Ritmi da ballo e doppia cassa a raffica a Vienna (marzo 2024)

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Band in cartellone: Infected Rain, DragonForce, Amaranthe

Data: giovedì 7/3/2024

Luogo: Gasometer, Vienna, Austria

Dopo quattro mesi di nuovo al Gasometer, stavolta per la prima volta nelle vesti di penna ufficiale di Rockline. Grazie a Laura di Barracuda per l’accredito (https://www.barracudamusic.at/event/amaranthe-dragonforce-raiffeisen-halle-im-gasometer-2024-03-07/) e al nostro Aleš per il lavoro. Difficile scegliere un’avventura più azzeccata di un concerto con due headliner, Amaranthe e DragonForce, più gli ospiti speciali, i moldavi Infected Rain.

Alle sette in punto hanno aperto le danze gli Infected Rain, che in questo tour promuovono l’ultimo album Time, da cui hanno suonato ben cinque pezzi su otto in totale. Si tratta di una classica band metalcore, con chitarre accordate bassissime e breakdown a profusione, sostenuti da raffiche di doppia cassa. Lena usa il solito mix di voci «harsh» e «clean», e con queste ultime fa non poca fatica. Considerando che è alta più o meno 120 cm, teneva con una sicurezza assoluta la massa di fan sotto il palco, che per tutta l’esibizione hanno fatto una bolgia allegra e hanno obbedito a ogni ordine con cui lei li spronava a varie attività fisiche. A un certo punto ha ordinato che ci sedessimo tutti per terra e, all’esplosione di energia dal palco, saltassimo in aria. Siccome al Gasometer non ero venuto per fare ginnastica, sono rimasto in piedi, guadagnandomi così l’attenzione indesiderata e la furia della piccola dittatrice, tanto che alla fine mi sono seduto bravo bravo. Un riscaldamento fatto come si deve, con un suono solido per una band spalla; quanto ad ascoltare il disco nuovo (e anche quelli vecchi), lo salterò tranquillamente.

Gli Infected Rain erano:
Elena “Lena Scissorhands” Cataraga – voce
Vadim “Vidick” Ojog – chitarra
Eugen Voluta – batteria
Alice Lane – basso

Scaletta degli Infected Rain:

  1. Intro registrato: A Second Or a Thousand Years
  2. The Realm of Chaos
  3. Pandemonium
  4. Vivarium
  5. Fighter
  6. Dying Light
  7. Never to Return
  8. Because I Let You
  9. Sweet, Sweet Lies

Dopo una pausa di quindici minuti (il tempo di allestire il palco per le prime star della serata) è iniziato il momento più importante della serata per me. Il palco era adornato da due giganteschi flipper ai due estremi, da una ringhiera al neon rosa e da una batteria di Gee illuminata in modo scenografico.
Avevo visto i DragonForce dal vivo l’ultima volta nel lontano 2012, sempre a Vienna, con il cantante allora fresco di ingaggio Marc Hudson. Anzi, mi correggo: Marc «cazzo di» Hudson! Come fa a cantare con tutta quella facilità le parti vocali più alte! Incredibile! A me sembra una versione rinfrescata di Ralf Scheepers dei Primal Fear. Come Ralf ha un timbro leggermente tagliente (a tratti suona come Topolino), ma tutte le acrobazie vocali più difficili le sbriga con un sorriso stampato in faccia.
Dei membri originali sono rimasti solo i due stregoni della chitarra, Herman Li e Sam Totman; al basso gli fa compagnia (in linea con le ultime norme metal, una donna) Alicia Vigil, alla batteria da un po’ c’è il mostruoso Gee Anzalone, mentre purtroppo il tastierista originale Vadim Pruzhanov dal vivo è sostituito da sequenze preregistrate. Cosa che in fondo mi dà un fastidio pazzesco, perché le tastiere di Vadim sono sempre state una parte importantissima del sound dei DragonForce. Durante il primo pezzo, da qualche parte sul fondo, ho notato un impiegato in fuga dalla Austria Bank che suonava la chitarra e aggiungeva coretti di qualità. Chi è quel tizio? Billy Wilkins, che aveva fatto impazzire Herman su TikTok con la sua versione del più grande successo dei DF, Through the Fire and Flames. Nel tour americano lo hanno invitato sul palco come ospite a un concerto e si sono entusiasmati così tanto che nel tour europeo se lo portano dietro a tutte le date come membro «live» fisso.
Hanno attaccato con violenza, con il pezzo Revolution Deathsquad dall’album Inhuman Rampage, ed è partita la follia. La doppia cassa sferragliava, gli assoli di chitarra stridevano, il basso rimbombava sordo e Marc marciava sicuro su e giù, tirando le corde vocali fino all’ultimo! Che inizio, che velocità, che caos! Mi si è drizzata la pelle e ho sentito di nuovo perché i DragonForce (erano) così speciali. Virtuosismi tecnici a chitarre e batteria, energia a spruzzo e musica d’impatto che ti tiene costantemente 15 cm sopra il pavimento.
Per me personalmente il concerto poteva finire quando si sono spenti gli ultimi accordi di Soldiers of the Wasteland, dal miglior album dei DF secondo me, Sonic Firestorm. Un capolavoro di quasi dieci minuti che, per qualche motivo che non so, mi ricorda gli emigranti irlandesi: coi suoi cambi di ritmo, i passaggi strumentali morbosi e un incredibile ritornello da inno è stato il culmine dell’intera serata. Le corde vocali sono saltate, il collo si è irrigidito e le ginocchia hanno ceduto. Devastazione totale.
I DF hanno navigato con abilità tra pezzi nuovi e vecchi, ben tre ne hanno suonati dall’album Warp Speed Warriors, uscito il 15/3/2024. Un retrogusto amaro l’ha lasciato solo il fatto che tra i dieci pezzi in scaletta abbiano infilato ben due cover (di Celine Dion e di Taylor Swift), invece di servirci qualche altra loro perla. Sarebbero stati perfetti, per esempio, The Game o Once in a Lifetime … Pie illusioni.
Billy e Alicia avevano un sorrisone stampato in faccia per tutto il concerto, si divertivano da matti. Billy ha avuto perfino un suo momento solista, con un assolo regalato a testa da Herman e da Sam. Il tipo è un chitarrista eccezionale e un discreto corista, bravo.
Alla fine la leggendaria Through the Fire and Flames e buonanotte, jazzisti …
Mi è mancato solo il leggendario microfono di Sam con i supporti per la birra. Tempi passati.

I DragonForce erano:
Marc Hudson – voce solista
Herman Li – chitarra, cori
Sam Totman – chitarra, cori
Alicia Vigil – basso, cori
Gee Anzalone – batteria, percussioni, cori
Billy Wilkins – chitarra, cori

Scaletta dei DragonForce:

  1. Intro registrato: Tron Ending
  2. Revolution Deathsquad
  3. Cry Thunder
  4. Power of the Triforce
  5. Soldiers of the Wasteland
  6. The Last Dragonborn
  7. Fury of the Storm
  8. Doomsday Party
  9. My Heart Will Go On (cover di Celine Dion)
  10. Wildest Dreams (cover di Taylor Swift)
  11. Through the Fire and Flames

È seguita una pausa decisamente troppo lunga per preparare il palco alle seconde star della serata, i pesi massimi del pop-melodeath-core-power-techno-metal, gli Amaranthe. Visto che ero al concerto per lavoro, non potevo schiodarmi da sotto il palco per non perdere la posizione, quindi una Ottakringer gelata, annacquata come da tradizione, è rimasta una pia illusione.
Gli Amaranthe li avevo «perso» da qualche parte tra il secondo e il terzo album, però si sono messi insieme un numero di hit degno di rispetto, quindi andare al concerto non è stato una totale perdita di tempo. E poi c’era la splendida Elize da guardare.
Hanno attaccato di brutto, con un suono ottimo e potente e con di gran lunga il miglior pezzo degli ultimi undici anni, Fearless. Come ho già detto, la scaletta la possono comporre di sole hit, e l’hanno arricchita con quattro pezzi dell’ultimo album The Catalyst, uscito il 23 febbraio di quest’anno. Sono riusciti però a dimenticarsi dell’unico pezzo che aspettavo davvero (l’avevano suonato nei concerti precedenti), cioè Hunger dall’album d’esordio, ancora oggi il migliore.
La band ha ben tre cantanti: la già citata Elize Ryd con la sua voce femminile melodica, poi Nils Molin (anche nei Dynazty) con la voce maschile melodica, e infine lo scream di Mikael Sehlin, che si è unito alla band da poco. Tutti e tre sanno il fatto loro, ma Nils con la sua voce eccezionale (la sua tecnica mi ricorda in qualche modo Zdravko Čolić!!!) mette decisamente in ombra gli altri due. Elize in sostanza è riuscita a venire fuori solo durante le ballad, soprattutto in Amaranthine, che è stata eseguita davvero in modo sublime.
Con questa band mi viene sempre la stessa domanda: perché? Perché nella band non hai un tastierista, se il 65% del tuo sound è prodotto dalle tastiere? Perché non hai almeno un tastierista per i live (se in studio fa tutto Olaf), ma preferisci premere «Play» a inizio show e seguire ritmi, orchestrazioni e beat techno preregistrati? Perché?
Questo dubbio esistenziale evidentemente tormentava solo me, perché il pubblico cantava estatico e saltellava a ogni pezzo e alzava allegro i telefoni illuminati durante le immancabili ballad.
In fin dei conti bisogna ammettere che è stata un’esibizione davvero di altissimo livello, con un suono altissimo e hit disco-metal altissime che ti fanno venire subito voglia di ballare. A me personalmente hanno entusiasmato di più il magistrale Nils e il batterista Morten, che col suo tipico drumming stop-and-go da melodeath si sforzava di infondere almeno un po’ di metal.

Gli Amaranthe erano:
Olof Mörck – chitarra, tastiere
Elize Ryd – voce femminile
Morten Løwe Sørensen – batteria
Johan Andreassen – basso
Nils Molin – voce maschile melodica
Mikael Sehlin – growl maschile

Scaletta degli Amaranthe:

  1. Fearless
  2. Viral
  3. Digital World
  4. Damnation Flame
  5. Maximize
  6. Strong
  7. PvP
  8. Crystalline
  9. Interference
  10. The Catalyst
  11. Re-Vision
  12. Boom!1
  13. Amaranthine
  14. The Nexus
    Bis:
  15. Archangel
  16. That Song
  17. Drop Dead Cynical

Purtroppo ho capito che un concerto di quattro ore e mezza è un filo troppo per le mie ossa stanche. Ma come dicono i machissimi metallari di ferro dei Manowar: «For Heavy Metal we shall die!!!»

Igorac

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