Schengenfest 2012 (primo giorno)

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Autore: Urban Bolta

Luogo: Vinica / Bela Krajina / Slovenia
Data del concerto: 03.08.2012
Numero di spettatori: 5000
Prezzo del biglietto: 25€ (biglietto giornaliero) / 55€ (abbonamento di tre giorni)

Ecco, è arrivato anche lo Shengenfest! Nel mare di festival di medie dimensioni che negli ultimi anni hanno invaso la Slovenia, ha iniziato a farsi notare per la sua offerta il più meridionale di tutti, lo Shengenfest, che si tiene proprio al confine croato, a un tiro di schioppo da Vinica, idilliaco paesino della Bela Krajina, terra di buon vino e gente alla mano.

La quinta edizione del festival sulla Kolpa ha fatto tesoro del successo dell’anno prima e ha servito al pubblico un cartellone più interessante rispetto ai festival concorrenti sul lato soleggiato delle Alpi – mi riferisco soprattutto all’ingaggio degli indie rocker Kaiser Chiefs il terzo giorno, che una settimana dopo l’esibizione a Shengn hanno suonato anche alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Londra – e sappiamo bene che a eventi così prestigiosi si esibisce solo un pugno dei più grandi. Gli organizzatori dello Schengenfest allargano quindi il festival anno dopo anno in modo mirato, richiamano nomi sempre più grossi e così facendo spingono la riconoscibilità del proprio marchio; in cinque anni di vita si sono meritati a pieno titolo l’etichetta di festival più promettente della propria categoria da noi.

L’arrivo nel pomeriggio all’area del festival ci ha regalato uno scenario splendido: personale gentile, giovani di ottimo umore, sole cocente, Kolpa fresca e, ovviamente, birra ancora più fresca. Lo Schengen può quindi vantarsi di tutti gli ingredienti di un buon festival!

Lo Shengenfest ha due palchi. Sul main stage va in scena il programma a tinte rock, mentre il palco elettronico più piccolo, dall’altra parte dell’area, richiama tra le sue braccia gli amanti dei ritmi non organici. Alle sei del pomeriggio il festival è stato aperto dai rocker di Kočevje Charlie Butter Fly, seguiti sul palco dai navigati volponi Relight. Purtroppo le esibizioni d’apertura hanno seguito la solita vecchia solfa: sotto il palco il deserto, perché i giovani, secondo la ricetta di sempre, si fidano più dei nomi già rodati che di farsi sorprendere da qualche band ancora sconosciuta. I ČAO PORTOROŽ hanno dimostrato che spesso vale la pena tentare la fortuna alla cieca! Questo collettivo di quattro musicisti eterogenei, sconosciuto al grande pubblico, punta su una forte dose di elementi psichedelici dentro uno stile di base punk. Suono garage, pieno di arroganza punk e di momenti indie rock più melodici, che i Čao Portorož hanno arricchito con linee vocali interessanti, a un primo ascolto un po’ grezze, tanto che il paragone con i veterani del punk sloveno, Otroci Socializma, ci sta tutto. Incisivo, interessante, originale! Mezz’ora in compagnia dei Čao Portorož è volata in un attimo, e io mi sono promesso di rivederli presto!

Poi è toccato al beniamino della scena rap slovena, la mascotte di Trnovo, Klemen Klemen. Accompagnato dal gruppo Dubzilla, ha richiamato sotto il palco molta più gente di chi l’aveva preceduto, raccontando storie senza fine dalle buie strade di Lubiana. Anche se non sono un fan di questo tipo di interpretazione musicale, bisogna riconoscere a Klemen Klemen la coerenza con la sua filosofia di vita inconfondibile, ma purtroppo è stato anche l’unico punto luminoso che sono riuscito a decifrare in un’ora di racconti in rima di ogni genere.

Poi sono saliti sul palco i beniamini dei giovani di dieci anni fa, una band stilisticamente a sé, sulla quale le opinioni si accendono ogni volta che annuncia un nuovo progetto – i SIDDHARTA! Il gruppo di Lubiana, che dall’uscita dell’album d’esordio »Id« (1999) ha percorso una lunga e fortunata strada, quest’anno è di nuovo più attivo dal vivo; in fondo a ottobre li aspetta un breve tour europeo in Germania e Polonia. I Siddharta hanno messo in piedi a Shengn una vera festa di massa, anche se, a dirla tutta, gli applausi più forti sono andati agli hit dei loro primi tre album. Nonostante tutta la loro grandezza, infatti, negli ultimi anni i Siddharta cercano senza successo di lanciare in radio un hit di maggior impatto che li avvicini alla gloria di dieci anni fa, quando proprio in questo periodo riuscirono a riempire il Centralni stadion za Bežigradom. A Vinica, sulle ali degli hit Na Sonce, B Mašina e Pot v X, ai Siddharta è riuscito di ricreare la magica atmosfera da concerto con migliaia di mani in aria, e tra i motivi evergreen hanno inserito con successo anche brani più recenti dell’ultimo album »VI«. Il navigato frontman Tomi Meglič negli anni ha imparato a dominare il pubblico, e un approccio estremamente professionale al palco non è estraneo nemmeno agli altri membri della band. Per salutare la Kolpa è arrivata ancora Od višine se zvrti, e i Siddharta hanno dimostrato ancora una volta di essere uno dei collettivi musicali più affiatati e professionali che abbiamo da noi.

È seguita l’esibizione della band americana VIZA, un interessante collettivo di nove elementi che due giorni prima si era potuto vedere sul palco del Trnfest di Lubiana. I Viza (prima dell’uscita dell’album attuale »Made in Chernobyl« si chiamavano Visa) sono stretti nella morsa del rock di base, ma la loro particolarità è un flirt sperimentale con motivi della tradizione etno / folk est-europea, merito della formazione internazionale di questo gruppo con base in America. I Viza si sono presentati come un collettivo prolifico e senza remore musicali, flirtando con vari generi, perciò hanno potuto godersi la loro esibizione tutti quelli a cui la sperimentazione fino all’etno gitano non è estranea. Anche se sotto il palco c’era un po’ meno gente, saluto comunque con calore la mossa dell’organizzatore di piazzare la band americana tra due nomi affermati dalle nostre parti, dandole così l’occasione di presentarsi al pubblico in una comoda fascia di tarda serata.

Che ti piaccia o no, parte tradizionale dell’offerta sono anche le band dell’ex Jugoslavia – non che la loro musica mi dispiaccia, mi dà più fastidio la mancanza di originalità degli organizzatori, che preferiscono puntare sul nome rodato mille volte invece di portare qualcosa di fresco. Comunque sia, davanti a noi c’erano i RIBLJA ČORBA, vecchietti del rock’n’roll di Belgrado che l’anno prossimo festeggeranno 35 anni di attività. Borda Đorđević era di buon umore e già dopo il pezzo d’apertura Ostaću slobodan ha tirato fuori un libro di poesie e, alla sua vecchia maniera, ha preso in giro gli omosessuali. La Čorba ha attraversato gli hit degli anni Ottanta, con la solita forte presenza di brani fino al 1986 incluso, cioè fino all’album »Osmi nervni slom«, ma evidentemente è passato abbastanza tempo dall’uscita dell’ultimo disco »Minut sa njom« (2009) perché nel repertorio sia rimasto spazio solo per il pezzo Radicu Šta God Hoću. La Čorba ha conquistato senza grossi problemi il pubblico della Bela Krajina, composto anche da gente della vicina Croazia, dove la Čorba, per i radicali principi di Bora, non suona dai tempi della guerra fratricida. Per i croati andare a un concerto della Čorba in Slovenia resta così l’unica opzione se vogliono sentire dal vivo anche gli evergreen Nemoj Srećo, Nemoj Danas, Amsterdam o Lutka sa naslovne strane. Un’esibizione rodata e soddisfacente delle leggende di Belgrado, che, a dirla tutta, grazie al loro status di culto non hanno bisogno di sforzarsi più di tanto per ottenere la risposta euforica desiderata.

Ultimi, alle due passate di notte, sono saliti sul palco i LENINGRAD COWBOYS, numeroso collettivo finlandese che con un vero show da buontemponi manda in frantumi lo stereotipo della chiusura e della compostezza finlandese. Pensate solo al saltatore con gli sci Janne Ahonen, hehe. Comunque sia, i Leningrad Cowboys sono un nome relativamente noto nel mondo del rock’n’roll, anche se non mi è minimamente chiaro cosa abbiano fatto per meritarselo. Primo, il loro flirt nostalgico con la tradizione e la storia russa è semplicemente bizzarro, soprattutto se pensiamo che finlandesi e russi sono da sempre sul piede di guerra. Secondo, i Cowboys si sono costruiti l’intera carriera suonando cover e prendendosi in giro da soli, di conseguenza noi buongustai della musica la loro fama non riusciremo mai a capirla. A Vinica non è andata diversamente. Cover di band di sfere musicali completamente diverse (The Offspring, Lynyrd Skynyrd, Lenny Kravitz, Mary Hopkin…), incartate nel celofan del loro tipico cazzeggio, davano sì un ritmo ballabile e saltellante a chi aveva voglia di divertirsi, ma hanno lasciato indifferente buona parte del pubblico. L’unico punto luminoso dell’esibizione è stato il combinarsi delle voci del cantante Ville Tuomi con le ballerine Anna e Hanna; ai Leningrad Cowboys, più che curarsi i ciuffi, in futuro consiglierei più musica nell’espressione complessiva della band, ma temo di essere già in ritardo… Insomma, ognuno ha trovato la sua ricetta per la gloria, e i Leningrad Cowboys hanno scelto proprio quella che a me piace meno.

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