Silent Cries And Mighty Echoes

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Eloy
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1979
Voto: 4.5/5

Dopo l’uscita del loro album migliore, “Ocean” (1977), e del primo live, “Live” (1978), gli Eloy erano all’apice delle loro forze creative. Con “Silent Cries And Mighty Echoes” però non hanno solo toccato il loro massimo successo commerciale, visto che il disco ha venduto più di tutti i loro lavori, passati e futuri, ma hanno anche tirato fuori un più che degno successore di “Ocean”, l’album che li aveva incoronati tra gli act progressive rock più coerenti e tosti dell’epoca. Alla fine dei ’70, quando il prog era già in pieno declino commerciale e creativo, gli Eloy se ne sono fregati dei trend musicali del momento, punk in testa, e hanno continuato a sfornare ottimo space rock, una musica che aveva già vissuto il suo picco commerciale quattro anni prima, quando i Pink Floyd con “Wish You Were Here” (1975) avevano ottenuto praticamente tutto quello che si poteva ottenere in questo genere. E proprio attorno a loro, una delle poche band prog ancora popolarissime all’epoca e fin dall’inizio tra i principali modelli degli Eloy, ruoteranno parecchie parole nella descrizione del sound di “Silent Cries And Mighty Echoes”. Di tutti i loro dischi, questo è senza dubbio quello più vicino al suono dei Pink Floyd del periodo ’71-’75. È il suo punto di forza più grande, ma al tempo stesso anche il suo difetto più grosso. Perché se mai, né prima né dopo, gli Eloy sono suonati così convincenti nell’esprimere la loro tipica miscela di ambient space rock e drammaticità sinfonica, e questo album per me è il loro apice di maturità artistica, la parentela sonora di certi arrangiamenti con i ben più celebrati mostri sacri britannici ha tarpato le ali a quel poco di innovazione che avevano avuto fino ad allora. Chi non si farà problemi per questo, comunque, si godrà il disco senza alcun intoppo.

“Silent Cries And Mighty Echoes” è stato l’ultimo album con la formazione che aveva registrato i loro migliori dischi space rock della seconda metà dei ’70. Il tastierista Detlev Schimdtchen e il batterista Jürgen Rosenthal, che per la somiglianza di stile con Neil Peart (Rush) era di sicuro tra i migliori batteristi della scena rock tedesca, dopo l’uscita hanno infatti deciso di loro spontanea volontà di levare le tende. L’indiscusso capo della band Frank Bornemann, da chitarrista eccellente qual è, qui ha praticamente raggiunto il culmine del suo sviluppo nella creazione di assoli sottili, anche se si appoggia sempre di più all’influenza di David Gimour. Sul fronte vocale invece nessun progresso: la sua voce, intrisa di un forte accento tedesco, resta un problema per chi è abituato agli alti standard dei cantanti prog britannici. Escludendo la voce di Frank, che personalmente non mi dà fastidio, anche se sono convinto che certe sezioni sarebbero venute ancora meglio con un approccio vocale diverso, il loro difetto principale è una poesia piuttosto scadente. Con il mix di fantascienza e filosofia umanistica (per non dire new age) gli Eloy hanno sempre voluto fare gli intellettuali alla maniera di certe band prog britanniche, ma più o meno hanno finito per risultare piuttosto dozzinali. Però, da prima band tedesca che con i testi ha provato a muoversi in questa direzione, da parte mia hanno sempre avuto metà del peccato perdonato. Stavolta non si tratta di un concept album, anche se i testi sono uniti dallo stesso tema, che sfiora soprattutto il confine tra la caducità umana e l’eternità dell’universo.

Tra i sei brani del disco non ce n’è nemmeno uno debole. Sono tutti da buoni a eccellenti. “Astral Entrance/Master Of Sensation” sono due sezioni distinte, strettamente legate tra loro, che formano questo splendido ep esoterico, imbottito di tantissimi sipari sonori ambient multidimensionali che creano un’atmosfera astrale indimenticabile. Fin dall’inizio dell’album gli Eloy invitano l’ascoltatore a un vero e proprio viaggio spirituale attraverso le nebulose lontane di galassie sconosciute. L’introduzione misteriosa, “Astral Entrance”, con il suo intreccio di ondate esoteriche di tastiere ricchissime, melotron in testa, e passaggi di chitarra piangenti, ricorda in modo impressionante il classico dei Pink Floyd “Shine On You Crazy Diamond” da “Wish You Were Here” (1975). Nel tessere queste fragili trame ambient, capaci di mandare in estasi in un attimo chiunque ascolti la musica anche col cuore, Bornemann si è messo più che evidentemente nelle scarpe di David Gilmour.

Dopo il primo passaggio arriva “Master Of Sensation”, dove entra un riff di chitarra interessante, completato da un sacco di cambi energici alla batteria e da scenografie sonore drammatiche al melotron. Schimdtchen infila di continuo nella sua tavolozza variopinta di tastiere motivi brillanti, ora all’organo hammond, ora al sintetizzatore moog, che si incastrano alla perfezione con le linee delicate della chitarra di Bornemann e con una sezione ritmica dinamica. Gli assoli di Frank sono, come al solito, da leccarsi i baffi. Il testo sul “creatore e portatore di luce” è sì piuttosto banale (come la maggior parte di quelli del disco) e il forte accento tedesco di Frank, come al solito, non è per tutti i gusti, ma si sposa comunque bene con le singole linee melodiche e non toglie loro la magia. Nonostante l’evidente somiglianza sonora della sua intro con “Shine On You Crazy Diamond”, questo brano eccellente non lo definirei una copia, perché l’introduzione ha un’energia completamente diversa. Del resto, a quel classico dei Pink Floyd, anni dopo, si sono avvicinati in modo quasi ancora più evidente i Pendragon, culto del neo prog, con il pezzo “Walls Of Babylon”, che sta sull’album “Window Of Life” (1993).

“Apocalypse” è un altro brano epico esoterico, diviso in tre sezioni, “Silent Cries Divide The Night”, “The Vision Burning” e “Force Majeure”, tutte quante imbottite di svolte imprevedibili. L’intro contiene un motivo malinconico e delicato della voce, sostenuto dall’onda del melotron, a cui segue un’ottima sezione strumentale con tanti intrecci di passaggi fluidi al sintetizzatore moog e chitarre piangenti. Dentro il brano gli Eloy hanno infilato anche un motivo eccellente, degno di nota, grazie a un intreccio armonioso tra sintetizzatore ed effetto di chitarra che suona come una specie di eco e che ritorna più volte. Più avanti Frank piazza benissimo assoli delicati che, in combinazione con il melotron, creano una magia esoterica indimenticabile. Nella seconda sezione entrano a meraviglia anche le armonie vocali da operetta, di competenza della cantante ospite Brigitte Witt, che richiamano con successo lo spirito del classico dei Pink Floyd “Great Gig In The Sky” da “Dark Side Of The Moon” (1973). Le armonie vocali femminili drammatiche in stile operetta gli Eloy le riprenderanno anche nella maggior parte dei loro lavori futuri. Personalmente quell’elemento vocale femminile l’ho sempre sentito come un contrasto ottimo rispetto alla voce di Frank, spesso piuttosto arida nell’espressività. La lunga sezione strumentale che segue le voci femminili, con il suo sottile fluire di passaggi di chitarra piangenti, effetti elettronici e tastiere a più strati, moltiplicati da cambi di tempo imprevedibili, crea un’atmosfera cosmica indimenticabile ed è secondo me il punto più alto dell’intero brano, che si merita un dieci pieno e rientra tra le cose migliori che abbiano fatto.

“Pilot To Paradise” è un’altra squisitezza space rock di prima scelta che, con la sua atmosfera, porta lo spirito dell’ascoltatore dritto in un luogo senza gravità. Arrangiamenti di hammond di gusto eccezionale, completati da un riff di chitarra solido, e passaggi di batteria possenti e variegati accontenteranno anche i buongustai del prog più esigenti. Il lavoro delle tastiere di Schimdtchen, che insieme ai passaggi energici della chitarra e al basso melodico di Matziol si prende la parte del leone nell’atmosfera esoterica, suona più che maestoso. Dopo un motivo ingegnoso, con in primo piano arrangiamenti barocchi dell’organo e tamburi marziali, arriva una sezione drammatica dove entrano i suoni elettronici dei sintetizzatori e assoli di chitarra piangenti. Anche se Gilmour è stato più il suo padre spirituale che altro, non si può ignorare con che sensibilità raffinatissima Frank porti il suo contributo a tutta questa magia esoterica.

“De Labore Solis” ha un’introduzione misteriosa su accordi melodici di chitarra e sipari atmosferici di tastiere, che col tempo vengono completati da una voce drammatica. A quest’ultima, come al solito, nuoce un po’ l’espressione poetica del testo. Nonostante gli arrangiamenti ambient ripetitivi di tastiere e chitarra acustica, il brano non diventa noioso nemmeno per un attimo, perché la sua atmosfera esoterica ipnotica cresce di minuto in minuto. Secondo me sono pochi gli amanti dello space rock di qualità che non riuscirebbero ad abbandonarsi completamente a questa magia seducente.

La conclusiva “Mighty Echoes” ha un introduttivo motivo barocco di gusto, affidato a tastiere e voce, che dopo il primo passaggio alla batteria fa una svolta sonora totale. Poi si riversa in una sezione metà energica e metà ambient, in crescendo, dove il ritmo lo detta una linea funky del basso. I passaggi strumentali energici di sintetizzatori e chitarra si fondono di continuo, con gusto, tra scenografie sinfoniche ambient. La parte migliore arriva dopo il passaggio finale, quando Frank intreccia tra i sipari sonori e i cambi di batteria un assolo atmosferico di una golosità fuori dal comune. Se Frank avesse migliorato anche solo un pochino l’accento e l’interpretazione del testo, questo brano eccellente avrebbe avuto un effetto ancora migliore e avrebbe raggiunto la perfezione assoluta.

Alla fine dei ’70, e quindi al tramonto dell’età d’oro del rock (progressivo), con “Silent Cries And Mighty Echoes” gli Eloy hanno creato un altro capolavoro space rock che, quanto a eccellenza, resta indietro rispetto al disco precedente esclusivamente per la già citata e ripetuta somiglianza di certi motivi con i ben più celebrati Pink Floyd, che toglie un po’ di splendore all’album, soprattutto sul piano dell’innovazione. Ma visto che gli Eloy non sono mai stati considerati dei grandi innovatori musicali (al massimo sul suolo di casa, quello tedesco), non c’è motivo perché questo loro gioiello brilli con meno intensità. Gli Eloy faranno ancora parecchi album notevoli, ma l’eccellenza quasi impeccabile dei loro tre capolavori space rock della seconda metà dei ’70 (oltre a “Ocean” e “Silent Cries And Mighty Echoes” ci rientra anche “Dawn”, 1976) non la raggiungeranno mai più. Per i cambi alle tastiere e alla batteria e per le nuove tecnologie del suono, già con il disco successivo e l’inizio degli ’80 il loro suono ha fatto un’altra svolta, avvicinandoli di nuovo a un sound più hard rock. Così è iniziata la loro fase “space metal”. “Silent Cries And Migty Echoes” rappresenta il culmine del periodo space rock più raffinato della band, incontaminato dai trend, e la chiusura magnifica di un’epoca musicale che tanti appassionati ancora oggi ricordano con nostalgia come paradisiaca.

Formazione

Frank Bornemann – voce, chitarra
Klaus-Peter Matziol – basso, pedali bassi, cori
Detlev Schmidtchen – tastiere, cori
Jürgen Rosenthal – batteria, percussioni

MUSICISTA OSPITE:
Brigitte Witt – voce (2b)

Produzione

Frank Bornemann

Tracklist

1. Astral Entrance (3:03)
2. Master Of Sensation (6:00)
3. The Apocalypse (14:54)
a) Silent Cries Divide The Night
b) The Vision Burning
c) Force Majeure
4. Pilot To Paradise (7:01)
5. De Labore Solis (5:12)
6. Mighty Echoes (7:16)

Bonus track nella ristampa:
7. Child Migration (4:05)
8. Let the Sun Rise in my Brain (3:29)

Durata dell’album: 51:00

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