Rendezvous With The Blues
Artista: Taylor, Melvin
Etichetta: Evidence Music Records
Uscita: 2002
Voto: 4.5/5
Nelle note di copertina del disco, Dave Rubin, direttore di Guitar One, ha scritto: “Se la polizia del blues multasse chi suona troppo veloce, Melvin Taylor avrebbe il vano portaoggetti dell’auto stracolmo di verbali.” Taylor, oggi senza dubbio il chitarrista blues tecnicamente più preparato in circolazione e l’unico vero erede di Stevie Ray Vaughan, è un esponente della nuova generazione del genere. Il suo stile è fresco e carico di energia, i suoi assoli sono piccole opere d’arte improvvisate che, con una scelta di note quantomai poco convenzionale, vanno ben oltre lo schema della pentatonica classica. Tra chitarristi si direbbe che questo sperimentare è un “playing outside the box” (dove il “box”, ovviamente, è la posizione della scala pentatonica su un certo tratto del manico). Proprio per questo i vecchi maestri hanno spesso criticato la sua strana miscela di blues di Chicago e jazz alla Benson, condita con una bella dose di spericolatezza, dimenticando però che il blues, proprio come il rock, è vivo e deve cambiare di continuo.
“Rendezvous”, sesto album di Melvin, è una raccolta di cover quanto mai variegata, che pesca tra jazz, rock, funk e naturalmente blues e che con questo mix eclettico tira fuori un’atmosfera davvero interessante. Dopo lo strumentale jazzato Comin’ Home Baby, dove a Melvin si unisce Mato Nanji, chitarrista della band indiana Indigenous, arriva il classico Help the poor, reso popolare da BB King e Robben Ford. Poi la title track, in cui ci coccola un bel intreccio tra la voce e l’Hammond di Lucky Peterson, e la rilettura del classico I’m the man down here, dove Lucky imbraccia pure la chitarra e si scambia con Melvin qualche lick frenetico: e arriviamo al vertice del disco. A segnarlo è l’omaggio a una leggenda del delta blues e padre del boogie, John Lee Hooker, scomparso un anno prima dell’uscita di “Rendezvous” e autore, in una lunga carriera, di più di cento album, un traguardo di cui non si vergognerebbe nemmeno Zappa in persona. Prima la tranquilla Chill Out, poi la fantastica The Healer, che Hook registrò in duetto con Carlos Santana nell’89’ e che gli diede il suo più grande successo. Seguono Help me di Sonny Boy Williamson, Five Women di Prince, scelta un po’ strana per una compilation blues, e la malinconica Blue Jean Blues degli ZZ Top, in cui Melvin, in tonalità minore, piange la perdita di un paio di jeans consumati. Nello strumentale Eclipse Taylor suona esattamente come Benson ai tempi d’oro, mentre nell’ultimo pezzo, Black Queen, che da blues acustico di Stills è diventato uno stomp pieno di energia, la sua voce ricorda ormai in tutto e per tutto quella di Vaughan.
Taylor, che di recente abbiamo avuto occasione di vedere anche dalle nostre parti, ha dunque deciso di portare avanti il lavoro di Stevie Ray e di riformare una delle istituzioni più celebri d’America – il blues. Si è dato un compito tutt’altro che facile, perché parliamo di un genere musicale relativamente conservatore, che ancora oggi poggia sul suono degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso e su nomi come Howlin’ Wolf, Muddy Waters e Little Walter. “Come diavolo faccio a suonare qualcosa che andava di moda ottant’anni fa e di cui non so assolutamente niente”, ha detto in una delle sue interviste. Hendrix e Vaughan hanno portato strumenti nuovi e il blues ha cominciato a guardare verso nuovi orizzonti. Si potrebbe dire che la musica (parlando, ovvio, di espressione artistica, distinta dal mestiere pop, che segue criteri del tutto diversi) è un organismo vivo, ed è noto che nella storia ci entrano quelli che osano ribellarsi alle norme consolidate. E Taylor è sicuramente uno di questi ribelli.
Una delle poche cose che si potrebbero rimproverare a Melvin è il ricorso fin troppo frequente alle cover, tratto tipico anche dei suoi album precedenti, e il fatto di essere quanto mai prevedibile nello sceglierle. Un musicista del suo calibro dovrebbe appoggiarsi soprattutto ai propri testi, perché senza quelli qualsiasi rivoluzione è impossibile. Con “Rendezvous With The Blues” ha sì indicato nuove direzioni, ma ascoltandolo non riusciamo comunque a scrollarci di dosso la sensazione che i brani scelti siano solo una specie di base e di trampolino per i suoi voli solistici che, diciamolo pure, sono il filo rosso di tutto quello che ha fatto. Di per sé non è un male, l’aggravante è solo che queste escursioni si ispirano unicamente al passato e a una musica che, parole sue, voleva superare. Ma diamo tempo al tempo. Taylor non ha ancora incontrato Abramo (cioè non ha ancora compiuto i cinquanta), il che per un maestro del blues significa essere ancora negli anni verdi. Se arriverà alla veneranda età di Hook, c’è da aspettarsi ancora un sacco di cose da lui.
Formazione
Melvin Taylor – voce, chitarra
Lucky Peterson – Hammond B-3, chitarra
Mato Nanji – chitarra
Dave Smith – basso
Steve Potts – batteria
Produzione
John Snyder & Jerry Gordon
Tracklist
1. Comin’ Home Baby
2. Help The Poor
3. Rendezvous With The Blues
4. I’m The Man Down There
5. Tribute To John Lee Hooker/Chill Out/The Healer
6. Help Me
7. Five Women
8. Blue Jean Blues
9. Eclipse
10. Black Queen