Roger Waters rilancia la sfida a Gilmour a Budapest! (2007)

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Luogo: Sportarena (Laszlo Papp) / Budapest / Ungheria
Data del concerto: 13.04.2007
Numero di spettatori: 20
Prezzo del biglietto: 130.00€ (posti in piedi & posti a sedere di seconda categoria), 165.00€ (posti a sedere di prima categoria)

Tre anni e nove mesi dopo la prima volta che ho varcato la soglia della Sport Arena (per la precisione il 18.06.2003, concerto degli Yes), una sala splendida che coi suoi sedili accoglie 12.500 persone (parterre escluso!) e in mezzo a Budapest sembra un disco volante appena atterrato tra edifici di storia recente, tutti più o meno malconci, mi si è finalmente presentata una nuova occasione per tornarci. Dalle ville seducenti, affascinanti ma un po’ attempate dei tempi dell’impero austro-ungarico, al minimalismo del socialismo reale fatto di cubi Lego, facciate livide di muffa e patina di monossido. Che ambiente interessante, attorno a questa struttura dal design futuristico! 

Ore 20.00! La gente si riversa nella sala da tutte le parti. Sono in parterre, a 30 m dal palco e qualche metro più avanti del mixer. Aspettiamo. Come previsto! Appena entrati ci siamo ritrovati davanti a una proiezione da pazzi sullo schermo. Il motivo di fondo attorno a cui ruotava tutto, prima e durante il concerto, era una vecchia stanza in cui Roger Waters passa la giovinezza, si sviluppa come persona, cresce fino a diventare il musicista che con la musica si guadagna il pane, si costruisce a poco a poco un muro attorno a sé, vittima del music business e dello stile di vita di una rockstar! Insomma, il grosso della storia è ovviamente la vecchia vicenda dell’eredità di “The Wall”. Dunque, la prima cosa che abbiamo visto entrando in sala è stato un enorme schermo. Gran parte dello schermo era occupata da una vecchia radio degli anni Quaranta! Sopra la radio ci sono un soldatino di piombo e accanto un aeroplano (tipo Lockheed, Marauder, Mitchell?), poi un bicchiere di whiskey e l’immancabile posacenere. All’improvviso sullo schermo compaiono il fumo di sigaretta e una mano che cerca le stazioni radio. Segue lo scuotere della cenere, il versare il whiskey,… Molto interessante questa “mano di Roger”… tutta questa attività apparentemente annoiata si svolge dunque nella stanza in cui Roger ha passato i suoi anni da adolescente, e la figura dell’attore stavolta non era Bob Geldof. Insomma, i miei occhi erano incollati a quello schermo. La scia del fumo di sigaretta era a dir poco ipnotica.

Sono passati i canonici 15 minuti accademici! Dopo le 20.00 la gente continuava infatti ad affluire in massa nella sala! Poi il buio, sagome sul palco, il faro principale inquadra Roger Waters che alza il pugno in aria, con il basso a tracolla, e saluta così la gente per la prima volta. La sala esplode. Booooom! Non c’è scelta migliore per cominciare di In The Flesh! Uno due tre quattro, lo schermo si trasforma in una marcia d’assalto di martelli giganti e siamo già in pieno nell’iconografia dell’album “The Wall”. Inizio esplosivo: nonostante la distanza di una buona trentina di metri dal palco, ho sentito l’ondata di calore che si è abbattuta su di noi quando sono partite le fiammate degli effetti pirotecnici. Inizio di concerto intensissimo! Waters subito perfetto nella parte del dittatore, il film The Wall in quel momento ha preso vita davvero!

Quest’intensità si è placata subito dopo, sostituita dal calore emotivo e dalla morbidezza di Mother. Roger alla chitarra acustica. La gente segue i versi con entusiasmo. Nel punto in cui nell’originale entra la voce di Gilmour, stavolta il ruolo della mamma l’ha preso una delle tre dannate coriste soul, Carol Kenyon! Il terzo pezzo è stato una delle prelibatezze della serata. Si tratta infatti del preistorico Set The Controls For The Heart Of The Sun. Sullo sfondo vecchi filmati dei Pink Floyd con Syd Barrett al centro. Niente più psichedelia da brividi, qui ci sono più mosse rock classiche e dure, soprattutto nella parte finale, un riff praticamente già quasi metallizzato, un martellare di tamburi inquietante e in crescendo verso la fine, accompagnato dalle straordinarie armonie di un coro di tre voci femminili. Magia!

Poi un viaggio nell’album “Wish You Were Here”. Si parte con Shine On You Crazy Diamond, dedicata a Syd Barrett. Sullo schermo di nuovo sprazzi della vita di Syd e del suo genio unico ma folle. Mi ha dato fastidio l’assolo di chitarra introduttivo accorciato, e così pure la parte finale. In qualche modo il pezzo non è riuscito a creare quell’atmosfera che mi avevano regalato i due concerti di Gilmour dell’anno scorso. Nel complesso, quindi, un’esecuzione meno convincente nelle mani di Waters, ma in gran parte per colpa del fatto che l’ha accorciata senza alcun bisogno.

Have A Cigar è un benvenuto scossone che rompe l’atmosfera sognante lasciata da Shine On You Crazy Diamond. Qui, per la prima volta, dopo che in Shine On You Crazy Diamond non gli era riuscito, ha brillato in modo più evidente Dave Kilminster (chitarrista che ha collaborato al progetto Quango e ai tour di John Wetton e Ken Hensley), che negli assoli ha centrato Gilmour “in pieno”. Per la prima volta, poi, come da copione, la gente ha mostrato più segni di vita durante Wish You Were Here.

I momenti in cui Roger Waters è suonato più convincente come esecutore, interprete e predicatore della sua personale filosofia pacifista hanno toccato sicuramente uno dei vertici nelle confessioni personali, a partire da Southampton Dock. Il pezzo, che si chiude con il verso …the final cut…, non è sfociato nella title track del disco “The Final Cut” (1983), ma nell’interpretazione intensissima e sentita di Waters di The Fletcher Memorial Home, dall’omonimo album, arricchita a livello atmosferico nella parte strumentale verso il finale da un nuovo, ottimo contributo di Kilminster con un assolo di chitarra.

Per la prima volta durante il concerto la sala incontra un “velivolo”. Era un astronauta gonfiabile, ovviamente telecomandato da computer. Accompagnato dalle parole: “Da-ve,… I’m… Af-ra-id…Da-ve…, My… mi-nd… is… go-ing,…” Opla, ma questo è il lamento del computer Hal mentre l’unico membro sopravvissuto dell’equipaggio del film “2001: Odissea nello spazio” lo sta spegnendo. Questo computer, secondo la storia, la NASA, dettata dai vertici politici degli USA, l’avrebbe “rifilato” all’equipaggio diretto su Giove, con lo scopo di distruggere la missione, perché questa era troppo vicina alla rivelazione della “verità universale” (?). Atmosfera da brividi, mi si sono rizzati tutti i peli. Perfect Sense! La magia qui l’ha creata soprattutto il coretto delle voci di accompagnamento. Segue Living Beirut, dove Roger Waters si è preso per la prima volta in assoluto un minutino per introdurre il brano e la sua indimenticabile esperienza con una famiglia palestinese, da cui aveva passato qualche giorno a 17 anni. Sullo sfondo una rappresentazione a fumetti animata, fatta di immagini in bianco e nero. Dettagli sottolineati in modo bizzarro, che vogliono mostrare ancora più chiaramente i contrasti! Accanto a tutta la miseria del mondo palestinese, viene messo in risalto anche il contrasto tra questa miseria (il padrone di casa con una gamba sola, la figlioletta di pochi mesi con il viso sfigurato, a Waters offrono ricci di mare per pranzo,…) e la ricchezza interiore dello spirito del popolo palestinese (una risata luminosa che non nascondi mai, l’orgoglio, un’ospitalità esuberante, in cui rinunciare a qualcosa per il bene del prossimo diventa uno dei privilegi personali…). Sullo sfondo, più volte durante il concerto è comparsa l’immagine di George Bush, e in sala la gente ha accompagnato quei momenti con le braccia alzate in alto, da cui spuntavano tutti in fila solo i medi! Con la sua predica Waters è riuscito a strappare alla gente un “obbediscimi”. Con un apparato e un teatro del genere non è davvero difficile recitare la parte del capo autocratico che guida le sue pecorelle verso un domani “migliore”. Questo era lo speciale “Waters land”, creato per un’ora e 15 minuti! Si è chiuso in modo magistrale! La band ha inserito Sheep (Animals, 1977). Personalmente era l’esecuzione che desideravo di più, una delle tre tracce principali di quel leggendario album dei Pink Floyd! Sogno realizzato! A rendere ancora più vivace l’intera esecuzione c’era un maiale gonfiabile dallo sguardo furioso, col grugno sporco (meno male, visto che il grugno è pur sempre suino), in versione zeppelin, che durante il pezzo svolazzava da un capo all’altro della sala. Sheep è suonata forse la più autentica di tutti i pezzi, se metti insieme l’effetto della visualizzazione audio-visiva e l’approccio solido della band sul palco.

15 minuti di pausa! Sullo schermo c’è la Luna piena!

Un’ottima ouverture alla seconda parte del concerto è stata l’effetto di un satellite in avvicinamento sullo schermo, che si avvicinava inarrestabile sempre di più, fino a coprire alla fine l’intero schermo! Mi ha quasi preso il panico! Si schianterà sulla folla in mezzo alla sala?

Anche nella seconda parte del concerto Kilminster ha ripreso con successo Gilmour alla chitarra!

Stavolta Waters ha ceduto le voci soliste di alcuni brani della seconda parte, dividendole tra Jon Carin, Kilminster e sé stesso. Così Kilminster ha cantato Breathe, Money, e Jon Carin Us And Them. Waters ha scelto per sé, curiosamente, Time, e ha lasciato il suo inconfondibile marchio vocale su Brain Damage e, in chiusura, su Eclipse.

Parlando di voci soliste, la corona più grande durante l’esecuzione del disco “Dark Side Of The Moon”, in A Great Gig In The Sky, se l’è presa Carol Kenyon. Ha cantato da sola, per intero, senza un briciolo di aiuto, una parte vocale difficilissima. Un momento che ti deve entrare sotto la pelle. Che tu lo voglia o no. E come sempre un momento per cui a volte ho quasi paura di mettere su “Dark Side Of The Moon”, tanto intensamente lo vivo. Anche stavolta ho avuto i brividi. Tra l’altro, i Pink Floyd nel tour del 1994 avevano avuto bisogno di tre cantanti, che si dividevano in tre parti questa pur magnifica parte vocale. Qui ha fatto tutto, in modo magistrale e impeccabile, una sola cantante. Decisamente uno dei vertici del concerto!

Sono passate due ore. Aspettiamo il bis! Ovviamente il ritorno all’inizio del concerto e all’album “The Wall”. L’ormai obbligatoria Another Brick In The Wall (pt. II) e i “riempitivi” Vera e Bring The Boys Back Home, poi un passaggio un po’ maldestro alle tastiere verso l’inizio del pezzo che avrebbe dovuto portare un altro dei vertici del concerto. Ovviamente parlo di Comfortably Numb. Qui Waters si è concesso pure un errore, lasciando che Snowy White entrasse per un attimo nell’assolo sul finale carico di atmosfera che solo questo brano sa evocare. È proprio quella parte degli ultimi tre minuti, quanto dura l’assolo di chitarra! Già solo per questa parte vale la pena vedersi l’esecuzione dal vivo. Kilminster l’ha aperto con rispetto e ha seguito magistralmente le orme di David Gilmour. Poi, prima del “crescendo” atmosferico dell’assolo vero e proprio, entra White. Senza idee, con una scelta di note del tutto mediocre, un riempitivo prevedibile che ha rovinato la costruzione di una magia unica. Per fortuna Kilminster poi ha in qualche modo rimediato all’impressione. Beh, una cosa piuttosto goffa per chiudere un concerto che altrimenti dovrebbe essere al 100%. Qui l’assolo di Gilmour è rimasto vincitore nel confronto con Waters. Lo stesso vale in questo confronto per l’esecuzione di Shine On You Crazy Diamond….

Del resto, posso dire che il concerto di Waters è più convincente dell’ultimo tour di Gilmour, se non altro perché ci siamo beccati una dose di due ore di musica dei Pink Floyd. Mentre Gilmour può dormire sonni tranquilli e usare senza problemi il nome Pink Floyd ogni volta che gli gira (per questo nell’ultimo tour solista si è potuto permettere di eseguire per intero il suo album solista “On An Island”), Waters si impegna visibilmente di più e si fa il mazzo per convincere la gente su chi sia il migliore nell’eseguire i pezzi dei Pink Floyd.

Purtroppo dal 1985 a oggi il tutto si è trasformato in una pura farsa, uno scontro tra due galli su chi suonerà meglio i Pink Floyd dal vivo. Entrambi, Waters e Gilmour, mungono senza ritegno la gente, e già solo per questo una riunione dei due nei Pink Floyd è impossibile. Quindi, se oggi volete rivivere un’approssimazione credibile dei Pink Floyd degli anni Settanta, dovete assolutamente andare ai concerti di entrambi. Gilmour e Waters. Già solo per i repertori così diversi. Eppure. Né Gilmour da solo, né Waters da solo possono dare ciò che possono dare solo i Pink Floyd nella formazione Gilmour/Waters/Mason/Wright. Purtroppo non li ho mai visti con Waters in formazione, eppure, se guardi solo Gilmour dal vivo, o solo Waters, vale la pena tenere a mente che quello che stai guardando non sono i Pink Floyd. Insomma. Waters senza Gilmour, e vale anche il contrario! Quando vai a vedere Waters, ti manca Gilmour, e quando vai a vedere Gilmour ti manca Waters. Sarà sempre così, nonostante gli elogi che arrivano dai frammenti dei concerti di entrambi, una singolare attrazione scenica e uno spettacolo creato da un’enorme macchina di effetti di luci e suoni e dall’ingaggio di musicisti e di una squadra tecnica che non sbaglia un colpo. Il denaro può comprare tutto, mentre l’anima resta insoddisfatta.

Interrompo la “geremiade” del paragrafo precedente: il concerto di Roger Waters, comunque la rigiri, è una cosa che dovete assolutamente concedervi. Almeno una volta nella vita. Anche se siete solo profani, vi incanta facilmente una realtà che durante il concerto ti fa toccare con mano cosa può comprare il denaro e che spettacolo da concerto può portare un denaro del genere. Le impressioni che vivi a un concerto di una tradizione così potente ti restano addosso per un bel po’ di tempo dopo. Che tu sia solo un “curiosone” o un fan sfegatato dei Pink Floyd.

Scaletta

1. In the Flesh
2. Mother
3. Set The Controls For The Heart Of The Sun
4. Shine On You Crazy Diamond (parts I. – V.)
5. Have A Cigar
6. Wish You Were Here
7. Southampton Dock
8. The Fletcher Memorial Home
9. Perfect Sense (pt. I. & pt. II.)
10. Leaving Beirut
11. Sheep
—pausa di 15 min.—
12. Speak To Me
13. Breathe
14. On The Run
15. Time
16. Great Gig In The Sky
17. Money
18. Us And Them
19. Any Colour You Like
20. Brain Damage
21. Eclipse
—bis—
22. The Happiest Days Of Our Lives
23. Another Brick In The Wall (pt. II)
24. Vera
25. Bring The Boys Back Home
26. Comfortably Numb

FORMAZIONE:
Roger Waters – basso, voce
Andy Fairweather Low – chitarra
Snowy White – chitarra
Dave Kilminster – chitarra, voce
Graham Broad – batteria
Jon Carin – tastiere
Harry Waters – organo Hammond
Ian Ritchie – sassofono
Carol Kenyon – voce, cori
Katie Kissoon – cori
PP Arnold – cori

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