Set Abominae all’Orpheum di Graz (2007)

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Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Orpheum Theater / Graz / Austria
Data del concerto: 16.10.2007
Spettatori: 800
Prezzo del biglietto: 30,00€

Iced Earth negli ultimi anni stanno scrivendo una storia di band parecchio interessante. Nel 2003, dopo aver già iniziato a registrare le linee vocali per l’album The Glorius Burden, li ha lasciati il carismatico Matthew Barlow, che era famoso come una delle voci più uniche, particolari e potenti del metal. Le linee vocali le ha registrate di nuovo la stella nascente del metal, Tim “Ripper” Owens, che dopo essere stato scaricato dai Judas Priest si è unito agli Iced Earth come membro stabile. Dopo l’uscita di The Glorious Burden (2004), accolto in modo piuttosto tiepido sia dalla critica che dai fan, la band è sparita nella nebbia. All’inizio di quest’anno però il leader Jon Schaffer ha finalmente rivelato che gli Iced Earth stanno preparando uno dei progetti più ambiziosi della loro carriera – il seguito della trilogia cult Something Wicked This Way Comes, tratta dall’omonimo disco del 1998. Il male ha preso forma nel nuovo lavoro Framing Armageddon, e per presentarlo i ragazzi si sono lanciati in un’ampia tourné europea; la tappa più vicina a noi è stata a un tiro di schioppo dal nostro confine settentrionale, nella sala Orpheum di Graz. All’inizio come spalla erano stati annunciati gli svedesi Dark Tranquillity, poi sono piovute come un fulmine a ciel sereno due formazioni davvero pazzesche – i guerrieri finlandesi Turisas e le leggende thrash canadesi Annihilator. Andare all’Orpheum era un obbligo!

Ed è stata la mia prima volta nell’incredibile sala di Graz, che un collega ha descritto al meglio come “indoor Križanke”. L’atmosfera di questa sala da circa 1500 teste toglie davvero il fiato, e quando sul palco sono saliti i Turisas ho davvero boccheggiato per qualche istante. Per genere i Turisas forse non erano la scelta giusta come band di apertura, ma i battle metaller finlandesi sul palco non deludono. Già solo con la presenza si meritano la fama di unica e sola battle metal band: war paint, pellicce, pelo e cuoio ti catapultano davvero nella natura idilliaca e incontaminata dell’Europa medievale, spezzata dal fragore delle armi, dallo schianto delle asce e dalle urla dei mutilati. I Turisas sul palco sembrano davvero nel mezzo di una furiosa tempesta di guerra, e a rendere l’effetto ci pensa soprattutto il gigantesco e carismatico frontman, Mathias “Warlord” Nygard, che con l’aspetto da crudele despota militare si guadagna il suo soprannome. Warlord, con una voce incredibilmente potente, brutale nel growl e maledettamente epica e pomposa nel pulito (se vuoi musica epica nel vero senso della parola, dimentica subito i nanerottoli italiani Rhapsody of Fire o i narcisi oliati Manowar e procurati i Turisas!), si presenta nel ruolo di un vero generale, che comanda senza fatica la sua squadra di ufficiali sul palco e la massa di fanti sotto il palco. Warlord però non è certo l’unico a mandare il pubblico in estasi guerriera: va citato soprattutto il bassista Hannu, divertente e rilassato, che sfoggiava le pettinature più ridicole, e l’energico violinista Olli, che dopo mezz’ora di sega forsennata (i Turisas sono unici anche perché tutti gli assoli del nuovo album The Varangian Way sono suonati con il violino elettrico) ha consumato completamente l’archetto. Purtroppo stavolta i Turisas hanno suonato per primi, quindi hanno avuto giusto una mezz’ora scarsa, volata in un attimo. Ma in così poco tempo ci hanno portato senza problemi lungo il Volga fino a Velikij Novgorod con To Holmgard and Beyond e A Portage to Unknown, con la festa a base di birra One More ci hanno riportato al debutto Battle Metal, e con la fantastica cover di Rasputin dei Bonnie M ci hanno spediti ai tempi dei tacchi alti, degli stracci luccicanti, delle parrucche afro e delle palle da discoteca. “Do you like disco?” ha chiesto Warlord – e la mia risposta è: disco dopo i Turisas, eccome! I Turisas ci hanno salutato con l’epica Battle Metal, che ha fatto capire come una mezzoretta sia decisamente troppo poco per una band che posso tranquillamente definire una delle migliori metal band degli ultimi anni e una vera macchina da guerra ruggente sul palco. I Turisas sono una band che devi semplicemente vedere! “Turisas – one more please!”

Di tempo per tirare il fiato non ce n’è stato granché: gli austriaci sono puntuali come un orologio svizzero e le band salivano sul palco al minuto esatto. Era ora dell’assalto di thrash metal canadese velenoso, atteso con la mia stessa impazienza anche dalla sala ben piena. Con la bomba King of the Kill, le leggende canadesi Annihilator hanno benedetto le nostre orecchie con dell’ottimo thrash metal. Una band che coi primi due album, Alice in Hell (1989) e Never, Neverland (1990), tra i momenti più luminosi del thrash metal, aveva fatto presagire la salita al trono del thrash, ma con le uscite successive purtroppo non ha mantenuto le grandi aspettative e speranze, affondando piano piano nell’oblio. Quest’anno hanno sfornato un altro lavoro decisamente mediocre, Metal, che ha purtroppo solo confermato come agli Annihilator manchino da tempo fiato e slancio. Eppure gli Annihilator hanno dimostrato che dal vivo sono ancora maledettamente carichi e velenosi, da veri thrasher! Il leader e unico membro originale rimasto, il grande Jeff Waters, ha guidato con energia l’intero set di tre quarti d’ora, smanettando come un pazzo, saltando di qua e di là e spronando e infiammando il pubblico per tutto il tempo, arrivando fino al bordo del palco e mitragliando la platea con la sua classica bellezza rossa in stile Steve Harris. Io Annihilator li aspettavo con parecchio scetticismo, perché mi fanno schifo soprattutto i vocalizzi acuti di Dave Padden, che sugli album suonano disperati, ma il ragazzo dall’aria da membro di una boy band dal vivo si è rivelato valido, e a dargli una bella mano alle voci ci ha pensato lo stesso Jeff Waters. Dal nuovo album per fortuna hanno suonato solo due pezzi, gli unici in realtà degni d’ascolto, Operation: Annihilation e Clown Parade, poi ci hanno aspettato solo eterni classici, soprattutto dai primi due album cult. Prima ci hanno resi felici con l’ottima Set the World on Fire dall’omonimo disco del 1993, poi è arrivato l’omicida poker finale di classici cult. W.T.Y.D., Never, Neverland, che Padden con la sua vocina troppo delicata ha un po’ rovinato, ma sentirla è stato comunque un piacere, l’inno thrash assassino Phantasmagoria e naturalmente la conclusiva Alison Hell, una delle migliori canzoni del gruppo! Gli Annihilator, almeno dal vivo, picchiano ancora a piena potenza! “Listen to Annihilator, eh!”

Alle dieci e un quarto abbiamo finalmente visto la sala oscurarsi e partire l’intro del nuovo disco Framing Armageddon, la sinistra Overture, che ha accompagnato sul palco i leggendari campioni americani di heavy/thrash Iced Earth. La sala piena è letteralmente impazzita alla vista di Schaffer e Ripper. La prima parte del concerto è stata dedicata alla presentazione dell’album attuale, primo capitolo del seguito della storia di Something Wicked, con la cui introduzione i ragazzi hanno aperto lo show. Framing Armageddon ha rispettato le aspettative, perché è un disco molto migliore di The Glorious Burden, ha solo bisogno di qualche ascolto in più. Ripper è un cantante che nella storia del metal ha avuto probabilmente i compiti più difficili: sostituire icone vocali di culto del metal, nei Judas Priest Rob Halford, negli Iced Earth l’irripetibile Matt Barlow… Tim ha portato a termine entrambi i compiti in modo brillante. Anche se la prima voce degli IE sarà probabilmente sempre Barlow, Ripper ha colmato senza problemi il vuoto lasciato dalla sua uscita. Tim Owens ha dimostrato fin dai primi momenti del concerto perché è uno dei migliori vocalist della generazione più giovane: le sue urla squarciavano il tetto della sala, e se l’è cavata incredibilmente bene anche nelle parti medie. I nuovi pezzi, Motivation of Man, Setian Massacre, la fantastica ballad A Charge to Keep e il singolo assassino Ten Thousand Strong, Owens li ha ovviamente cantati da strapparti le mutande. Ha sorpreso il fatto che i nuovi pezzi in così poco tempo fossero già entrati bene in testa: la maggior parte dei ritornelli è stata cantata in coro con il pubblico, e a farla da padrone è stato chiaramente l’incredibile ritornello del singolo velenoso Ten Thousand Strong. Per quanto buoni siano i nuovi pezzi, i più aspettavano soprattutto i vecchi classici della band, e io non vedevo l’ora, curioso, di sentirli dalla bocca di Ripper. La prima a colpire è stata proprio l’opener dell’album SWTWC, l’omicidio thrash Burning Times, al disco precedente ci ha riportato il massacro speed Declaration Day, poi di nuovo “blast to the past” con Violate e Vengeance is Mine. A metà concerto Ripper doveva ovviamente far riposare le corde vocali, e al centro della scena è passato il capo Schaffer, che ha sparato il classico Stormrider dal capolavoro concept The Night of the Stormrider. Con mia grande gioia, e a quanto pare di tutta la sala, non si sono dimenticati dell’ottimo disco Horror Show, e ci hanno morso il collo con uno dei momenti migliori del concerto, la folle Dracula. Il cuore mi ha palpitato ancora per una delle mie canzoni preferite, The Hunter, con quel ritornello fenomenale che mi ha fatto venire i brividi, e poi è arrivata la delusione del concerto. I ragazzi hanno suonato solo un terzo dell’indescrivibile trilogia Gettysburg. Perché, Iced Earth, perché!? La delusione l’ha rimediata l’indistruttibile ballad Melancholy, che Ripper ha cantato sorprendentemente bene, ma fantastica come la canta Barlow, Tim purtroppo non la canterà mai. Ancora My Own Savior e l’inno Iced Earth, e i ragazzi ci hanno salutato fin troppo presto, dopo appena un’ora e venti. Potevano tranquillamente suonare qualche classico in più, o almeno uno dei nuovi demolitori, Order of the Rose, Infiltrate Assimilate, Framing Armageddon o l’ottima The Clouding. Dov’è finita la tourné del 2002, quando gli Iced Earth suonarono ben 150 minuti??? Comunque il concerto è stato un’esperienza indimenticabile, ma la prossima volta almeno 20 minuti in più, ok?

Vedere tre band così buone in una sola serata è un’esperienza fantastica, e per me, che finalmente vedevo per la prima volta una delle mie band preferite, gli Iced Earth, è stata ancora più indimenticabile. L’Orpheum è diventato una delle mie venue preferite, dove tornerò ancora, soprattutto per l’ottimo impianto audio, davvero incredibile. Quest’anno ho già visto parecchi concerti, ma nessuno può vantare un suono così buono. Con gli Iced Earth ci rivediamo il prossimo anno, quando la storia sarà conclusa!

Scaletta

TURISAS:
1. To Holmgard and Beyond
2. A Portage to the Unknown
3. One More
4. Rasputin
5. Battle Metal

ANNIHILATOR:
1. King of the Kill
2. Operation: Annihilation
3. Clown Parade
4. Set the World on Fire
5. W.T.Y.D. (Welcome to Your Death)
6. Never, Neverland
7. Phantasmagoria
8. Alison Hell

ICED EARTH:
1. Overture
2. Something Wicked
3. Invasion (intro)
4. Man’s Motivation
5. Setian Massacre
6. Burning Times
7. Declaration Day
8. Violate
9. Vengeance Is Mine
10. A Charge To Keep
11. Stormrider
12. Dracula
13. The Hunter
14. Ten Thousand Strong
15. Hold At All Costs
—bis—
16. Melancholy
17. My Own Savior
18. Iced Earth

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