Ricordiamo: i Judas Priest sul banco degli imputati

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Poco più di una settimana prima del primo concerto dei Judas Priest in terra slovena dal 1991, al festival Metaldays 2018 (giovedì 26 luglio 2018), saranno passati 28 anni da eventi che avrebbero potuto segnare in fretta anche la fine della carriera di una delle band più influenti della storia del metal. Tra l’imminente visita in Slovenia e la notizia tristissima e inaspettata che si fa da parte anche l’altra metà dell’immortale coppia di chitarristi del gruppo, Glenn Tipton – una settimana fa ha rivelato che, per le conseguenze del morbo di Parkinson, non ce la fa più a reggere concerti dal vivo di una certa durata – ci torna in mente come, quasi trent’anni fa, la band sia stata presa di mira come capro espiatorio, con l’aiuto del sistema giudiziario americano, dai genitori distrutti di due adolescenti morti. Così i Judas Priest sono ancora oggi una delle poche band che i colori dell’heavy metal li hanno difesi per davvero anche sul banco degli imputati.

Partiamo dal retroscena. Nel dicembre 1985 due giovani, dopo ore passate a bere, a fumare marijuana e ad ascoltare musica, se ne vanno al campetto del quartiere e, in uno strano patto di omicidio rituale – suicidio, si sparano con un fucile a canne mozze. Il diciottenne Raymond Belknap muore sul colpo, mentre il ventenne James Vance sopravvive per altri tre anni, gravemente mutilato e sfigurato. Belknap e Vance erano migliori amici ed entrambi venivano da situazioni familiari e sociali instabili. Entrambi avevano alle spalle famiglie a pezzi, erano stati vittime di violenza domestica, facevano uso sia di alcol che di droghe, avevano lasciato la scuola prestissimo, erano stati licenziati da un sacco di lavori e la polizia si occupava spesso di loro per reati minori. Già da giovanissimi avevano più di un’arma e, nei primi anni dell’adolescenza, erano diventati fan sfegatati dei Judas Priest.

Il 23 dicembre 1985 Belknap e Vance, nella camera del primo, tra una canna e una birra, ascoltarono dischi dei Judas Priest, e più volte di fila l’album Stained Class uscito nel 1978, che contiene tra le altre Better By You, Better Than Me, Beyond the Realms of Death e Heroes End. In una di queste, come avrebbe testimoniato poi Vance, sentirono le parole «Do It», in cui riconobbero un invito al suicidio e capirono di essere stufi della vita. Finirono la birra, presero da sotto il letto di Belknap il fucile, andarono al campetto dei bambini lì vicino, dove prima si sparò in testa Belknap e subito dopo Vance. Quest’ultimo, al momento dello sparo, ebbe un sussulto e si portò via la parte inferiore del viso: sopravvisse, ma in seguito dovette sopportare molti dolorosi interventi chirurgici, ricadde nella dipendenza dalle droghe e alla fine morì il 29 novembre 1988.

I genitori di Belknap e Vance, convinti che a causare l’accaduto fosse l’heavy metal, e più precisamente l’album Stained Class dei Judas Priest, fecero causa alla band e alla sua etichetta CBS. Nell’atto di citazione sostenevano all’inizio che il testo di Heroes End – «Why do you have to die to be a hero?/It’s a shame a legend begins at its end» – fosse un invito al suicidio.

Nella causa sostenevano che testi dal significato pesante, combinati con il ritmo incessante e l’intonazione della musica, inducano, incoraggino, aiutino, spingano o comunque conquistino all’idea che la risposta alla vita sia la morte[1]. La strategia dei querelanti cambiò quando si resero conto che, in casi simili, i tribunali avevano stabilito che, in base allo standard costituzionale della libertà di parola, anche i testi godono di tutela legale[2]. Gli avvocati dei querelanti assunsero quindi ingegneri specializzati per cercare messaggi nascosti, i cosiddetti messaggi subliminali, nei brani dell’album Stained Class, quello trovato a casa di Belknap. Con l’atto modificato i querelanti la spuntarono: il giudice Jerry Whitehead, senza rispondere alla domanda se i brani contestati contenessero davvero messaggi subliminali, stabilì che questi non sono parola in senso proprio e che quindi il Primo Emendamento non li protegge. Anche perché le persone hanno il diritto di essere protette da discorsi indesiderati; siccome ai messaggi subliminali non ci si può sottrarre, violano in modo inammissibile la sfera privata dell’individuo. Nel caso Vance v. Judas Priest si trattava in sostanza di una questione di responsabilità del produttore: era stato immesso sul mercato un prodotto presumibilmente difettoso che aveva causato un danno – l’album Stained Class aveva causato il suicidio di Belknap e Vance.

I querelanti sostennero inoltre di aver trovato in diversi testi messaggi nascosti, incisi al contrario, che l’ascoltatore recepisce inconsciamente quando la musica viene riprodotta normalmente. I versi «Deliver us/from all the fuss» in White Head, Red Hot, ad esempio, avrebbero in realtà detto «Fuck the Lord, fuck you all.»[3] Whitehead scrisse peraltro che il Primo Emendamento comprende anche il diritto dell’individuo a essere libero da discorsi invasivi, cosa fondamentale nei casi che coinvolgono messaggi subliminali, di cui la persona non sa che esistono e rispetto ai quali non ha alcuna possibilità di scegliere se accoglierli o evitarli[4]. Prima dell’inizio del processo Whitehead sottolineò le difficili condizioni sociali in cui vivevano Belknap e Vance, mettendo però in dubbio che i messaggi subliminali fossero stati all’origine del loro gesto. Ciononostante, in linea con l’orientamento della giurisprudenza civile dello stato del Nevada, secondo cui il processo va ammesso se esiste anche la minima possibilità che l’attore veda accolta la propria richiesta, Whitehead aprì il processo il 16 luglio 1990. Il giudice accettò anche l’accordo tra le parti perché la causa fosse trattata senza giuria.

Dopo le dichiarazioni iniziali delle due parti, l’esperto audio dei querelanti William Nickloff fece ascoltare in aula una versione rallentata del brano Better By Your, Better Than Me, in cui si sarebbero sentite più volte le parole «Do It». Il cantante Rob Halford fu l’unico membro della band a testimoniare durante il processo e negò esplicitamente che il gruppo avesse inserito messaggi nascosti nell’album, aggiungendo che, se mai l’avessero fatto, ci avrebbero messo messaggi che invitavano i fan a comprare più dei loro dischi, non certo a ammazzarsi. Halford dovette cantare dal vivo alcuni versi del brano contestato, facendo notare la sua abitudine di sottolineare l’ultima sillaba del testo con un respiro ben udibile.

L’avvocato della band Anthony Pellicano affermò che l’espressione «Do It» era solo il risultato del respiro del cantante e di una nota di chitarra. Nella quarta e ultima settimana del processo, durante la sua ultima deposizione, Halford fece ascoltare registrazioni di alcuni brani riprodotti al contrario, che aveva realizzato mentre il processo era in corso. Vi si potevano sentire frasi come «I asked her for a peppermint, I asked her to get one»[5], con cui la difesa voleva dimostrare che i presunti messaggi nascosti erano solo coincidenze fonetiche.

Nelle arringhe finali gli avvocati della famiglia Vance chiesero 5 milioni di dollari di risarcimento per le sofferenze psichiche e le spese mediche, quelli della famiglia Belknap 1,2 milioni di dollari. Il 24 agosto 1990 il giudice Jerry Whitehead diede ragione ai Judas Priest e alla CBS, motivando la decisione con il fatto che i querelanti non avevano dimostrato in modo abbastanza convincente, oltre ogni ragionevole dubbio, che i messaggi subliminali fossero stati inseriti nell’album di proposito o che quei messaggi avessero provocato il suicidio. La difesa sostenne che sull’album fossero nascoste le parole Do It, ma Whitehead stabilì che si trattava solo di una combinazione casuale tra il respiro del cantante e gli effetti di chitarra. I querelanti fecero appello, ma nel maggio 1993 la Corte Suprema del Nevada confermò la decisione di Whitehead.

Fu il primo caso della giurisprudenza americana, e mediaticamente clamoroso, in cui una band finiva sul banco degli imputati per la propria arte. Tutto questo era naturalmente solo il frutto della convinzione della società conservatrice americana che l’heavy metal fosse il male, con l’unico scopo di corrompere i giovani. I Judas Priest dimostrarono l’esatto contrario, cioè che l’heavy metal ha una natura che unisce, come si vide bene anche nella protesta civile e pacifica di tanti fan davanti al tribunale. I Judas Priest si meritano così un profondo inchino e lo status di veri portabandiera e difensori dell’heavy metal. Defenders of the Faith.

Quello che successe attorno al processo è documentato anche nel documentario di un’ora Dream Deceivers. Per via delle immagini di Vance gravemente sfigurato, per guardarlo bisogna registrarsi.

I Judas Priest suoneranno al Metaldays 2018 giovedì 26.07.2018.

Nella foto: Rob Halford durante la testimonianza in tribunale

L’articolo fa parte della tesi di laurea magistrale dell’autore, La libertà di espressione nell’arte musicale.


[1] S. Soocher, 1999, pag. 157.
[2]
Così ha deciso il tribunale nel caso McCollum v. CBS, Inc., in cui Ozzy Osbourne fu citato in giudizio per ragioni simili.
[3]
Da S. Soocher, 1999, pag. 162.
[4]
Da S. Soocher, 1999, pag. 163.
[5]
Così S. Soocher, 1999, pag. 167.

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