Sesso, droga e rivoluzione! (2013)

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Luogo: VPK Cvetličarna, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 29.08.2013
Presenze: 1.000 – 1.200
Prezzo del biglietto: 25 € (prevendita) / 29 € (la sera del concerto)

Che bello quando le cose belle si avverano, e giovani e vecchi vengono viziati senza compromessi con una ricca messe di punk. Nonostante la percentuale ridicola di acquirenti nostrani, a servirlo alle masse, in un genere intriso di liberazione anarchica, ci pensa la squadra di Gala Hala e soprattutto il geniale, ispiratissimo Andrej Sevšek. Fino a qualche anno fa non mi sarei mai azzardato a pronosticare di vedere sullo stesso palco i Bad Religion e poi anche i NOFX. Visto che questi ultimi, con tipico atteggiamento da superstar, hanno ignorato la Slovenia per ben 15 anni, se non sbaglio, sembrava quasi irreale aspettarsi che Fat Mike e compagnia tornassero davvero nel nostro angolino prealpino di questo misero universo. E invece eccoli qui, a regalarci dopo tre anni un po’ di gioia in vite svuotate da recessione e disperazione. I miracoli succedono: dopo tre Punk Rock Holiday, nonostante i soli 400 biglietti venduti quest’anno in Slovenia, si continua a fare l’impossibile. Così Sevšek e la sua squadra hanno deciso di organizzare alla Cvetličarna il PRH Afterparty, ovvero l’antipasto del PRH 1.4, con i NOFX come ospiti d’onore. Il banchetto di eccessi punkoidi l’hanno completato i greci di Hollywood, i Barb Wire Dolls, e la nostra soldataglia di veterani HC di Ribnica, dal messaggio vegano-attivista e con le palle d’acciaio: gli eccezionali Golliwog. Stavolta niente scuse, e la strada verso la Cvetličarna di Lubiana era praticamente obbligata.

Ad aprire, davanti a una sala già bella piena, sono stati gli attivisti anarcho punk di Ribnica Golliwog, che mi erano rimasti impressi già dal palco dell’Orto bar. Lì, in un concerto dell’evento Drunk In Public, avevano dimostrato che anche nel nostro piccolo mondo ci sono abbastanza talento, rabbia e ribellione per un’opposizione anticonformista di qualità al sistema, con una dose sopra la media di rabbia ben articolata e spirito critico. Il loro »fakof« fai-da-te (D.I.Y.) a tutte le norme della hitoidità è grasso, rumoroso e crudo, senza lucidatura, e i Golliwog, invece di roba stagionata, sparano al pubblico salve dal suono pastoso di un HC un po’ robusto, ma maledettamente cantabile e orecchiabile. Dell’Orto mi era rimasta in mente soprattutto la sexy cantante e chitarrista Saša, mentre a diluire l’ebbrezza ferormonica ci pensano tre veri maschioni – il bassista Matej, il chitarrista Vid e il batterista dalla mano pesante Rok. Dopo l’inizio del concerto, che purtroppo mi sono perso, ecco il manifesto antiglobalista di Ribnica e i colori della vera festa punk, e i livelli di serotonina si riallineano con la melodia ultraveloce di Serotonin Fix, che, breve, secca e concisa, scivola in un chiarissimo »NO!« a tutte le cazzate corporate con la canzone Corporate Puppet. I Golliwog hanno un livello di energia sopra la media, e la buona chimica sul palco è un po’ rovinata da un suono piuttosto squilibrato, in cui le voci si perdevano e il basso si sentiva decisamente troppo poco. Eppure era impossibile sottrarsi al pogo e lasciarsi andare a un’accensione di passioni ben calibrata, con una provocatorietà elettrizzata al punto giusto, par excellence! Le atmosfere dell’eccezionale album Plague Allegiance sono difese a dovere dal galoppo dolcesuono di Solitary Confinement. A tratti i Golliwog suonano come un perfetto mix di NOFX d’altri tempi con l’aggiunta di un impegno pro-politico per l’anticonformismo e di una ribellione che pretende un nuovo ordine mondiale di dominatori; li si ascolta, nonostante la somiglianza, mentre accendono la passione in modo ben speziato. Make My Day dimostra che in un tempo scarsamente misurato si può spremere un sacco di filosofia personale. Con fronti e corpi fradici di sudore, l’offerta di eccezionalità dal palco è stata ripagata col ballo sotto il palco anche dai fedeli arrivati da ogni angolo della nostra piccola patria. Tra la folla di magliette dei NOFX si vedevano anche portatori di band HC più dure e più ortodosse, e tra le capigliature sudate spiccavano pure un paio di mohawk a sega circolare ben curati. Tutti i presenti si sono lasciati andare ai scaldacuori e scaldanime di Ribnica. Il termoforo della serata sono stati stavolta gli attacchi fulminei e martellanti di ritmo e melodia, in cui si mettono in luce proprio tutti i membri della band. I momenti singoli, volutamente dilatati, sono piazzati lì per inchiodarvi col suspense al pavimento di cemento, riportarvi coi piedi per terra, versarvi del vino puro e svegliarvi dal vostro sognare universale e dall’apatia. Saša si scambia ogni tanto qualche battuta con Matej, ma per il resto non si perde tempo in chiacchiere inutili e discorsoni. Siete pronti a morire per i politici e i capibanda del nuovo ordine mondiale della schiavitù? Proprio del sistema di questi ultimi parla Factory Of Neo-Con Stomping Boots, con cui i Golliwog servono un mare per niente servile di motivi per riflettere e per scavare nell’essenza stessa della nostra esistenza vuota, e con tutto questo ci si può pure ballare! More Than Meets D.I.Y. era un disco di essenza primordiale, a cui ci si può inchinare a ragione ancora oggi, e in un minuto e mezzo Optimus Prime sparge tutti gli ingredienti di una festa melo-core di qualità. E siccome le persone intrise di sostanze inebrianti sono più manovrabili, Planet Xanax è il complemento spettrale della serata, con salve di liriche escapiste e slogan per levarsi da questo mondo verso sfere di coscienza superiori. Il per niente tenero Lovers si chiude con la rivelazione brutalmente martellante di Tomorrow When I Wake Up There Will Be A Brand New Happy Life For Me, che promette luce e speranza e allo stesso tempo invita ad agire, a darsi da fare, a impegnarsi.

I Golliwog hanno svolto alla grande il loro compito di rompighiaccio dell’aria di Lubiana. Sudati, affamati di continuazione e di nuove sorprese, in tanti aspettavamo l’arrivo dei greci, che hanno lasciato la Grecia sfasciata dalla recessione per andare a cercare i loro sogni di successo nel »bel nuovo mondo« di Hollywood. I critici descrivono i Barb Wire Dolls come esplosivi, primordiali, grungeggianti e punkeggianti, e a ogni modo la band attira l’attenzione anche perché questi cretesi sono tutt’altro che il solito trio musicale. Isis Queen è una cantante sexy dal carisma eccezionale, il chitarrista Pyn Doll, con la testa rasata e i pantaloni di pelle, come autore principale di testi e musica guida la strada del gruppo con sicurezza dal 2008, e a completare la spina dorsale del suono e di un impegno sincero per una rivolta dalle radici antiche c’è anche il batterista Krash Doll. La prosecuzione estrogenica della serata comincia con un Pyn Doll visibilmente teso che occupa la parte destra del palco, mentre Isis Queen, bionda, si siede per terra davanti alla batteria di Krash Doll e trafigge con sguardi fissi la prima linea, dove si sono radunati curiosi ragazzini e ragazzine. Destroyer Boy conferma le voci secondo cui nelle ondate d’urto della band c’è un bel po’ di mojo dei Nirvana, incrociato con fronzoli alla Dead Kennedys; il pop antiglobalista, con un cuore street punk, canta la storia di fermenti politici, del crollo delle finanze e delle speranze. Isis, con la sua mise punk d’altri tempi da punk diva, misura le file statiche di spettatori incomprensibilmente tranquilli e palesemente critici verso i vecchi motivi. Per questo Isis dedica loro un pezzo alla Misfits, Walking Dead. L’invasiva combinazione di chitarra distorta, che il sempre teso Pyn doma a dovere, si intreccia bene con la voce penetrante della cantante; in un trittico di esplosiva asprezza alla Jello Biafra il gruppo solca costante e ben affilato il terreno. Il mix eccessivo di sessualità, violenza e melodia anni Settanta, cioè del punk di prima ondata più ortodosso,  fa capire che il punk non è mai morto. Almeno non del tutto: ha preso altre forme sonore, e una delle sue incarnazioni più importanti è stata proprio il grunge. Con la sua bellezza femminile e la sua voce cruda, Isis segue le orme di Debbie Harry, Joan Jett e Nina Hagen. Che ci meritiamo più di quello che abbiamo, e che non è tempo di restare fermi e immobili, ce lo ricorda Isis con il fatto che, dopo l’uscita dalla Jugoslavia e l’ingresso volontario nell’UE, ci siamo autonomamente calati quasi in fondo ai bui gorghi della crisi, e alla gente evidentemente non frega un cazzo di una cosa del genere, a essere un po’ diretti e senza peli sulla lingua. World On Fire sarà anche piuttosto rustico, ma prende di mira tutti i postulati di un mondo che semina disperazione. La nota sociale sprizza dalla sexy frontwoman da tutti i pori e, nonostante la posa sul palco apparentemente studiata, nell’esibizione della band si sente più naturalezza e più fede in quello che fanno che in tanti gruppi dall’impostazione più galante e più orecchiabile per le masse. I Barb Wire Dolls sono un mix esplosivo di critica eccezionale e di musica che nega ogni novità e giura sull’eredità di Black Flag, Circle Jerks, Ramones, Dead Kennedys, Vibrators e dei famigerati Sex Pistols, e il trio non vuole nemmeno piacere alle masse. Wild Child Diamonds stavolta, in chiave più femminile, richiama alla mente il rock sporco dei Nashville Pussy, mentre I Wanna Know, con un sottofondo più ballabile, non riesce a entrare del tutto nei pensieri e nelle sensazioni. Probabilmente per una falsa ingenuità che, credo, sotto la superficie nasconde qualcosa di più succoso e pieno di una resa dei conti con egotrip e maniaci dell’ego. Il brano Your Escape riporta le sensazioni su binari più punkoidi, e Isis, con passeggiate ben congegnate da sinistra a destra, prova a scuotere un po’ la statica sonnolenza del pubblico di Lubiana, ma purtroppo lo street punk con sfumature grunge stavolta non è proprio la ricetta giusta per attivare le masse. Devil’s Full Moon porta nel set un po’ di spirito stoner che a un concerto punk non mi aspettavo, e il suspense delle chitarre più smorzate di Pyn porta lentamente verso la fine la seconda tappa del concerto. Isis Queen mette la ciliegina sull’esibizione con una dedica sentita al pubblico che, credo, stavolta ha deluso la band. »Non dimenticate di lottare per voi stessi. Slovenia, svegliati. Questa canzone è per voi. Revolution!«. Revolution suona come i Nirvana degli inizi – semplice, incisiva e senza giri di parole, e si sente proprio lo spirito di Steve Albini, che ha lasciato il suo marchio sul disco SLIT, con cui i BWD hanno segnato il loro 2013. Lubiana stavolta forse non è stata davvero conquistata, ma i ragazzi, per un’esibizione sincera, anche se non del tutto sentita e compresa, si meritano ogni lode. Spero solo che questa fredda doccia del pubblico sloveno non li scoraggi da un eventuale ritorno dalle nostre parti.

Poi segue una pausa piuttosto lunga, durante la quale i roadie, oltre ad amplificatori, chitarre e microfoni, preparano gli elementi extra per accordare alla perfezione le star della serata sull’aria di Lubiana. Oltre all’alcol sul palco, credo che nel backstage non mancasse nemmeno qualcosa di meno legale. I NOFX, ovvero il grande NO a tutto ciò che è stato, sono decisamente pronti a scuotere la Slovenia. La Cvetličarna, stipata fino all’ultimo angolo, aspettava nell’auditorio senz’aria e intriso di sudore l’arrivo della band che da 30 anni semina tra le masse salve melodiche di HC cariche di cinismo e umorismo. Tra tonnellate di musica di qualità, nel repertorio di questi provocatori californiani e casinisti nonchalant si trova tanto punk quanto qualcosa di meno ortodosso. Di risate, dunque, non ne mancheranno. Sul palco, con un sottofondo di suoni reggae, arrancano i due chitarristi paffuti e gioviali El Hefe ed Eric Melvin, dietro la batteria si siede Erik Sandin, e per ultimo, passando sopra a un migliaio di mani, arriva barcollando sul palco Fat Mike, stavolta agghindato con un mohawk blu. Prima ancora di partire lancia nella folla il suo braccialetto, e la festa può cominciare. La festa concertistica dell’anno si apre con un avvertimento: »What you’ll believe to expirience as one of if not the best show of your lives I’ll consider at best as for mediocre!« Il che non è affatto una promessa di scempiaggine, perché in tre decenni di carriera i NOFX hanno dimostrato che solo la perfezione è abbastanza buona per loro. Gli 11 album usciti dopo Liberal Animation lo testimoniano fino all’ultimo accordo. Stavolta i quattro aprono un terreno nuovo con il super hit dell’album Pump Up The Valuum, e al primo accordo un proiettile di birra colpisce Mike. Il casinista, stavolta evidentemente di buon umore, si limita a sorridere e sfodera un’esecuzione perfetta del pezzo sui resti preistorici del passato, erigendo intanto il primo monumento a una band che, nonostante la fama, resta fedele solo a se stessa. Dinosaurs Will Die è stata una splendida ouverture alla serata, seguita da un’osservazione sarcastica e pungente del cantante a spese di pettinature e vestiti. La folla, ben compressa, ha ballato ancora una danza selvaggia di piacere e sottomissione, tra l’ululato breve e la minutaggio ridotto di Murder The Government. Quanto all’età dell’oro di skate, punk e feste alcoliche, con Bob, brano dell’album White Trash, Two Heebs And A Bean, ogni accordo del quartetto di umore eccellente la richiama alla mente con stile e coerenza. Verso il palco rotolano le prime ondate di crowd surfer, che però i muscolosi addetti alla sicurezza respingono e dirottano senza pietà. Che i succhi vaginali femminili siano ottimi per avere un collo più liscio lo annuncia, prima di Quart In Session, a una giovane coppia – con la ragazza in gonnellina seduta sulle spalle del ragazzo servizievole – l’intransigente Mike. Poi sorseggia un po’ di miscela volatile ad alto numero di ottani dal bicchiere sull’asta del microfono, e lo show continua. Eric Melvin ed El Hefe portano avanti con nonchalance il flusso depilatorio, mentre con il primo pezzo del nuovo album, intitolato Self Entitled, 72 Hookers, dimostrano che anche i materiali più recenti sono vitali e capaci di penetrare in profondità fino al centro del cuore. Eppure l’epicentro del piacere va cercato nei traguardi del passato, perché le nuove creazioni non si sono ancora potute gustare del tutto. Il fatto che nel mondo ci sarebbe più pace se la gente mangiasse di più e sparasse e sbandierasse armi di meno viene mascherato da una buona dose di battute umoristiche. Punk In Drublic resta ovviamente terreno più rodato, mentre Seing Double In Triple Rock, con salve di riff ultra rifiniti e una ritmica perfetta, fa ondeggiare ogni angolo della Cvetličarna. L’alcol scorreva a fiumi, e le canzoni sull’alcol sono accompagnate da una sottomissione allegra e volontaria al richiamo dell’eterna sete. Dall’album I Heard They Suck Live richiama alla mente una ritmica più reggae la cover degli eccezionali Rancid con il loro brano Radio. Con l’associazione a Bob Marley e ai Wailers il ballo continua in modo inatteso. Caos e devastazione li provoca la splendida esecuzione di un pezzo praticamente imprescindibile del repertorio, Linoleum, hit dall’eccezionale album Punk In Drublic, a cui segue un po’ di humour nero uscito dalla penna, o meglio dalla mente alcolizzata, dell’ex frontman grassottello.

Con la convinzione cinica di essere meglio di tutti, Mike prende di mira come bersaglio di scherno un fan disabile in sedia a rotelle, a cui promette il miracolo di saltare su con una dose della sua cocaina custodita nel backstage. Dopo un breve intermezzo si prende il tempo di regolare i conti con la procreazione nel brano Fuck The Kids, e dall’album Coaster penetra un’esecuzione convincente di Quitter. Segue un omaggio a Lubiana con un nuovo testo per What Now Herb? Stavolta è Lubiana (Herojuana), che fa rima con marijuana, perfetta per risvegliare i sentimenti da fumatori degli amanti dell’erba. I NOFX si guadagnano con un fragoroso applauso ancora qualche scalpo in più, almeno per quanto riguarda la gioventù nostrana. Meno entusiasti sono stati i visitatori dal lato croato del confine: stavolta, a quanto pare, quello di Lubiana era »il secondo miglior concerto del tour europeo«, mentre Zagabria pare »facesse schifo« … Nonostante tutto nessun rancore, e l’atmosfera per niente guastata. Che la perseveranza è la chiave del successo, e che se per tutta la sera porti sulle spalle la tua amata sei il suo »trombatore«, lo rinfaccia di nuovo a una giovane coppia caduta evidentemente sotto il suo occhio ubriaco l’incorreggibile Mike, che prima dell’ottimo nuovo pezzo I Believe In Goddess ammette di essere sottomesso anche lui allo stivale della sua domina. Wolves In Wolves Clothing è la scusa per dire che i ragazzi sono già belli sbronzi, e il pezzo 60 %, con un country punkeggiante, dice la pura verità: »I don’t care how bad I fuck up / I care about how fucked up I get / I’m not your clown / I’m your dealer / And I’m holding three bindles of bullshit / And you’re buyin’ them ‘cause you are addicted / To the pure and totally uncut.« Stavolta lo splendore è più dorato e bello e, bagnati di sudore e in quasi totale appagamento, arriviamo anche al mio pezzo preferito della serata – Eat The Meek. »Why must we stay where we don’t belong?« Maledizione, davvero – perché? E nell’introspezione tra un mosh e l’altro, ai tuoi gomiti si appiccicano senza invito mascelle e costole di godaioni invadenti, che del tuo spazio personale non si sono e non si preoccuperanno. Questo splendido intreccio di corpi e di un unico spirito godereccio in un vuoto perfetto lo interrompono prematuramente proprio i NOFX, che poi si prendono una pausa di cinque minuti e, tra salve di fischi e urla, tornano sul palco. »Gli organizzatori hanno minacciato di non pagarci se non suoniamo ancora qualcosa per voi. Cazzo! Peggio che a San Francisco!« Prova a esprimere un finto disappunto per l’esibizione l’enfant terrible della band, il tante volte citato attention whore Fat Mike, che almeno è guardabile e ascoltabile! La loro salva antibushista di malcontento politicamente attivo la cantano poi Mattersville e Franco Un-American, critica verso l’America, e a coronarla è il brano We Called It America. Il finale è stato all’insegna degli ultimi atomi di energia: i corpi rotolavano verso le transenne e gli addetti alla sicurezza, che come una diga di muscoli e brutalità cercavano di difendere l’inviolabilità del palco, ma a qualche coppia è comunque riuscito di arrivare fin sopra. Stickin’ In My Eye, orecchiabile hitino dell’album White Trash, Two Heebs And A Bean, prosegue con Bottles To The Ground, ispirata al Valium, e dopo il rumorosamente accolto punko-drublico The Brews è arrivato il gran finale con il brano Kill All The White Man, ultimo saluto e »fakof« al pubblico, poi i NOFX salutano Lubiana.

Ma non per sempre, spero, perché quella sera di insoddisfatti non ce n’erano. La soddisfazione di giovani menti sorridenti e ubriache era totale, e i NOFX hanno confermato il loro primato di portatori di fiaccola della miglior festa punk, con cui nessuno può competere. Nonostante tutti gli elogi alle star californiane, però, non dimenticherei neppure le nostre perle europee. Come anello di congiunzione se la sono cavata bene, almeno ai miei occhi, anche i Barb Wire Dolls, e gli assi nostrani dell’emozionante melodia HC, gli eccellenti Golliwog, hanno acceso nel mio cuore una fiamma d’amore ancora più grande e più forte per questa band di Ribnica. Questa eccezionale ouverture a una nuova promessa di vacanze punkoidi (o al definitivo addio a quelle di quest’anno) non ha concesso emozioni finte in nessun senso, dunque. Chi stavolta non c’era alla Cvetličarna, se lo segni dietro l’orecchio. E anche se fosse venuto, non c’è garanzia che in una sala stipata fino all’ultimo avrebbe trovato posto. Io, davanti a un concerto così di massa e così ben frequentato, spero in qualche replica in futuro. E non solo quando sul palco salgono le star di prima lega. Un po’ più di passione, di slancio e di sostegno se lo meritano anche i bravi stakanovisti a cui finora forse non avevate ancora pensato, e che vi versano volentieri nelle orecchie un po’ più di freschezza, di elan e di passione di quel paio che, tra oro, lodi e successi, combatte con meno impegno contro la routine e la noia, perché con il culo pieno è sempre più facile cagare che a digiuno. Per come sono state accolte le cose nuove e quelle vecchie del repertorio dei NOFX, bisogna almeno sussurrare sottovoce: »Non si può restare comodamente sdraiati per sempre sugli allori«, anche se è vero pure che i veterani con 30 anni di militanza non hanno più bisogno di dimostrare niente. Sono un franchising che si vende da solo e, dopo un concerto che a mio parere è stato ancora meglio della visita alle prime vacanze punk di qualche anno fa, spero che l’esperienza si ripeta ancora, perché del buono non ce n’è mai troppo, no?

Scaletta

GOLLIWOG:
1. My Philosophy
2. Places
3. Deception
4. Serotonin + Corporate
5. Solitary Confinement
6. Make My Day
7. Rain Of Ruin
8. Factory
9. Optimus Prime
10. Xanax
11. Lovers + Tomorrow

BARB WIRE DOLLS:
1. Destroyer Boy
2. Walking Dead
3. World On Fire
4. Wild Child Diamonds
5. I Wanna Know
6. Your Escape
7. Devil’s Full Moon
8. Revolution

NOFX:
1. Dinosaurs Will Die
2. Murder the Government
3. Bob
4. Quart In Session
5. 72 Hookers
6. Seeing Double at the Triple Rock
7. Radio (Rancid cover)
8. Fuck the Kids
9. Linoleum
10. The Quitter
11. What Now Herb?
12. Herojuana
13. I Believe in Goddess
14. Eat the Meek
15. Mattersville
16. Franco Un-American
17. Champs Elysées (Joe Dassin cover)
18. Stickin’ in My Eye
—bis—
19. 60%
20. We Called It America
21. Bottles to the Ground
22. Perfect Government (Mark Curry cover)
23. The Brews
24. Kill All the White Man

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