Retrospettiva del progressive rock: dalla metà degli anni Sessanta a oggi
Introduzione
In questi ultimi tempi tanti appassionati di musica stanno scoprendo, per la prima volta o dopo un sacco di anni, le forme sperimentali del rock degli anni Sessanta e Settanta, che stanno tornando a contare parecchio. Con il cinquantesimo anniversario ormai alle porte della nascita del genere che i critici dell’epoca battezzarono progressive rock, è il momento giusto per ripercorrere i protagonisti fondamentali e i dischi chiave della variegata storia di questo movimento musicale, comparso prima di tutto nel mondo anglosassone.
Le radici del progressive rock, se si mettono da parte le influenze della musica classica del Settecento, dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, risalgono alla prima metà degli anni Sessanta, in Gran Bretagna, quando The Beatles scatenarono l’invasione britannica del pop/rock ‘n’ roll e iniziarono a scrivere i propri pezzi. Gli andarono dietro a ruota gruppi come The Shadows, The Who, Manfred Mann, The Moody Blues, The Kinks e via dicendo. Furono proprio i Beatles, con i primi segni di sperimentazione rock e il superamento dei confini di genere negli album «Help» e «Rubber Soul» del 1965, sonoramente “di transizione”, a gettare le basi del rock psichedelico, da cui poi, indirettamente, prese forma anche il progressive rock.


Nella foto: The Beatles e il loro primo grande progetto sperimentale, Revolver
I rivoluzionari anni Sessanta: la nascita della psichedelia sperimentale, del rock sinfonico e del jazz rock fusion (1965-1969)
Nel 1966 i Beatles pubblicano il rivoluzionario «Revolver», un album tinto di psichedelia in cui sperimentano per la prima volta con il sitar, cioè con la musica tradizionale indiana, e con gli arrangiamenti orchestrali, dando così la base al futuro prog rock sinfonico. Nello stesso periodo, dall’altra parte dell’Atlantico, negli Stati Uniti, spuntava la band eccentrica e avanguardista The Mothers of Invention che, guidata dal poliedrico compositore, chitarrista, cantante, satirico e regista Frank Zappa, scombussolava il pubblico con forme musicali del tutto anticonvenzionali e uniche, in cui mescolava avanguardia, psichedelia, jazz, musique concrète, doo-wop e rock. Il loro esordio «Freak Out» del 1966 ancora oggi, per molti, è il primo album progressive rock della storia.


Nella foto: Il geniale Frank Zappa e la sua band di accompagnamento sempre imprevedibile, The Mothers of Invention
Oltre a Zappa, un ruolo importantissimo nello sviluppo del jazz rock fusion, o “jazz elettrico”, con gli album «In a Silent Way» e «Bitches Brew», lo ebbe il celebre trombettista americano Miles Davis, che iniziò a unire con successo l’orchestra jazz alla chitarra elettrica, con il maestro inglese della chitarra John McLaughlin in un ruolo chiave. Dalle band di Davis nacquero poi, all’inizio degli anni Settanta, tante importanti formazioni jazz rock fusion come Weather Report, Return to Forever e The Mahavishnu Orchestra, guidata dal già citato McLaughlin, che ebbero un’influenza notevole su entrambe le sponde dell’Atlantico.


Nella foto: Miles Davis e il suo celebre album jazz fusion Bitches Brew (1969)
Nel 1967, sulle ali del capolavoro dei The Beatles «Sgt. Peppers’ Lonely Hearts Club Band», il rock psichedelico era ormai sbocciato del tutto, e sulle orme musicali dei Beatles si mossero tante band psichedeliche innovative. Sul suolo britannico, per grado di sperimentazione si distinguevano soprattutto Pink Floyd, Procol Harum, The Moody Blues, The Nice, Traffic, The Crazy World of Arthur Brown, The Pretty Things, i primi Deep Purple, The Zombies e Family. Negli Stati Uniti, alla fine dei Sessanta, il filone sperimentale dell’invasione psichedelica fu portato avanti con successo, soprattutto in termini commerciali, da band come Iron Butterfly, The Jimi Hendrix Experience, Santana e Vanilla Fudge.

Con il brano ‘A Whiter Shade of Pale’ i Procol Harum crearono il primo grande hit psichedelico/proto prog
The Moody Blues, The Nice e Deep Purple furono le prime band rock a incidere album con un’orchestra classica, ponendo così le fondamenta del prog rock sinfonico. I Pink Floyd, in quel periodo, furono allo stesso tempo pionieri del rock psichedelico e del cosiddetto space rock, ancora prima che l’etichetta per questo genere riuscisse ad affermarsi. Fino al 1968, quando il cantante, chitarrista e principale autore dei testi Syd Barrett, originario della band, se ne andò a causa di problemi di droga e di psicosi, e ne seguì una grande transizione sonora, con l’esordio «The Piper at the Gates of Dawn» e il suo successore «A Saurceful of Secrets» furono la band di riferimento in questo campo.


I Pink Floyd nel 1967 con il cantante/chitarrista originale Syd Barrett e la copertina del loro importante esordio The Piper At the Gates of Dawn
La nascita del prog folk rock britannico e della scena di Canterbury
Nel 1968, sull’onda della breve invasione britannica del blues rock, saltano fuori Colosseum e Jethro Tull. Entrambe le band partirono con un’impronta decisamente blues, ma ben presto iniziarono a superare i confini di genere e a portare nella loro musica (“blues rock progressivo”) elementi di jazz, folk e sinfonismo. I Jethro Tull, guidati dal carismatico cantante e flautista Ian Anderson, nel corso dei Settanta, con vere opere d’arte da studio come «Aqualung», «Thick As a Brick» e «Songs From the Wood», diventarono una delle band progressive più importanti e popolari, in particolare nel campo del prog folk rock. Quest’ultimo aveva iniziato a prendere forma già alla fine dei Sessanta, quando gruppi folk rock come Fairport Convention, Pentangle e The Strawbs cominciarono all’improvviso a infilare la chitarra elettrica nella loro musica e a poco a poco misero da parte le influenze folk tradizionali americane.


Nella foto: I Jethro Tull nella formazione originale (Glenn Cornick, Ian Anderson, Clive Bunker e Mick Abrahams) e la copertina del loro capolavoro concettuale Thick As a Brick
Nel frattempo, nella città britannica di Canterbury, sede dell’arcidiocesi anglicana, dopo lo scioglimento dei The Wilde Flowers presero forma tante nuove formazioni, che inventarono una variante del tutto nuova del progressive rock, chiamata “canterbury”. Le band di punta e più importanti furono i Soft Machine, dove all’inizio le figure chiave erano Robert Wyatt, Kevin Ayers, Mike Ratledge e Daevid Allen, e più tardi anche Hugh Hopper ed Elton Dean, poi i Gong guidati dall’eccentrico Allen già citato, e i Caravan con Pye Hastings, Richard e Dave Sinclair nei ruoli principali. Questi ultimi furono i più popolari fra tutte le band di Canterbury, e conquistarono la comunità prog soprattutto con album come «If I Could Do it All Over Again…», «In The Land of Grey and Pink» e «For the Girls Who Grow Plump at Night». Tra le formazioni canterbury meno note, nate nella prima e nella seconda metà dei Settanta, ci furono anche Hatfield And the North, Gilgamesh, National Health, Khan, Matching Mole, Egg, i francesi Moving Gelatine Plates e gli olandesi Supersister.


Nella foto: I Soft Machine nella formazione originale (Kevin Ayers, Robert Wyatt, Mike Ratledge e Daevid Allen) e la copertina del primo album del progetto successivo di Wyatt, Matching Mole
Il periodo del massimo splendore creativo e dell’ascesa commerciale (1969-1975)
Il momento chiave per il progressive rock, quello in cui il genere ricevette il suo nome, è l’inizio del 1969, quando la band britannica King Crimson pubblicò il suo esordio in studio «In The Court of the Crimson King». Fu praticamente l’innesco di una nuova rivoluzione musicale e della più grande valanga di nuove band progressive, e spinse a cambiare stile anche tante altre rock band che prima non andavano matte per il mix di generi diversi e per le improvvisazioni. Purtroppo, al successo enorme dell’esordio seguì, alla fine di quello stesso anno, lo scioglimento dei King Crimson originali.

Nella foto: In The Court of the Crimson King, 1969 – forse non proprio il primo, ma di sicuro il più importante album nella storia del progressive rock
La prima band per cui, all’uscita del debutto, un giornalista usò il termine “progressive rock” è poi andata avanti, sotto la guida dell’innovatore della chitarra Robert Fripp, in tantissime incarnazioni diverse, continuando a sfornare una serie di gioielli in studio come gli album «Lizard», «Larks’ Tongues in Aspic» e «Red», per citare solo alcuni dei più interessanti. È durata fino al primo scioglimento nel 1974, quando Fripp, per motivi personali, decise di staccare per un po’ con la musica. Gli ex membri dei King Crimson, il cantante/bassista John Wetton e il batterista Bill Bruford, nella seconda metà dei Settanta fondano insieme all’ex violinista/tastierista dei Curved Air Eddie Jobson e all’ex chitarrista dei Gong Allan Holdsworth la breve avventura prog-rock della superband UK.

Nella foto: i King Crimson nella formazione originale (Ian McDonald, Michael Giles, Peter Sinfield, Greg Lake e Robert Fripp)
L’addio del cantante originale dei King Crimson Greg Lake contribuì alla nascita della prima vera superband prog, Emerson, Lake and Palmer (in breve ELP), formata, oltre che da Lake, dal tastierista dei The Nice Keith Emerson e dal batterista originale degli Atomic Rooster Carl Palmer. I loro primi album dell’inizio dei Settanta, come «Tarkus», «Trilogy» e «Brain Salad Surgery», ebbero un ruolo importantissimo nella popolarizzazione del progressive rock sinfonico. La popolarità degli ELP durò fino alla seconda metà dei Settanta, quando hanno iniziato a perdere rapidamente il passo con i tempi e, dopo alcuni progetti in studio sbagliati e tour con orchestra costosissimi, si sono sciolti (la prima volta). I tentativi successivi di tornare sulla scena, prima negli Ottanta con Cozy Powell al posto di Palmer e poi nei Novanta, quando si sono rimessi insieme tutti e tre i membri originali, purtroppo non hanno avuto successo.

Nella foto: Emerson, Lake and Palmer – la prima superband del progressive rock
In quel periodo sul suolo britannico spuntano altre quattro band fondamentali per la popolarizzazione del progressive rock. Gli Yes ci misero tre anni prima di trovare, nel 1971 con l’arrivo del chitarrista Steve Howe, uno stile riconoscibile e di diventare famosi su entrambe le sponde dell’Atlantico con gli album «The Yes Album» e «Fragile». Negli anni seguenti, con album complessi come «Close ot the Edge», «Tales From Topographic Oceans» e «Relayer», sono diventati una delle band prog sinfoniche più amate e più importanti e una delle poche capaci di mantenere la popolarità anche negli Ottanta. Tra i fan, la formazione degli Yes più amata resta ancora quella con Howe, il cantante Jon Anderson, il bassista Chris Squire, oggi unico membro originale, il tastierista Rick Wakeman e il batterista Bill Bruford. Quest’ultimo nel 1973 si unì ai King Crimson e fu sostituito da Alan White. Alla popolarità degli Yes, oltre alla musica, contribuirono molto anche le copertine degli album e le scenografie dei concerti, firmate dal grafico britannico Roger Dean. Dopo l’album «Going For the One», alla fine dei Settanta gli Yes attraversano una breve crisi creativa, ma gli album «Drama» e «90125», soprattutto grazie al singolo di successo «Owner Of a Lonely Heart», portano all’inizio degli Ottanta una rinascita e una base di fan completamente nuova.

Nella foto: gli Yes nella formazione classica (Chris Squire, Jon Anderson, Rick Wakeman, Steve Howe e Alan White)
Nello stesso periodo, alla fine dei Sessanta, in Inghilterra arrivano anche i Genesis, partiti come una modesta band da liceo guidata da un gruppo di compagni di scuola: il cantante Peter Gabriel, il tastierista Tony Banks, il bassista Mike Rutherford e il chitarrista Anthony Phillips. Ben presto, soprattutto grazie al carismatico Gabriel, si trasformano in una potenza del prog sinfonico, e la loro popolarità e il loro estro artistico crescono solo a ritmo vertiginoso dopo il 1971, quando entrano nella band il chitarrista Steve Hackett e il batterista/cantante Phil Collins. Il frutto della loro visione musicale furono alcuni dei più grandi capolavori del progressive rock come «Nursery Cryme», «Foxtrot» e «Selling England By the Pound». Insieme a Yes ed ELP, i Genesis furono fino alla fine dei Settanta, quando dopo l’addio di Gabriel e poi di Hackett hanno vissuto una graduale trasformazione in band pop rock diventando una delle formazioni di maggior successo degli Ottanta, senza dubbio anche la band prog sinfonica più influente e di successo.


Nella foto: i Genesis nella formazione classica (Phil Collins, Mike Rutherford, Steve Hackett, Peter Gabriel e Tony Banks) e nel periodo “pop”, quando erano un trio (Collins, Rutherford e Banks)
Negli Ottanta Collins si è costruito una carriera solista pop rock di enorme successo. Con altrettanto successo ha lavorato da solista anche Gabriel che, a differenza di Collins, è rimasto per praticamente tutta la carriera un musicista art rock innovativo. Hackett e il suo predecessore alla chitarra Phillips, con le loro carriere sosoliste, sono rimasti dal punto di vista musicale i più fedeli all’eredità dei Genesis classici fra tutti gli ex membri. Anche Rutherford si è costruito una carriera solista di successo con la band pop rock Mike and The Mechanics, mentre Banks come solista non ha avuto un grande successo commerciale.

Peter Gabriel Steve Hackett Phil Collins
Molto meno popolari, ma non per questo meno importanti e innovativi, furono i Van Der Graaf Generator (in breve VDGG), da sempre legati a doppio filo alla figura e al lavoro del loro unico cantante, a volte anche chitarrista e tastierista, nonché compositore Peter Hammill. I VDGG hanno pubblicato alcuni dei dischi prog più innovativi e complessi dei Settanta come «Pawn Hearts», «Godbluff» e «Still Life», e hanno continuato così anche dopo tutti gli scioglimenti e i ritorni sulla scena. Hammill ha portato avanti con successo il lavoro con i VDGG insieme a una carriera solista a dir poco prolifica. VDGG e Hammill, pur senza aver mai goduto del successo commerciale di alcuni dei loro coetanei, si sono guadagnati uno status di culto soprattutto in Italia, che mantengono ancora oggi.

Nella foto: i Van Der Graaf Generator nella formazione classica (Guy Evans, Hugh Banton, Peter Hammill e David Jackson)
Anche i Gentle Giant sono stati una delle realtà più importanti e uniche tra le band prog pioniere britanniche. Hanno fuso con successo elementi di sinfonico, folk barocco, avanguardia e jazz; inoltre quasi tutti i membri erano polistrumentisti, dotati di un umorismo pungente che si rifletteva in singoli testi e concept. I loro apici sono gli album «Octopus», «In a Glass House» e «Free Hand». Purtroppo anche loro, come tante altre band prog, alla fine dei Settanta sono finiti in una crisi creativa. Dopo tre album più o meno mediocri, molto più radiofonici, nati sotto la pressione della casa discografica, nel 1980 hanno deciso di dire addio alle scene.

Nella foto: i Gentle Giant
All’inizio dei Settanta i Pink Floyd si sono liberati piano piano degli elementi psichedelici e space rock e, soprattutto sulla spinta delle idee comuni del bassista/cantante Roger Waters e del chitarrista/cantante David Gilmour, hanno sviluppato un suono tutto loro. Grazie a una serie di album concept innovativi come «Dark Side of the Moon», «Wish You Were Here», «Animals» e «The Wall», usciti tra il 1973 e il 1979, sono diventati una delle band progressive rock più affermate e popolari dei Settanta.

Nella foto: i Pink Floyd nella formazione che i più ricordano con maggior affetto (Richard Wright, David Gilmour, Roger Waters e Nick Mason) e la copertina del loro album più famoso, Dark Side of the Moon
L’era dei concept album
In questo periodo, cioè tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, grazie ai pionieri del settore come Frank Zappa, i Beatles e gli The Who, il progetto del concept album diventa popolarissimo: lo abbracciano tantissime band progressive rock e raggiunge l’apice a metà dei Settanta. In questo campo la maestria più alta la raggiungono senza dubbio i Pink Floyd, anche se avevano una concorrenza fortissima nei risultati concettuali di altri giganti del prog come Jethro Tull, Yes, Genesis, Rush e The Alan Parsons Project. Per questi ultimi la particolarità era che ogni singolo album pubblicato fosse un concept, per questo sono considerati tra i principali rappresentanti del genere, anche se parecchi artisti li hanno superati per profondità e forza del messaggio dei singoli concept.

Nella foto: The Alan Parsons Project (Eric Woolfson e Alan Parsons) sono diventati famosi con concept album come I Robot, in cui affrontavano temi di fantascienza legati alla robotica
I vari sottogeneri del progressive rock e la scena internazionale negli anni Settanta
Ai pionieri del prog rock capitanati da Genesis, Yes, King Crimson, Jethro Tull, Pink Floyd e VDGG, sul suolo britannico ne seguono parecchi altri, meno noti ma non per questo meno innovativi. Tra tutti spiccavano senza dubbio i prog rocker sinfonici Camel con i capolavori »Mirage«, »The Snow Goose« e »Moonmadness«, e gli inglesi ‘tedeschi’ Nektar, che con gli album »A Tab in the Ocean«, »Remember the Future« e »Recycled« hanno ridefinito lo space rock. I Barclay James Harvest forse non saranno stati i più innovativi tra i rappresentanti del prog con la spolverata sinfonica, ma hanno conquistato tutti con i primi progetti orchestrali e più avanti si sono presi il cuore del pubblico tedesco, zittendo di fatto le critiche che li paragonavano a ogni piè sospinto ai The Moody Blues. Come solista, già negli anni Settanta ha avuto un enorme successo il polistrumentista Mike Oldfield, allora giovanissimo, che con album innovativi e ancora oggi molto stimati come »Tubular Bells«, »Hergest Ridge« e »Ommadawn« ha firmato dischi pionieristici nel campo del rock orchestrale ambient. Oldfield ha fatto il botto soprattutto negli anni Ottanta, dopodiché anche la sua straordinaria vena creativa ha cominciato a esaurirsi sempre di più nei due decenni successivi.


Camel Mike Oldfield
Nel campo del prog rock ambient erano in prima fila la versione successiva dei Jade Warrior, l’ex tastierista dei Roxy Music Brian Eno e il progetto Fripp & Eno. Anche tante band che per buona parte del loro percorso non erano note come gruppi prog, o che si sono affermate soprattutto in altri ambiti, come l’hard rock, per tutti gli anni Settanta hanno mantenuto una forte componente artistica. Nel Regno Unito a farlo erano band come Wishbone Ash, Deep Purple, Atomic Rooster, Uriah Heep e Queen, mentre negli USA il ruolo di primo piano toccava ai ‘famigerati’ Blue Oyster Cult. Gli Hawkwind, intanto, hanno raccolto il testimone dai Pink Floyd e, sotto la parziale influenza della scena krautrock di allora, si sono presi il comando dello space rock britannico, conquistandosi un pubblico fedele soprattutto con qualche album innovativo e tantissimi concerti di culto ai festival gratuiti.


Wishbone Ash Uriah Heep
Alla fine degli anni Sessanta in Italia prende forma una forte scena progressive rock, in cui hanno avuto un ruolo da protagonisti band come Premiata Forneria Marconi (in breve PFM), Le Orme, Banco Del Mutuo Soccorso e, con un profilo commerciale più basso, Area, Museo Rosenbach, Metamorfosi, Il Baletto Di Bronzo, Quella Vecchia Locanda, Locanda Dellle Fate, New Trolls e altri. PFM e Le Orme hanno ottenuto un riconoscimento commerciale anche oltre i confini italiani, mentre tante piccole band prog italiane sono rimaste fino a oggi nell’oscurità, con un solo album in studio all’attivo, due al massimo.

Nella foto: Premiata Forneria Marconi, i rappresentanti più celebri del rock progressivo italiano
Nell’area dell’ex Jugoslavia, il paese che condividevamo, il rock progressivo è arrivato un po’ più tardi, ‘con ritardo’. Tra le band più interessanti della zona c’erano senza dubbio Smak, Leb i Sol, Time, Korni Grupa, Igra Staklenih Perli, Tako e anche i primi Bijelo Dugme, tanto per citare i nomi più importanti, mentre tra gli sloveni a far impazzire di più erano gruppi come Izvir, Predmestje, September e Buldožer.

Nella foto: i September con Janez Bončina-Benč hanno salvato l’onore sloveno all’interno della scena progressive rock jugoslava: semisconosciuta su scala mondiale, ma nel complesso variegatissima
A metà degli anni Settanta la scena jazz rock fusion, grazie a gruppi come Mahavishnu Orchestra, Weather Report, Return To Forever e Santana, ma anche a solisti come Miles Davis, Billy Cobham, John McLaughlin, Herbie Hancock, Al DiMeola e Chick Corea, ha vissuto una popolarità incredibile su entrambe le sponde dell’Atlantico. La variante pop rock del jazz rock fusion è stata portata avanti con successo da Blood, Sweat & Tears, Chicago e Steely Dan. Gli inglesi hanno trovato la loro risposta in gruppi come i Nucleus guidati dal trombettista Ian Carr, i Brand X, che agli inizi avevano in formazione anche Phil Collins, e il supergruppo Colosseum II, in cui suonava anche l’eroe della chitarra nordirlandese di culto Gary Moore. La risposta tedesca al jazz rock fusion l’ha trovata il sassofonista e tastierista Klaus Doldinger con la sua formazione Passport.

Nella foto: Weather Report, i più duri a morire della scena jazz fusion
Con l’esplosione del krautrock, anche la Germania ha avuto un ruolo importantissimo nello sviluppo della scena progressive rock. Tangerine Dream, Amon Düül II, Faust, Kraftwerk, Neu e Can suonavano ciascuno una musica molto diversa, marcatamente sperimentale, ma facevano parte dello stesso movimento musicale. Tra tutti i gruppi prog tedeschi, i più ‘britannici’ erano senza dubbio gli Eloy, orientati al sinfonico e allo space rock, diventati famosi con gli album »Dawn«, »Ocean« e »Silent Cries and Mighty Echoes«.

Nella foto: Eloy, la miglior risposta tedesca possibile alla scena prog britannica
Il folk prog, intanto, ha continuato a crescere con successo grazie a gruppi come Fairport Convention, Strawbs, Steeleye Span e Pentangle, mentre band meno note con elementi folk come Comus, Forest, The Trees e Spirogyra hanno fatto breccia soprattutto in una cerchia ristretta di ascoltatori.

Nella foto: gli Strawbs con il futuro membro degli Yes, il tastierista Rick Wakeman
In quel periodo la Francia ha ‘partorito’ un ottimo gruppo di prog rock sinfonico, gli Ange, ma ha sorpreso soprattutto con la cosiddetta scena Zeuhl, i cui principali esponenti erano gli enigmatici Magma, che si sono inventati una lingua tutta loro e ci hanno scritto pure i testi.

Nella foto: Magma, non solo musica ‘da un altro mondo’, ma anche un culto mezzo di finzione
La forma avanguardistica del prog rock e il successivo movimento RIO (sigla di ‘rock in opposition’) hanno cominciato a prendere forma sotto la forte influenza di alcuni album di Frank Zappa e Captain Beefheart, per poi esplodere soprattutto verso la fine degli anni Settanta. Tra i protagonisti sono schizzati in alto band come gli Henry Cow, pionieri del settore, presto raggiunti da Univers Zero, Art Bears, Art Zoyd, Slappy Happy, Samla Mammas Manna, Stormy Six e compagnia. C’è chi ci infila dentro anche i nostri Buldožer.

Nella foto: gli Henry Cow con il chitarrista Fred Frith hanno fatto più di tutti per il movimento rock d’avanguardia
Gli olandesi potevano vantare un ottimo gruppo prog a orientamento sinfonico, i Focus, che sotto la guida del cantante, tastierista e flautista Thijs van Leer sono diventati famosi con l’hit »Hocus Pocus« e gli album »Moving Waves«, »Focus III« e »Hamburger Concerto«, mentre oltre ai già citati Supersister va segnalato soprattutto il gruppo, spesso trascurato, dei Kayak.

Nella foto: Focus, non solo i più noti rappresentanti del prog olandese, ma anche la band rock più famosa dei Paesi Bassi
L’art rock già all’inizio degli anni Settanta si è affermato come etichetta per quei gruppi che mescolavano le caratteristiche di tanti generi e non volevano restare legati a una sigla precisa. Tra loro, negli anni Settanta si sono fatti un nome soprattutto gli innovatori che passeggiavano di continuo sul filo sottile tra un genere e l’altro, come Supertramp, Roxy Music, 10cc, The Alan Parsons Project ed Electric Light Orchestra.


Roxy Music Supertramp
In quegli anni in Canada sono arrivati gradualmente alla fama i Rush, che hanno cominciato come modesto ‘clone’ dei Led Zeppelin, cioè come hard rocker, ma presto si sono ‘contagiati’ con l’influenza della scena prog europea e hanno vissuto il loro primo grande successo con l’album »2112«, completandolo con successo entro la fine degli anni Settanta con »A Farewell to Kings« e »Hemispheres«. I Rush hanno continuato a perfezionare e far crescere il proprio stile e hanno mantenuto la popolarità ben oltre la fine degli anni Settanta, cosa di cui possono vantarsi pochissime band simili. Nell’ambito dell’art rock canadese va citata anche la band Saga, che non ha avuto un successo commerciale paragonabile a quello dei ben più noti Rush, ma ancora oggi pubblica album eccellenti e può contare su un seguito di fan fedelissimi.


Nella foto: i Rush e la copertina del leggendario album 2112
Negli USA, a parte il genio inesauribile e innovativo di Zappa e una solida scena jazz rock fusion, il prog rock classico non è mai riuscito a raggiungere una popolarità davvero ampia, a innovare su larga scala e a respirare a pieni polmoni. In questi tentativi i più riusciti sono stati di gran lunga band come Kansas e Styx, e anche la prima versione dei Journey aveva il suo fascino per tutti gli amanti del fusion e del prog rock, ma alla fine degli anni Settanta tutti e tre si erano trasformati in band da arena rock, ovvero in act AOR, mentre gruppi come Starcastle, Cathedral, Pavlov’s Dog, Yezda Urfa e Happy The Man sono rimasti più o meno confinati nell’oscurità.

Nella foto: i Kansas, i principali rappresentanti della risposta americana al rock progressivo
L’epoca del declino commerciale, della ricerca di ‘sé stessi’ e della nuova ondata di rock progressivo (1976-1989)
L’arena rock e, più tardi, l’AOR sono stati ‘prodotti’ collaterali del movimento prog rock, e già verso la fine dei Settanta molte ex band progressive avevano cambiato suono, per poi ‘commercializzarsi’ in modo evidente con l’inizio degli Ottanta. La seconda metà dei Settanta fu infatti un periodo di rapido spegnimento per il movimento progressive rock, che dopo l’arrivo della disco e del punk cominciò a perdere popolarità, e anche slancio innovativo. In quegli anni molti pionieri del prog si sciolgono (temporaneamente) oppure rimodellano il proprio sound a tal punto che, negli Ottanta, sotto l’influsso delle mode del momento, a tratti non si riconoscevano quasi più. Nella prima categoria rientravano King Crimson, VDGG, Gentle Giant, Emerson, Lake & Palmer, Procol Harum e Caravan, nella seconda Genesis, Yes, Jethro Tull, The Moody Blues, Kansas e Styx. Pink Floyd con «A Momentary Lapse of Reason», Rush con «Moving Pictures» e Camel con «Nude» sono state tra le rarissime band prog capaci di mantenere la popolarità anche negli anni Ottanta senza allontanarsi troppo dal proprio sound classico. Un bell’esempio di come adattarsi alle nuove tendenze sonore e ottenere un successo clamoroso fu il supergruppo Asia, formato da ex membri di King Crimson, Yes ed ELP.

Nella foto: gli Asia (Steve Howe, Geoff Downes, John Wetton e Carl Palmer) hanno fatto impazzire la nuova generazione ‘MTV’ e, allo stesso tempo, deluso tanti vecchi fan dei musicisti citati
I King Crimson, tornati sulla scena nel 1981 con l’ottimo album «Discipline», grazie a un abile innesto di influenze new wave vissero a loro volta una rinascita sonora di successo, senza allontanarsi troppo dal loro passato sperimentale. Genesis e Yes, come formazioni pop rock, negli Ottanta furono più popolari che mai, ma persero per strada molti vecchi fan, mentre i Pink Floyd, anche dopo il trauma dell’addio di Roger Waters, quando David Gilmour, Nick Mason e più tardi anche Richard Wright andarono avanti, continuavano a dominare le classifiche dell’epoca.

Nella foto: anche negli Ottanta i King Crimson (Adrian Belew, Robert Fripp, Bill Bruford e Tony Levin), tornati ‘tra i vivi’ dopo sette anni, erano i migliori nel loro ‘mestiere’
Ciò nonostante, la popolarità del prog rock nella prima metà degli Ottanta fu fortemente ridimensionata, fino all’arrivo della nuova ondata di rock progressivo, in breve ‘neo prog’. Questo fenomeno, all’inizio spiccatamente britannico, era partito già all’inizio degli Ottanta con la comparsa di gruppi come Marillion, IQ, Pendragon, Pallas e Twelfth Night.
Di tutti questi nomi, solo i Marillion sono riusciti a raggiungere fama mondiale: grazie anche al carismatico cantante Fish e agli hit «Kayleigh» e «Lavender», nel 1985 hanno conquistato le onde radio. Con Fish, fino alla sua uscita nel 1989, i Marillion hanno inciso quattro capolavori della nuova ondata prog: «Script For a Jester’s Tear», «Fugazi», «Misplaced Childhood» e «Clutching At Straws». Dopo l’addio di Fish e l’arrivo del suo sostituto Steve Hogarth, si sono spostati gradualmente verso l’art rock, scrollandosi di dosso quasi tutte le influenze del prog rock classico. Sotto la guida vocale di Hogarth, i Marillion sono diventati dagli anni Novanta in poi dei campioni dell’art rock e, con capolavori come «Brave», «Marbles» e «Sounds That Can’t Be Made», sono ancora oggi una delle band prog più innovative in circolazione.
Nella foto: i Marillion con Fish e la versione successiva della band con Steve Hogarth; stesso nome, ma due visioni creative quasi completamente diverse
Gli IQ, con il carismatico cantante Peter Nicholls al microfono, sono invece rimasti fedeli alle proprie radici per gran parte della carriera, mantenendo coerenza sonora anche negli anni Novanta e oltre, quando, secondo molti, hanno sfornato i loro lavori migliori: gli album «Subterranea», «The Eleventh House» e «The Dark Matter». I Pendragon, guidati dal chitarrista e cantante Nick Barrett, hanno più o meno mantenuto la coerenza sonora con gli album «The Window of Life», «Masquerade Overture» e «Not of This World» fino alla fine dei Novanta, per poi iniziare a sperimentare molto di più, con risultati piuttosto altalenanti. Gli scozzesi Pallas hanno avuto un sacco di incarnazioni diverse e periodi turbolenti di cambi di formazione e di stile. Tra i loro lavori migliori si contano gli album «The Sentinel», «The Dreams of Men» e «XXV».

Nella foto: gli IQ, la nuova speranza del prog rock sinfonico
Oltre ai nomi neo prog appena citati, tante band minori, come ad esempio i Twelfth Night, dopo i primi successi sono presto cadute nell’oscurità. Una parte della nuova ondata prog è proseguita anche nella prima metà dei Novanta, quando con i primi album si presentano le band britanniche Shadowland, Jadis, Galahad, Arena e i polacchi Collage.

Nella foto: gli Arena, il ‘neo prog’ britannico contemporaneo per gourmet della musica
Il rock progressivo dagli anni Novanta in poi
All’inizio dei Novanta, con il ritorno di alcuni nomi leggendari (King Crimson, ELP, Procol Harum e così via), spunta già la cosiddetta terza ondata del rock progressivo, che prende slancio soprattutto in Scandinavia e negli USA. In Scandinavia arrivano due band innovative, Anglagard e Anekdoten, che risvegliano un po’ dello spirito antiquario del prog rock classico anni Settanta. Gli svedesi The Flower Kings, nati dal progetto solista del chitarrista e cantante Roine Stolt, diventano il gruppo chiave del movimento prog scandinavo, e non sfigura nemmeno la ex band di Stolt, i Kaipa. Altrettanto bene va negli USA, dove emergono gli Echolyn e gli Spock’s Beard, guidati dal carismatico cantante e polistrumentista Neal Morse. Stolt e Morse hanno poi fondato, insieme al bassista dei Marillion Pete Trewavas e al batterista dei Dream Theater Mike Portnoy, il supergruppo prog Transatlantic.

Nella foto: i Transatlantic (Pete Trewavas, Mike Portnoy, Neal Morse e Roine Stolt)
Una parte importante del rock progressivo, grazie a gruppi come Dream Theater, Fates Warning, Symphony X, Threshold, Shadow Gallery, Crimson Glory, Opeth e Angra, diventa a metà dei Novanta anche un sottogenere molto amato, il prog metal, che però è altrettanto ‘di proprietà’ dell’heavy metal. Sullo sviluppo del metal progressivo negli Ottanta hanno influito più di tutti, senza dubbio, artisti come Rush, Iron Maiden e Queensryche.

Nella foto: i Dream Theater, il nome numero uno del metal progressivo
Uno dei gruppi più importanti della cosiddetta terza ondata, ironia della sorte, nasce su suolo britannico: i Porcupine Tree, che a metà dei Novanta, sotto la guida del poliedrico cantante, chitarrista e produttore Steven Wilson, passano da progetto solista non troppo serio di Wilson a vera band e, con album innovativi come «In Absentia», «Deadwing» e «Fear Of a Blank Planet», si conquistano un seguito vario e numeroso, tra gli innamorati di musica ambient ed elettronica, di neo prog, di rock psichedelico e di prog metal. Wilson, figura centrale del movimento prog rock contemporaneo, negli anni successivi si è affermato anche con una solida carriera solista, con altri progetti collaterali e come ingegnere del suono nel lavoro di rimasterizzazione di album classici di alcune leggende del prog. Tra le band prog più importanti dell’inizio del XXI secolo vale la pena citare anche nomi come Phideaux, The Pineapple Thief, The Mars Volta e Beardfish. Alcuni di loro innestano nella propria musica anche elementi di rock alternativo, ma tutti, a conti fatti, indicano come influenza importante la scena prog rock classica degli anni Settanta. Tutto questo dimostra che il movimento musicale prog rock oggi è tutt’altro che morto, anche se non tornerà mai più a essere ‘merce calda’ delle onde radio.

Nella foto: i Porcupine Tree e Steven Wilson (secondo da sinistra), i due nomi più importanti del rock progressivo del XXI secolo