Se c’è qualcuno che ce la fa, quello è Pat Travers (2013)!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Velden am Wörthersee (Vrba, Carinzia) / Bluesiana Rock Cafe / Austria
Data del concerto: 08.11.2013
Presenze: 40
Prezzo del biglietto: 26,00€ (in prevendita) / 30,00€ (la sera del concerto)
Pat Travers è una costante e una garanzia di grande ricchezza espressiva. È una leggenda del rock, temprata da un materasso titanico di fuoco blues. I concerti di Pat Travers sono sinonimo di un’esperienza rumorosissima, strapiena di voltaggio energetico. Due chitarre, entrambe roventi e sempre in agguato, che si scambiano a scatti gli assoli in un dialogo perfettamente affiatato! Entrambe sparano frasi fragorose, sostenute da una sezione ritmica dinamica come un reattore e impacchettata come un cannone. In primo piano, a comandare l’impianto strumentale, c’è la voce unica del quartetto: quella di una statua virile e ruvida, gutturale e dall’approccio da desperado, quella di Pat Travers. Travers, poi, resta fedele alla firma del modello di chitarra P.R.S. che usa Carlos Santana. Proprio come il nostro asso della chitarra Franci Zabukovec.
Dopo due anni il nostro uomo è tornato a Velden am Wörthersee, nel Bluesiana Rock Cafe, ormai un club leggendario. Stavolta, però, Pat e la sua ciurma hanno trovato la metà del pubblico rispetto a quello che avevamo registrato nella sua visita precedente alla Bluesiana. Da qui anche l’antipatico fatto che il nostro e i suoi sudditi non sono saliti sul palco prima delle dieci di sera. La formazione non è cambiata. Oltre a Pat Travers restano quindi al suo fianco il brillante batterista Sandy Gennaro, il bassista Rodney O’Quinn e il non meno fenomenale chitarrista Kirk McKim.
In questi due anni trascorsi dal nostro ultimo incontro con la leggendaria star canadese, però, Pat Travers non è certo rimasto con le mani in mano. Prima, nel 2012, ha pubblicato un album di cover dedicato alle leggende del blues, intitolato »Blues On Fire«, e quest’anno, a metà anno, è uscito il nuovissimo album in studio della Pat Travers Band, intitolato »Can Do«. Proprio perché attuale, quest’ultimo è stato presentato con una bella dose di »energia rigenerante« anche sul palco della Bluesiana.
L’inizio di questa nuova serata con Pat Travers suonava semplicemente da sogno. Con la peccaminosa provocazione rock ‘n’ roll tratta dal suo secondo album in studio »Making Magic« (1977), intitolata Rock ‘N’ Roll Susie, e con la magia che è poi cresciuta e basta attraverso altri due leggendari singoli di questo venerabile veterano della musica, che sono risuonati uno dopo l’altro nelle esecuzioni di Heat e The Streat dall’omonimo album in studio (annata 1978) e subito dopo dello standard autoriale, mordente e tostissimo, Crash and Burn, anch’esso dall’omonimo album (annata 1980).
Il quartetto ha ancora una volta disarmato il pugno di presenti con un’intesa eccezionale e una fantastica coesione sul palco. A brillare in modo evidente, in una precisione da certosini, sono stati soprattutto Pat e Kirk, che con una leggerezza da piuma hanno attraversato alcuni passaggi e ornamenti chitarristici piuttosto impegnativi, raddoppiandoli ogni tanto (anche) in terze, ma soprattutto hanno impressionato ciascuno con i propri straordinari assoli. I due sono fatti di un’altra pasta. Travers è un rappresentante della vecchia scuola, che con ispirazione ha rielaborato davvero tutti i geni che hanno rimesso in piedi il blues, mentre McKim, di qualche anno più giovane, ha lasciato a bocca aperta con la precisione eccezionale di sortite soliste ultrasoniche e velocissime, che ha scosso per tutto il concerto alla Bluesiana, regalando al tempo stesso l’esperienza di un controllo straordinario su ogni singola nota che ha pettinato lungo il manico della chitarra. La celebre voce ruvida di Travers ha fatto tremare i muri e le finestre della Bluesiana, mentre il nostro uomo viveva fino in fondo passioni ed emozioni attraverso i versi. In repertorio ha tenuto l’ottima mini suite epica di »Making Magic«, Stevie, in cui è emersa in modo particolare l’intesa da spaccare il capello in quattro dei due chitarristi di cui sopra. Questo brano ha creato senza dubbio uno dei momenti clou del concerto. Offre infatti un perfetto equilibrio a metà strada tra gli elementi della musica blues e l’innesto di melodie di un neoclassicismo ormai assodato (tra i brani nuovi, una cosa simile la si potrebbe dire proprio della title track dell’album »Can Do«). Una mini suite epica che può competere con suite arrangiate in modo analogo della saga classica del rock ‘n’ roll come Love To Love (UFO) o Stairway To Heaven (Led Zeppelin). Un messaggero dell’età dell’oro dei Settanta.
Pat ha appesantito la scaletta con una valanga di brani nuovi, tra i quali hanno »arieggiato« piacevolmente il repertorio soprattutto la più leggera e decisamente cantabile Diamond Girl (derivata da sol maggiore) e la title track dell’album, un filo cupa ma abbellita con furia. Come da copione, Pat ha inserito in scaletta anche cover di altri artisti. Così ha suonato di nuovo i suoi due preferiti personali, cioè la celebre Red House di Hendrix e I’ve Got News For Ya di Ray Charles, riassunto dell’originale riuscitissimo, e poi Statesboro Blues di Blind Willie McTell, che Travers aveva già registrato per il suo album in studio »Making Magic« (1977).
Quando la squadra dei quattro maestri si è lanciata nell’attesissimo e onnicomprensivo hit di Travers Snortin’ Whiskey, Drinkin’ Cocaine, era chiaro che il concerto stava volgendo al termine. Con la celebre Boom Boom (Out Go the Lights) dal debutto »Pat Travers« (1976), rifacimento dell’originale di Little Walter, il quartetto ha salutato il palco. In un’ora e dieci minuti. Il quartetto ha sfornato un pezzo dopo l’altro. Senza troppe chiacchiere. In realtà Travers non aveva nemmeno a chi dire granché, perché il pubblico era purtroppo davvero desolante. Dopo qualche reazione calorosa e qualche richiesta isolata di bis, il quartetto è risalito ancora una volta sul palco, e Pat ha annunciato l’esecuzione di un brano incluso nella sua compilation di cover intitolata »Blues On Fire«, una Black Dog Blues (orig. Blind Blake) reinterpretata in modo egregio.
E il concerto è finito di colpo. Un’ora e venti. Non di più. Forse è lo standard di Travers in questo tour, o forse il nostro uomo ha accorciato apposta la scaletta perché il pubblico era davvero sotto ogni critica. I ragazzi, insomma, sparano con una potenza intatta. Pat Travers, che quest’anno si è caricato sulle spalle la bellezza di 59 anni, è sì un po’ più robusto anche di qualche chilo, cosa che con gli anni viene da sé, ma la sua voce, il suo carisma sul palco, la sua postura solida e imponente, piena di grande sicurezza e di una concentrazione fantastica, non si spengono. Il marchio di fabbrica di un impatto blues rock maledettamente rumoroso resta quindi nelle mani di questo musicista sopraffino benedetto e immacolato come sempre. Ci auguriamo dunque nuovi incontri con il grandissimo Pat Travers e la sua squadra scelta e rodata di tre matador musicali al suo fianco. Con Travers succede sempre che, nell’eccezionale rumorosità devastante che serve nei concerti da club, viene facilmente la sensazione che a fine serata il locale sia avvolto da una densa coltre di fumo, se non addirittura raso al suolo. Il maestro resta il maestro. Che il suo spirito creativo e la gioia di salire sul palco non lo abbandonino mai, nemmeno nell’età della maturità artistica!
Scaletta
1. Rock ‘n’ Roll Susie
2. Heat in the Street
3. Crash and Burn
4. I’ve Got News for You
5. Black Betty
6. As Long As I’m With You
7. Diamond Girl
8. Can Do
9. Stevie
10. Statesboro Blues
11. Red House
12. Long Time Gone
13. Wanted (That Was Then / This is Now)
14. Snortin’ Whiskey, Drinkin’ Cocaine
15. Boom Boom (Out Go the Lights)
—bis—
16. Black Dog Blues
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