Sacred Blood “Divine” Lies

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Magnum
Etichetta: SPV Records
Uscita: year
Durata: 54:26
Voto: 4/5

»Sacred Blood »Divine« Lies« è il diciannovesimo album in studio dei maestri britannici del prog/rock melodico Magnum, che negli ultimi anni in patria stanno vivendo una vera rinascita in fatto di popolarità ritrovata. Poco dopo l’uscita, »Sacred Blood »Divine« Lies« ha infatti già superato il successo commerciale del suo predecessore »Escape From The Shadow Garden« (2014), diventando l’album dei Magnum piazzato più in alto nelle classifiche britanniche dai tempi di »Sleepwalking« (1992). Nonostante i Magnum siano da un pezzo tra i meno giovani del giro, nonostante il carismatico cantante Bob Catley abbia ormai una voce piuttosto consumata e nonostante, a ben vedere, non riescano più da tempo a tirare fuori nulla di particolarmente innovativo, un successo così è più che meritato. Malgrado i problemi appena citati, i loro lavori in studio dal ritorno sulla scena nel 2002 si distinguono per una costanza qualitativa eccezionale, e il merito va in gran parte al contributo compositivo del capo non ufficiale della band, il chitarrista Tony Clarkin, che in tutti questi anni è rimasto più o meno fedele alla sua visione sonora originale dei Magnum: un gruppo che getta ponti tra rock melodico, hard rock e prog rock, tanto che è impossibile infilarlo sbrigativamente in un unico genere.

»Sacred Blood »Divine« Lies« è, come il predecessore, costruito esattamente sui desideri dei fan di lunga data, che più o meno sanno già cosa aspettarsi dalla versione attuale dei Magnum, la quale, oltre ai veterani Catley, Clarkin e al tastierista Mark Stanway, ormai da tempo comprende anche il bassista Al Barrow e il batterista Harry James. La copertina e il logo dell’album sono stati firmati ancora una volta da un vecchio collaboratore, il celebre grafico Rodney Mattews, autore in passato di tutte le migliori copertine dei Magnum. I Magnum si affidano di nuovo ai suoi servigi dal 2006, quando sono diventati abbastanza sicuri di sé da recuperare una bella fetta di quell’atmosfera trionfale degli anni Ottanta, di cui facevano parte anche le copertine a tema fantasy. Di sorprese musicali particolari su questo disco, che pure è un po’ diverso dal predecessore, parente stretto e altrettanto più che decente, non se ne trovano. I Magnum giurano sulla collaudata formula melodic/heavy/prog rock, ‘benedetta’ da una produzione moderna: una pratica sì prudente, ma nella loro condizione, ora che hanno smesso da un pezzo di farsi venire l’ansia per le hit e la sperimentazione sonora, piuttosto logica.

L’album si apre con la title track, dove sorprende un suono un po’ più grezzo di quanto ci si aspetti di solito dai Magnum, con la chitarra di Clarkin intonata più in basso, complice anche la voce consumata di Catley. A salvare il pezzo dalla mediocrità ci pensa un ottimo ritornello a più voci, rimasto una delle armi principali dei Magnum per evocare atmosfere epiche e del tutto paragonabile ai classici del passato. La power ballad »Crazy Old Mothers« offre un contrasto efficace, ci riesce con un assolo di piano in apertura e arrangiamenti sinfonici sontuosi che faranno felici tutti gli amanti delle imprese tastieristiche di Stanway. Anche stavolta le voci di accompagnamento coprono bene Catley proprio quando serve di più, così il ritornello melodico raggiunge l’effetto massimo. Nei suoi momenti migliori Catley suona come il ‘vecchio, caro zio Bob’ a cui i fan sono abituati dai dischi migliori dei Magnum, mentre nei momenti peggiori la sua voce sembra quella di uno che ha subìto una bella batosta da un eccesso di sigarette fumate. Segue il passaggio diretto a un pezzo più hard rock, »Gypsy Queen«, uno dei momenti più interessanti del disco, dove a un’introduzione sinfonica segue un divertente passaggio in una sezione pomposa, dettata da un riff di chitarra rovente e coronata da un ritornello epico.

»Princess In Rags (The Cult)«, con il suo suono di sintetizzatore ‘retro’ e un arrangiamento centrale drammatico dal sapore barocco, ricorda parecchio qualche lavoro dei Magnum della fine degli anni Ottanta, e a spiccare in particolare è il ritornello a più voci. »Your Dreams Won’t Die« è la tipica ballad edificante dei Magnum, con arrangiamenti sinfonici solenni, atmosfera e messaggio positivi, mentre il ritornello trionfale è di nuovo sviluppato nel modo collaudato, ‘old school’, che renderà felici tutti i fan di lunga data. »Afraid Of The Night« è un brano piuttosto vario, con tanti cambi di tempo e di ambientazione, e vanno sottolineati in particolare i ricchi arrangiamenti sinfonici di Stanway. In generale la sua presenza alle tastiere si fa sentire molto più che su »Escape From The Shadow Garden«. »A Forgotten Conversation« è infarcita di passaggi epici e melodie roboanti e, nonostante la solidità, non spicca per niente. Molto più interessante risulta il pomposo »Quiet Rhapsody«, che grazie a frasi di chitarra possenti, curiosi effetti percussivi, armonie ricche e un’ottima prestazione vocale di Catley è uno dei momenti migliori dell’intero album. Lo stesso vale per la delizia di rock melodico »Twelve Men Wise And Just«, adornata da un ritornello splendido, che include anche un’introduzione sinfonica e l’immancabile passaggio in una sezione drammatica dal ritmo cavalcante, gustose trame di tastiere e una prova vocale impegnata il giusto. L’epico congedo intitolato »Don’t Cry Baby« è una chiusura bella e dignitosa per l’album, con un sorprendente assolo di piano a metà brano.

Pieno di slancio giovanile, »Sacred Blood »Divine« Lies« è la prova lampante che i Magnum, anche se i loro momenti creativi migliori sono ormai lontani, sono ben lungi dall’essere da buttare. Qualcuno rimprovererà all’album prudenza e prevedibilità, ma a quel punto sorge una domanda seria: perché mai i Magnum, che ogni volta che in passato hanno provato a cambiare troppo il proprio suono si sono scottati, dovrebbero cambiare una formula sonora di successo proprio ora che sono avanti con gli anni? Rispetto al predecessore, »Sacred Blood »Divine« Lies« rappresenta addirittura un lieve passo avanti: ci sono meno ballad e anche Stanway è sensibilmente più attivo nel costruire lo sfarzo sinfonico, così l’album nel complesso lascia un’impressione estremamente positiva. Allo stesso tempo è bello vedere che i Magnum cominciano piano piano a essere apprezzati sempre di più anche a casa loro, in Gran Bretagna, soprattutto dopo che hanno dovuto sudare un’enormità per riconquistare il rispetto dei fan di casa, esigenti, e anche di tutti quelli che solo di recente hanno scoperto cos’è la buona musica e hanno smesso di ascoltare le varie baggianate corporate con data di scadenza di un giorno.

Formazione

Bob Catley – voce
Tony Clarkin – chitarra
Mark Stanway – tastiere
Al Barrow – basso
Harry James – batteria

Produzione

Tony Clarkin

Tracklist

1. Sacred Blood “Divine” Lies (6:41)
2. Crazy Old Mothers (5:48)
3. Gypsy Queen (4:29)
4. Princess In Rags (The Cult) (5:27)
5. Your Dreams Won’t Die (5:25)
6. Afraid Of The Night (4:32)
7. A Forgotten Conversation (4:56)
8. Quiet Rhapsody (5:40)
9. Twelve Men Wise And Just (6:18)
10. Don’t Cry Baby (5:05)

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