Robert Fripp & The League of Crafty Guitarists a Udine (2006)

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Luogo: Teatro Palamostre, Udine, Italia
Data del concerto: 23.06.2006
Numero di spettatori: 500
Prezzo del biglietto: 20,00€

Eh no, no, no! Guarda guarda! Il “Frippomane” in azione. Presenza obbligatoria! Non ho proprio la fortuna di vedere i King Crimson dal vivo, ma quest’anno Fripp, dopo Levin, è già il secondo membro dei King Crimson che si è potuto ascoltare live. Stavolta Robert Fripp ha portato a due passi dal confine sloveno i suoi 9 allievi, il nonetto The League Of Crafty Guitarists, come il loro grande e disciplinatissimo capo ha battezzato il suo coretto. Insieme hanno proposto materiale puramente acustico, che provano e compongono insieme: parecchi pezzi erano presi dal loro album “Show Of Hands” (1991), a cui hanno aggiunto qualche “dolcetto” speciale.

Location ottima, atmosfera ottima, e gente simpatica, rilassata e visibilmente contenta che riempiva a ondate il foyer e la sala del Teatro Palamostre, dove si trova anche la Galeria de Arte Moderna. Una sala in stile di quelle del nostro Cankarjev dom, ovviamente dotata d’obbligo di aria condizionata. Il palco era già allestito. Ci si vedevano nove sgabelli disposti a semicerchio. Sopra le sedute penzolavano i “cavi jack” che partivano dagli amplificatori e aspettavano l’arrivo delle chitarre sul palco. Il decimo sgabello era parecchio diverso dagli altri. Girevole, in stile sgabello da bar, davanti a lui se ne stava un “cassone” alto un metro e mezzo, intricato di cavi, sotto cui giacevano i pedali degli effetti e, ancora più a sinistra, si intravedeva il manico della leggendaria Gibson modello Les Paul. Ma certo! Chi mai potrebbe non notare gli attrezzi di zio Bob. Sono le 9.10! Lo speaker sul palco annuncia l’evento in stile del nostro leggendario Brane Rončel. Nel frattempo non si dimentica di dire che il gruppo non permette assolutamente di fare foto durante il concerto, né di usare i cellulari, e pretende silenzio assoluto. Cinque minuti dopo sul palco compare un ometto con camicia nera, pantaloni neri e un’acconciatura grigia, ordinata in modo matematico. Si piazza al centro del palco e fa tre inchini al pubblico che applaude. Con l’indice della mano destra si sistema d’istinto gli occhiali che, durante l’inchino, erano scivolati fin quasi sulla punta del naso. Con passi dosati alla perfezione prende infine posizione sul suo sgabello girevole rotondo e si mette a tracolla la chitarra elettrica. L’auditorium ammutolisce, silenzio totale, l’uomo si concentra. Eppure, accidenti: “Gnahh, Gneeh, Eeeee!!!” What the…? Un papà con in braccio un pargoletto in mezzo al pubblico. Esperimento incredibile. Mi ha subito fatto gelare il sangue, perché Robert “Frikk” (leggi: freak) avrebbe potuto alzarsi per protesta e abbandonare il palco. Be’, le “osservazioni” del piccolo sono state brevi, e ha avuto pietà di noi anche il suo creatore, che ha portato fuori dalla sala la pupa che gorgogliava. Fripp ha cominciato. Era senza dubbio uno dei suoi “soundscapes”. Fripp stava creando il suo inconfondibile paesaggio di suoni. Effetti delay ed echo. Strato su strato, tavolozza su tavolozza, pezzetto dopo pezzetto. Un’introduzione cerebrale, altamente atmosferica, spaziale, psichedelica fino al midollo. Ben presto tutta la sala vibrava. Chissà quante cose possono “saltare fuori” da una sola chitarra. Fripp è andato avanti e si è preso il suo spazio sotto il sole libero, lanciandosi con disciplina in un assolo sopra la melodia costruita. Erano note misurate al millimetro e scelte spontaneamente, che si fondevano splendidamente in immagini sonore irripetibili. Si potrebbe parlare di qualcosa di logico, ma il quadro reale era tutt’altro. Bastava chiudere gli occhi e ti sparava dritto nel campo della “trascendenza”. Brividi per tutti, nessuno escluso. Merito di tutta l’unicità del genio creativo di Fripp e della sua realtà, di cui siamo stati testimoni. Questa realtà ti ammalia tutto intero. Fripp ha incantato così per una decina di minuti, poi, ancora nel pieno del suo pezzo d’apertura, ha fatto un cenno con la testa verso l’altro lato del palco, verso le quinte. Poco dopo è apparsa la schiera dei suoi volenterosi allievi. Sul modello del loro impettito maestro, si sono seduti sugli sgabelli, quieti come topolini, e si sono “collegati” alla fonte di corrente. Insieme hanno chiuso i “soundscapes”. Poi Fripp è uscito dal palco e gli LCG (The League Of Crafty Guitarists) hanno suonato da soli due pezzi. Impossibile non riconoscerli. Un’approssimazione dei King Crimson in versione “unplugged”. Sì, l’idea non è nemmeno lontana dalla verità. Un intreccio di suoni metallici, di acustica celestiale, di linee tipicamente King Crimson, portate avanti con una follia schizoide voluta, un susseguirsi di motivi rigorosamente personali. Alla fine del secondo pezzo Fripp si riunisce a loro sul palco e condisce il finale tirando fuori dal suo mostruoso modulo suoni di flauto. Per il pezzo successivo Fripp ha fatto un gesto con la chitarra a forma di cerchio. Il brano Circulation. I chitarristi, obbedienti al comando, da destra a sinistra (dal punto di vista di chi ascolta), pizzicavano ognuno la propria nota. Sembrava che qualcuno avesse sfiorato un’arpa. Fripp ripete il segnale, i chitarristi ripetono il trucco. Ora Fripp cala la mano con decisione verso il basso, il primo chitarrista all’estrema destra picchia un intero accordo col pollice, e sembra che squarci il cielo. La combriccola costruisce dietro di lui una nuova tavolozza di suoni. Questo pezzo richiede una dose straordinaria di concentrazione e un grado di affiatamento reciproco altissimo, soprattutto se hai a che fare con dieci persone sul palco. La compagnia ha suonato anche Intergalactic Boogie Express, che nella loro versione fa rivivere un vero professore pazzo a cui è appena venuta in mente l’idea più folle per l’invenzione più folle della razza umana. I chitarristi, con disciplina, di giro in giro alzano l’intensità, e con essa il clima sale ancora più in alto. Segue il primo culmine del concerto. Un’introduzione ragtime, deformata e spiritosamente sconnessa, che si riversa spontaneamente in un regno completo di motivi barocchi e torna sempre di nuovo a quel serpeggiare “yankee”. Era l’esecuzione del pezzo A Connecticut Yankee In The Court Of The King Arthur. Gli intrecci e i puri contrasti che le chitarre sul palco infilavano uno dopo l’altro erano eccezionali. Sull’imprevedibilità non sprecherò nemmeno parole. Qui Fripp copre i motivi dei suoi allievi con i “soundscapes”, ma partecipa anche suonando i motivi principali. È incredibile che dimensione possa assumere la musica. Un’esibizione così particolare, come quella che evocano Fripp e The League Of Crafty Guitarists, va semplicemente vissuta dal vivo. Indescrivibile. Armonie straordinarie dipingevano una nuova, irripetibile atmosfera nella sala. Il pezzo è sfociato nella tranquilla avventura esplorativa Eye Of A Needle, ma era solo la quiete prima della tempesta. Questa si è scatenata con il pezzo dei King Crimson Thrak (album “Thrak”, 1994) e gli LCG già sparavano a raffica salve di riff pesanti e rumorosi. Fripp, in tutto il concerto, solo in questo punto ha sfoderato un assolo distorto e ululante. Alla fine i chitarristi hanno lasciato il palco e Fripp ha fatto il suo secondo turno di “soundscapes”. Questo era ancora più sognante dell’apertura, con una punta straordinaria di esoterismo. Fripp non ci ha infilato nemmeno un semitono nervoso e disarmonico. Il pezzo era ipnotico, e Fripp ha mostrato ancora una volta cosa significa la sua essenza nel mondo della musica. Semplicemente i suoi “guitar devices”, una moltitudine di manopole girevoli e pedali, si sono meritati il nome di modulo lunare intergalattico, con cui, insieme a Fripp, siamo partiti verso chissà dove, nelle sconfinate distese dello spazio. Tra i brani, i musicisti hanno suonato anche Burning Siesta e Asturias. La parte regolare si è chiusa verso le 22.25. Ma tornano subito, e arriva quello che il pubblico aspettava. Il pezzo dei King Crimson A Lark’s Tongues In Aspic pt. IV (“ConstruKction Of Light”, 2000), un manicomio! Arrangiamenti dell’originale ristrutturati con spirito hanno servito al pubblico un’ottima dose di “adrenalizer” crimsoniano. Dopo il pezzo lasciano il palco, ma segue ancora un bis. Ora Fripp è sul palco con una chitarra acustica in mano. Pare che con i King Crimson avesse “ufficialmente” smesso di suonarla nel 1971. Un pezzo breve, in pratica un motivo ripetitivo scomposto in una bellissima poli – armonia acustica, suonato senza elettricità, è stato un ottimo finale “in sordina” per chiudere il concerto.

Si accendono le luci, la gente lascia la sala, ma guarda un po’! Gli LGC (senza Fripp) con le chitarre sono di nuovo con noi. Dal palco marciano attraverso la sala fino all’atrio, dove, con l’entusiasmo di tutti i presenti, si dispongono a semicerchio e suonano altri due pezzi. Evidentemente, sia per noi che per gli LCG, un’ora e mezza di musica era decisamente poca. Fripp ha sciolto la classe e il suo solitamente diligente collettivo ha mostrato il suo lato scatenato, ha approfittato di un attimo di distrazione del padrone e se n’è andato a far festa.

Certo, la cosa non è passata senza un piccolo incidente. Durante il concerto davanti al palco si è piazzato un tizio che in testa portava una maschera bianca di plastica. Evidentemente, cercando l’indirizzo giusto per il carnevale di Venezia, si è perso ed è finito a Udine. Fripp, che aveva subito notato il tipo, in una delle pause tra i brani è sceso dal palco per i gradini e, oltre la prima fila, è andato dritto dal birbante. Prima ho pensato che fosse un numero del concerto particolarmente ben rodato. Fripp, nel ruolo di manager e con un’autorità di cui non si sarebbe vergognato nemmeno il compianto manager dei Led Zeppelin Peter Grant, si è avvicinato al mascherato e, con qualche chiaro avvertimento e gesti secchi, lo ha congedato in modo breve, chiaro e a voce alta. Comunque strano. Che voleva il tipo, e come mai l’organizzatore non l’aveva avvisato prima che il Teatro Palamostre non è una sandbox per bambini e che da loro non avrebbe preso niente per Carnevale.

Tiriamo le somme. Robert Fripp and The League Of Crafty Guitarists è roba che non può proprio deluderti. Si tratta di una figura musicale del tutto particolare, nata, come una delle tante idee musicali, dalla mente unica di Fripp. Il suo coro di chitarre non è solo un “normale” coretto di chitarre che, affiatato e con una precisione da cavillatore, suona a comando il materiale di righe di spartito. No. È un coro che crea e, sotto la guida delle “frippodirettive”, suona rigorosamente una riconoscibile “frippomusica”. Come detto in modo superficiale, fino a un certo punto, una versione “crimsoniana unplugged” di questo grande gruppo. Complessa, concisa, piena, pittoresca. Un’energia eccezionale, creata dal libero linguaggio dell’anima, codificato nell’unico mondo della musica accessibile a tutti noi. Un mondo scioccantemente diverso da tutto il resto e perciò ancora più scioccantemente attraente. Dopo il concerto, io e Peter avevamo ancora gli occhi che brillavano per tutta quell’acustica pittoresca e la magia dei “soundscapes”. Un’esperienza consigliata ai curiosi di musica e ai buongustai viziati, e una visita obbligata per tutti i fan dei King Crimson.

The League of Crafty Guitarists:
Hernan Nunez – chitarra
Martin Schwutke – chitarra
Ignacio Furones – chitarra
Leonardo Requejo – chitarra
Daniel Arias – chitarra
Fumihito Hatano – chitarra
Mariana Scaravilli – chitarra
Shinkuro Matsuura – chitarra
Luciano Pietrafesa – chitarra

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