata più volte. Il primo album in studio di Asia Featuring John Payne avrebbe dovuto chiamarsi »Architect of Time«, poi il titolo è stato cambiato in »Americana«, ma vedremo cosa ci riserverà il futuro (speriamo prossimo).

Molti fan di Payne, nel frattempo, erano diventati parecchio impazienti di fronte all’attesa del primo album in studio della sua versione degli Asia, così lui li ha consolati un po’ con l’uscita di »Recollections – A Tribute to British Prog«. Quest’ultimo contiene cover di alcune leggende del prog rock come King Crimson, Yes, Emerson, Lake & Palmer, The Moody Blues, Camel, Jethro Tull, UK, The Alan Parsons Project e Barclay James Harvest; tutti nomi che hanno influenzato in modo decisivo il percorso musicale di Payne, e per questo ha deciso di dedicare loro un omaggio con le cover di alcuni dei loro classici più amati. Per i fan di Asia Featuring John Payne, che sono perlopiù appassionati di rock progressivo, AOR e classic rock, la parte più interessante sarà sentire come Payne e soci hanno rifatto questi evergreen del prog, imprimendoci con l’aiuto di una produzione moderna un marchio sonoro del tutto personale.

Asia Featuring John Payne non fanno giri di parole e aprono la scaletta delle cover con una pregevole interpretazione dello strumentale di The Alan Parsons Project »Sirius«, una delle opening track più pompose di sempre, dove le linee di chitarra in fase di produzione sono messe ancora un po’ più in evidenza rispetto all’originale. Segue il ‘passaggio’ logico nel grande successo »Eye In The Sky«, che con un arrangiamento d’apertura un po’ diverso procede nei binari prevedibili e, nel complesso, nelle mani della ciurma di Payne risulta molto interessante, anche se manca un po’ la nostalgia vocale originale, quella che sapeva evocare solo Eric Woolfson. Tra i classici degli Yes, Payne e i suoi compari hanno scelto il commerciale »It Can Happen«, dal periodo ‘pop’ della leggendaria band, il che, vista l’affinità stilistica tra gli Asia originali e gli Yes di allora, non sorprende nemmeno più di tanto. Le scale orientaleggianti suonano praticamente identiche alla versione originale, mentre le armonie vocali alte sono cantate ‘come si deve’, il che significa una riproduzione fedelissima della versione originale di questo evergreen degli Yes. Anche le armonie vocali femminili ospiti sono un’aggiunta interessante.

La fratellanza di Payne è molto più prevedibile quando si tratta di scegliere lo standard dei King Crimson: tra tutti i brani possibili va sul più famoso, cioè »Court Of The Crimson King«, che nel 2001 era stato rifatto in modo interessante anche dagli heavy metaller inglesi Saxon. Gli arrangiamenti eterei di flauto qui ovviamente saltano, ma resta comunque un’interpretazione dignitosa, che per durata non resta nemmeno troppo indietro rispetto all’originale, anche se non riesce a far rivivere del tutto l’atmosfera di partenza. Norlander dimostra di cavarsela altrettanto bene al mellotron come con le altre tastiere, mentre Payne nel ritornello a più voci riesce a ricreare l’originale clima mistico. Sarebbe stato illusorio aspettarsi che Asia Featuring John Payne scegliessero tra i classici dei Camel qualcosa di eccessivamente complesso, quindi non stupisce la scelta dello standard commerciale e accessibile »Highways Of The Sun«, che con il suo allegro ritornello sembra fatto apposta per l’interpretazione vocale dello storico cantante/bassista degli Asia. I The Moody Blues sono rappresentati dalla cover del successo »I Know You’re Out There Somewhere« del loro periodo synthpop, che nella versione degli Asia di Payne risulta piuttosto fedele all’aspetto originale del pezzo, e questo vale soprattutto per il suono retrò anni Ottanta dei sintetizzatori.

Una delle cover migliori è, un po’ a sorpresa, »Rock And Roll Star«, che a suo tempo erano soliti eseguire i Barclay James Harvest. Nella versione originale la canta il bassista dei BJH Les Holroyd, dalla voce ‘altissima’, mentre Payne, con il suo approccio vocale molto più ruvido, ha portato in questo standard malinconico una dose maggiore di potenza. Ottime armonie di chitarra e voci multiple aggiungono un pizzico di fascino nostalgico in più, che nella versione originale non si percepiva. È piuttosto ironico che Payne abbia deciso di includere tra le cover dei classici prog anche l’evergreen degli UK »Nothing To Lose«, cantato in origine dal suo predecessore/successore negli Asia John Wetton, il che vuol dire che dal punto di vista vocale il pezzo gli calza a pennello. Uno dei pochi brani degli UK più orientati al commerciale, nella veste di Payne ricorda ancora più del solito i classici Asia, mentre le armonie vocali suonano quasi ancora più drammatiche che nella versione originale.

Più di uno storcerà il naso davanti al fatto che Payne, fra tutti i classici dei Jethro Tull possibili, abbia scelto proprio »Locomotive Breath«, il loro evergreen più famoso, ma a modo suo è una scelta abbastanza logica, visto che si tratta di uno degli standard dei Tull più hard rock e più sapidi. Nell’interpretazione di Payne ha subito una trasformazione enorme: il flauto è stato sostituito del tutto da passaggi di chitarra e il ritmo è segnato dai campionamenti elettronici dei sintetizzatori di Norlander. Una versione di »Locomotive Breath« molto più breve, moderna ed elettronica non sarà di certo di gusto per tutti i tradizionalisti del prog, ma se non altro è rielaborata in modo piuttosto rinfrescante. La splendida ballad degli ELP »Lucky Man«, nonostante la struttura apparentemente semplice, rappresenta una bella sfida, perché è difficilissimo ricreare l’atmosfera commovente dell’originale. Payne ha preferito spostare in acque epiche il clima originale, spiccatamente malinconico, e con l’aiuto di buone armonie di accompagnamento è riuscito a cogliere l’essenza lirica di questo evergreen. L’assolo finale di Norlander al mini moog, poi, è un discreto avvicinamento all’improvvisazione originale di Emerson.

La versione degli Asia targata Payne piazza su »Recollections« una serie di cover più o meno riuscite, ma per lo più parecchio interessanti, di alcuni classici del prog rock: per i fan sarà senz’altro molto più facile aspettare l’uscita del loro primo album in studio con questa raccolta nelle orecchie. Alcune scelte tra gli evergreen del prog, nella nuova veste, funzionano alla grande, mentre le altre restano un po’ troppo incastrate nei binari prevedibili per piacere a tutti i gusti. Per queste cover, che più o meno sono una specie di riscaldamento prima del primo album in studio, Payne e gli altri membri dei suoi Asia non si porteranno a casa la medaglia d’oro, ma ogni tanto è comunque bello vedere che il carismatico cantante/bassista si ricorda da dove vengono le sue radici musicali.

Formazione

John Payne – voce, basso, chitarra
Jay Schellen – batteria, percussioni
Erik Norlander – tastiere, cori
Jeffrey Kollman – chitarra, cori
Moni Scaria – chitarra, cori

Produzione

John Payne

Tracklist

1. Sirius (orig. The Alan Parsons Project)
2. Eye In The Sky (orig. The Alan Parsons Project)
3. It Can Happen (orig. Yes)
4. Court Of The Crimson King (orig. King Crimson)
5. Highways Of The Sun (orig. Camel)
6. I Know You’re Out There Somewhere (orig. The Moody Blues)
7. Rock And Roll Star (orig. Barclay James Harvest)
8. Nothing To Lose (orig. UK)
9. Locomotive Breath (orig. Jethro Tull)
10. Lucky Man (orig. Emerson, Lake & Palmer)

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