Remember the Future
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Nektar
Etichetta: Bellaphon
Uscita: 1973
Durata: 35:33
Voto: 5/5
Con il capolavoro concettuale “Remember the Future”, i leggendari space rocker Nektar hanno vissuto la loro grande svolta, entrando nel novero delle band progressive rock europee più riconoscibili, mentre in una cerchia ristretta di appassionati con l’orecchio fino per le avventure sonore sfrenate e le atmosfere esoteriche godevano di grande rispetto già da un pezzo. Questo lavoro ambiziosissimo, che ancora oggi, perfino nelle più diverse comunità prog, resta sorprendentemente trascurato, grazie ai numerosi piazzamenti altissimi nelle classifiche ha regalato loro il più grande successo commerciale di sempre, soprattutto nella Germania che li ospitava, dove di norma stava la base operativa di questi peculiari inglesi. Sorprendente è stato anche il riscontro negli USA, dove ha raggiunto lo status di disco d’oro, facendoli diventare una delle rare band progressive rock con vendite altrettanto solide su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Molto più importante del fatto che li abbia piazzati sulla mappa musicale mondiale è però il suo volto musicale: insieme a “Recycled” (1975) si divide lo status di loro miglior lavoro. Qui hanno vissuto il primo importante cambiamento sonoro, abbandonando in buona parte le lunghe improvvisazioni psichedeliche e gli oscuri approcci blues rock del passato per sviluppare un suono molto più raffinato. Un suono basato soprattutto su polifonie ipnotiche, pattern ritmici di tinta funk e armonie malinconiche a più voci. Il pilastro del loro sound era sempre l’immenso chitarrista e cantante Roye Albrighton, che con le sue acrobazie chitarristiche eclettiche confermava lo status di uno dei chitarristi più originali degli anni Settanta. Le onde ambient delle tastiere, in particolare i pattern eterei di sintetizzatore firmati Allan “Taff” Freeman, garantivano un’atmosfera astrale protettiva con cui allargavano ulteriormente il proprio suono verso dimensioni del tutto imprevedibili.
“Remember the Future” è in sostanza una magnifica epopea prog rock concettuale che i Nektar, a causa del limite di durata dei vinili di allora, hanno diviso in due parti. I singoli arrangiamenti e le armonie sono stati costruiti attorno a due motivi di base, e cioè “Questions and Answers” e “Let it Grow”. In linea con la loro reputazione di imprevedibili costruttori di collage sonori arcobaleno, le due metà della suite “Remember the Future” sono completamente diverse tra loro e offrono una marea di atmosfere variegate. Mentre la prima metà è perlopiù saltellante, con una scorpacciata di finezze ritmiche funk e passaggi di rock duro, la seconda parte è molto più malinconica e riflessiva, con un uso massiccio della slide di Albrighton.
L’inizio del viaggio cosmico tra i “ricordi del futuro” è annunciato da una melodia giocosa con tante voci sovrapposte nel ritornello e da una base di ritmi funk di cui si occupa con zelo soprattutto il bassista Derek “Mo” Moore. Rispetto ai loro esperimenti psichedelici perlopiù oscuri del passato, qui i Nektar mostrano per la prima volta in modo più deciso il loro talento nel creare melodie raffinate e seducenti. Allo stesso tempo mantengono la loro malinconia celtica protettiva, senza tirarsi indietro di fronte a finezze da rock duro, soprattutto grazie al sottile modo in cui Albrighton piazza frasi di chitarra incisive. I motivi dell’epopea cambiano di minuto in minuto. Uno dei vertici della prima parte della suite è il ritornello epico con possenti polifonie, in mezzo a cui scorrono armonie delicate di chitarra e tastiere. Un ruolo importante nel costruire l’atmosfera drammatica lo ha anche la performance vocale straordinariamente sensibile di Roye. Verso la chiusura della prima metà arriva una sezione strumentale ramificata, in cui i singoli strumenti si scontrano in modo pittoresco, mentre le voci spingono il brano verso una parte sperimentale-psichedelica, dove regnano spiritose finezze di sintetizzatore.
La seconda metà della suite per molti versi è ancora più interessante della prima, perché contiene una dose ancora maggiore di armonie esoteriche e di struggenti assoli di slide di Albrighton, con cui riescono a creare una quantità di atmosfere profonde e variegate. Con stacchi ritmici occasionali costruiscono una dolce melodia pastorale, basata su polifonie eteree e sull’elegante disposizione di accordi di chitarra scelti. A un certo punto mettono in piedi una sezione goliardica in cui pullulano effetti wah-wah di chitarra, passaggi bluesy e movimentate linee funk di basso. Con i ritmi cavalcanti della batteria di Howden si spostano in una sezione semi-ambient dall’atmosfera misteriosa. Le voci struggenti poi portano il tutto in un temperamentale motivo funk dal ritmo quasi danzereccio.
Nella parte conclusiva della suite arrivano il suo grande culmine e la rivelazione finale. Qui ci troviamo davanti a un’atmosfera marcatamente malinconica, caratterizzata da tante armonie “piangenti” di slide. Quando si parla dei maestri prog rock della slide si citano di solito Dave Gilmour (Pink Floyd) o Andy Latimer (Camel), mentre i meriti di Albrighton nella creazione di alcune delle armonie chitarristiche più struggenti e tristi della storia della musica si dimenticano fin troppo spesso. La conclusione del viaggio epico non è comunque triste, perché a un certo punto, su pattern ritmici funk e con l’ottimo canto di Roye, ricostruiscono di nuovo una melodia saltellante. Il finale temperamentale è una rivelazione melodico-hard rock nella sezione “Let It Grow”, in cui mostrano il loro straordinario senso per la costruzione di melodie contagiose. Come si conviene a dei veri space rocker, il viaggio astrale si chiude con pattern psichedelici di sintetizzatore.
Il concept dell’album in sé non è nulla di speciale, figuriamoci innovativo, perché si basa su una trama fantascientifica già all’epoca piuttosto logora, su un’entità mistica e immortale di nome Bluebird, che passeggia tra diverse dimensioni, viaggia attraverso lo spazio, il tempo e l’universo e di tanto in tanto osserva i progressi della specie umana. Questa, con il suo sviluppo e le sue azioni insolite, attira la sua attenzione. Nonostante le numerose amare delusioni che gli portano le sue osservazioni della natura autodistruttiva dell’uomo nel corso dei millenni, nel futuro vede un potenziale straordinario di evoluzione spirituale per questa specie, e al tempo stesso anche la possibilità che un giorno, quando se lo saranno meritato, entrerà in contatto personale con loro. In un periodo in cui anche nel progressive rock erano popolarissimi i vari concetti di sviluppo spirituale, anche i Nektar hanno dato il loro contributo, unendo il tutto al loro tradizionale interesse per la fantascienza.
Con “Remember the Future” i Nektar hanno creato il loro primo capolavoro e raggiunto un nuovo livello di maturità compositiva. Questo album, o meglio, l’omonima suite epica, rappresenta ancora oggi uno dei migliori risultati nella storia del progressive rock, con il quale hanno finalmente ottenuto la meritata attenzione anche fuori dalla cerchia dei fedelissimi. Dopo il successo del disco, alcune etichette di fama mondiale hanno iniziato a contendersi le loro simpatie, tra cui la Discreet, etichetta indipendente guidata dal leggendario Frank Zappa, che erano riusciti a entusiasmare durante un tour insieme, in veste di gruppo spalla. Alla fine la collaborazione è saltata, ma la buona parola di Frank è bastata a fruttargli ulteriore attenzione mediatica. “Remember the Future” era un ottimo punto di partenza da cui negli anni successivi avrebbero potuto portare avanti questa ricetta sonora vincente, ma hanno preferito restare fedeli all’imprevedibilità e negli anni seguenti hanno sfornato una marea di sorprese sonore inattese.
Formazione
Roye Albrighton – chitarra, voce
Allan “Taff” Freeman – tastiere, cori
Derek “Mo” Moore – basso, cori
Ron Howden – batteria, percussioni, cori
Mick Brockett – luci
Produzione
Peter Hauke e i Nektar
Tracklist
1. Remember the Future – Part I (16:38)
Images of the Past
Wheel of Time
Remember the Future
Confusion
2. Remember the Future – Part II (18:55)
Returning Light
Questions and Answers
Tomorrow Never Comes
Path of Light
Recognition
Let It Grow