Rumore, estetica e surrealismo (2013)

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Luogo: Channel Zero, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 11.10.2013
Presenze: 120 – 150
Prezzo del biglietto: 10 € in prevendita / 14 € la sera del concerto

Il venerdì sera ha portato nel rifugio dell’epicentro lubianese dell’alternative, il club Channel Zero, una dose bella robusta di provocazione sonora dai colori nuovi e di estetica noise avanguardista. Come headliner, e per la maggior parte della gente vero motivo per infilarsi nel tempio CH0, c’erano i post-punker newyorkesi A Place To Bury Strangers, che, nonostante un nome che richiama la proverbiale morte e il mortorio, la rigidità necrofila postmortem e la non-vita del punk, dimostrano esattamente il contrario. Con le loro salve di suono elettrizzato e chitarre fischianti, il terzetto della Big Apple è riuscito a consolidarsi tra i nomi più in vista e più affermati dell’avanguardia underground americana, e dopo oltre dieci anni di cambiamenti esistenziali e di riconcettualizzazioni è stato piazzato sulla scena slovena stavolta come difensore di un dominio più concreto del territorio, diciamo i «re del rumore». Sotto tonnellate di caoticismo distorto sono riusciti a soffiare nella propria essenza anche brandelli di veri brillanti garage pop a sangue pieno, con un tocco cupo e conciso alla maniera dei più affermati scozzesi Jesus And The Mary Chain, e nella sostanza sono più vicini agli Stooges di Iggy che all’indefinitezza post-grunge. Il drone ingenuo e pre-apocalittico delle isole britanniche dell’era dei remotissimi anni Ottanta, dopo il tributo di quest’anno alla band Dead Moon con l’album Strange Moon – A Tribute To Dead Moon, a detta di più di un buongustaio chiedeva una verifica empirica. Un motivo in più per esserci poteva essere, per gli asceti votati al garage, anche la prelibatezza noise rock che arriva dalla Georgia, derivato rumoroso multigenere, a tre membri e tre teste, che risponde al nome di Bambara.

Accompagnati da paragoni con la geniale estetica surrealista di David Lynch e cinti dell’eccezionale disco Dreamviolence, la festa è partita proprio con una dimostrazione d’urto di potenza straordinaria da parte del terzetto, con una dose noise-garage di pop sporco, distorto a bella posta fino in fondo. Il pop qui è chiamato in causa solo in parte, perché i Bambara, a modo loro psichedelico, sono più vicini a una miscela esplosiva estrema tra la vulnerabilità sognante degli Swans e un gothic gonfiato da stadio, mentre i conigli di Lynch saltano fuori con una faccia tosta fin troppo esplicita da praticamente ogni angolino della saturazione sonora di questa dose eccentrica, dal suono davvero denso, di scivolata sul palco, ben argomentata, lungo i sentieri traversi di un universo costruito in modo maniaco-depressivo. Oscuri e ermeticamente devoti ai trucchi suggestivi del drone post-punk e dello HC gaze, qui si prendono la totale libertà d’artista di strappare e legare in qualcosa di davvero potente e concreto i fili eclettici della voce sognante e bipolare di Reid Bateh. A questa si sposano con naturalezza, e senza un briciolo di genericità, il basso di William Brookshire e la ritmica sudatissima dello straordinario batterista Blaze Bateh, mentre sopra un intreccio parecchio schizofrenico di giochi dolci e da incubo tra ritmo e melodia si riversano anche cascate di elettronica bella ballabile. I ragazzi sul palco entrano davvero in sintonia con la propria essenza, e l’affiatamento irradia da ogni poro del trio in tutti i pezzi. Quelli che si piantano più in evidenza nel cuore e nella testa di una folla non certo numerosissima sono soprattutto l’eccezionale All The Same, con la sua estetica concretamente speziata, la versione mostruosa di Bird Calls, che suona come i Depeche Mode in un trip molto psicotico, l’eclettismo di Hawk Bones e i dolci echi delle grida dal morso demoniaco di Divine Teeth, che confermano e cementano lo status di prima grossa sorpresa della serata. I Bambara si sono uniti agli A Place To Bury Strangers in tour per la data in Polonia, e dopo sole tre apparizioni sul palco insieme questo giovane trio promettente si merita tutti i complimenti. Non vorrei mettere in risalto nessuno in particolare, anche se la sua fetta di torta da concerto se la merita soprattutto lo straordinario Blaze, che col suo modo di punire i tamburi, e soprattutto con una performance vissuta fino in fondo, ha lasciato un sapore migliore in bocca, grazie al quale l’offerta musicale, sonoramente piuttosto faticosa, è risultata ancora più godibile di quanto sarebbe stata altrimenti … I Bambara sono stati più che un tiepido antipasto, più vicini alla definizione di dominio garage totale. Così il compito di incantare del tutto il pubblico, prima di quello che doveva ancora arrivare, si è fatto parecchio difficile, perché gli standard andavano messi molto più in alto che se sul palco fossero saliti dei mediocri qualunque dopo un’esibizione da quattro soldi, cosa che i Bambara non sono stati affatto.

La fenomenale chimica del grande trio è andata avanti anche con l’arrivo delle star della serata, che hanno occupato il palco dentro un’atmosfera davvero estremamente fumosa di un Channel Zero bello pieno. Il fumo, sostanza nebbiosa, riempiva praticamente ogni angolo del locale, e per tutta la sala si bucavano raggi di laser ultraterreni, tali da far pensare a qualcuno di essere finito per sbaglio a una festa trance, mentre gli APTBS sono tutt’altro. Una riconcettualizzazione giurata dei paesaggi del primo Nick Cave, dei già citati Swans e dei Joy Division si dà la mano con un gioco post-punk dal suono davvero rustico, su una tavolozza sentita mille volte ma altrettante volte ricolorata, quella dei dischi A Place To Bury Strangers, dell’eclettico Exploding Heads e del dettame dell’album Worship, uscito l’anno scorso, e si fa strada lungo un percorso pop zuccherato parecchio interessante. La voce sognante di Oliver Ackermann, insieme all’elettronica, alla metrica piuttosto diretta del batterista Robi Gonzales e alle linee di basso parecchio atipiche di Dion Lunadon, si apre la sua strada a tratti con un fare chitarristico un po’ urlato, e da dietro le cascate sonore di un noise pop dal suono piuttosto ingenuo si sente perfino un po’ di affilatezza alla NIN, che però non sacrifica la ballabilità in questa corsa ad alta frequenza, parecchio satura, sul filo di ciò che pop, punk, goth, elettro e noise dovrebbero in realtà rappresentare. Slancio chitarristico, pose, eccessi, e il pubblico cade del tutto sotto la pressione megalomane del rumore catartico e di un ordine apparentemente caotico. Il trasferimento positivo di buona energia si riflette anche nel trasognamento danzante e nell’estasi del pubblico lubianese, che si sottomette volentieri al gioco ambientale di immagini e collage sonori. Tra i momenti migliori di un concerto impulsivo, suonato e intrecciato in modo spontaneo in un tutt’uno, con sottotoni progressivi insanguinati e rinforzati, spicca soprattutto la versione epica del brano conclusivo Ocean. Con un jam di più di 10 minuti, una sola luce che pulsa nella nebbia fitta e un pubblico a cui spetta l’onore di cocreatore di un’atmosfera eccezionale, porta il treno del piacere, perfetto e pieno zeppo, in dimensioni completamente diverse dalla realtà concreta. Il mondo sopra la terra era intessuto di urla di chitarre, e il pubblico, in questo contatto totale di tutte le linee di forza dell’estrema gravità dell’universo, si è calmato del tutto, lasciando i corpi in balia dell’ondeggiare del ritmo. L’assenza totale di tempo è andata avanti e avanti, e dopo un contatto davvero saturo di suono tra lo spazio e la temporalità infinita, all’ultimo spegnersi delle chitarre e del canto ipnotico è calato un vuoto sinistro e completo, un nulla che dopo l’arrivo del silenzio assoluto è stato ancora più definitivo, fatale e quasi più doloroso delle salve di rumore che si erano conficcate sotto la pelle e nella coscienza della folla.

Gli A Place To Bury Strangers sono spariti nella notte. Li ha avvolti una nebbia di fumo densa come il latte, e come un’apparizione dopo la straordinaria estasi nelle orecchie è rimasto solo un leggero fischio di orecchie irritate, che avevano risuonato al dolce rumore di entrambe le band. Un concerto eccezionale ha portato a Lubiana almeno un granello di quel relax e di quel lasciar perdere le preoccupazioni quotidiane, grazie al quale sui cuori e sulle anime del pubblico di stavolta è stato incollato un bel cerotto concreto di piacere totale. L’eclettismo della bellezza surrealista fa parte di questa storia, ma la parte del leone non sta solo nei paesaggi, nell’immaginario, nel gioco di luci suggestive, stavolta del tutto inutili per gli esteti della fotografia, bensì da qualche parte più in profondità. Probabilmente in quel punto di fusione totale tra le sensazioni del tempo e del luogo giusti, in cui lasciamo arrivare in superficie tutte quelle sensazioni represse, legate alle convenzionali leggi di gravità, e la giusta frequenza di suono e ritmo, anche se un paio di decibel più alta del normale, risveglia il cuore e la mente e lascia entrare nel mondo un raggio o due di quell’estasi incorporea e totale che non conosce pezzi, nomi di band, membri, ma sa di aver ricevuto qualcosa di bello, divino e fuori dall’ordinario. E per questo vale la pena tornare e tuffarsi in nomi come A Place To Bury Strangers o ancora più sconosciuti e meno ascoltati come i Bambara, che lasciano la vera impronta della loro vera essenza dove conta di più: nel cuore!

Scaletta

Bambara

1. Black Nail Polish

2. Bird Calls

3. Divine Teeth

4. Hawk Bones

5. Candy

6. All the Same

 

A Place To Bury Strangers

1. Alone

2. To Fix Gash In Your Head

3. Death Beat

4. Ego Death

5. You Are The One

6. Don’t Go

7. Don’t Burn The Fires

8. Dead Moon Night

9. Keep Slipping Away

10. Drill It Up

11. I’m So Clean

12. Fear

13. I Lived My Life

14. Ocean

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