Sinntetic Liquid: alla ricerca di un flusso parallelo di succhi energetici (2013)

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Luogo: AKC Metelkova, Menza pri koritu, Lubiana
Data dell’intervista: 05.12.2012

Questa volta vi servo un’intervista splendida e a tutto tondo con i fratelli Pegam, cofondatori della storica soldataglia alternativa di Brežice, i Demolition Group, che l’anno scorso hanno registrato e pubblicato il loro esordio elettro-ambient, SinnScapes: dopo decenni di lavoro caotico e poco conosciuto, ecco un altro sorso di nettare creativo fuori dal dominio dei Demolition Group. Il destino ha voluto che la registrazione audio di una seduta d’intervista data per persa saltasse fuori dopo un anno, e così, a pochi giorni dal nuovo atterraggio delle aquile slovene del dolce rumore ben articolato, dall’incrocio della centralità ci spostiamo sui viali laterali meno battuti. Sinntetic Liquid è una gita nell’ignoto, totalmente sciolta e senza freni, e prima del concerto di dicembre dell’anno scorso alla Menza i due fratelli si sono presi volentieri il tempo di fare due chiacchiere, parlando di quello stacco multidimensionale che nel collettivo di Brežice, grazie a un surplus di energia creativa, scintilla da sempre.

Rockline: Possiamo essere contenti che abbiate dato al pubblico sloveno una finestra sul mondo alternativo di ciò che alcuni di voi fanno nel »tempo libero«, oltre al lavoro con i Demolition Group. Sinntetic Liquid offre un livello di qualità eccezionale, ma è una cornice sonora che richiede qualche spiegazione in più. Come siete arrivati, voi due fratelli Pegam, a versare su un supporto sonoro le vostre idee elettro più sintetiche e a offrirle al mondo da ascoltare?

Matjaž Pegam: In realtà i Demolition Group sono nati da una combinatoria elettronica simile. Noi con i Gast’r’bajters, in un periodo che non chiamerò quello dello spegnimento, abbiamo fatto il passaggio dalla produzione organica di rumore a qualcosa di sintetico. Si potrebbe dire anche che i Gastrbajtrs siano partiti con un po’ di elettronica fin dall’inizio. Il primo disco (Ni življenja brez ljubezni, 1983, nota d.r.) aveva parecchi elementi elettronici, anche se la tecnologia allora era diversa e anche le nostre possibilità materiali erano tutt’altre. Poi è successo che con i Gast’r’bajtrs abbiamo fatto un giro in direzione di una band più organica, con sezione di fiati, batteria e altri elementi organici, e dopo è arrivato un nuovo cambio: in mezzo a tutta questa ricerca di un’espressione nostra siamo finiti in una specie di frazionismo e, in qualche modo, abbiamo cominciato a creare i primi embrioni di nuove band collaterali. All’epoca praticamente ogni settimana partiva un nuovo progetto. Il principale, il primo, sono stati i Demolition Group, poi abbiamo avuto i Del Masohistics, che era di nuovo una variante di qualcosa di nuovo, poi i Sinntetic Liquid, e potrei andare avanti. Queste frazioni hanno cominciato a vivere ciascuna la propria vita. I Demolition Group si sono sviluppati in una band, certo ancora condita con un po’ di elettronica e sperimentazione, che poi si è riformata come band rock, quella che conosciamo oggi, mentre il resto è rimasto in stand by. Ogni tanto con quella roba suonavamo un po’ dal vivo. Io avevo un sacco di materiale già fatto e scritto, e a un certo punto ho deciso che era ora di metterlo insieme in qualche modo, e così io e Joco l’abbiamo materializzato e trasformato in pezzi.

Rockline: A prima vista il disco mi ricorda i frammenti che avevamo già avuto con Deep True Love e poi ancora di più con la seconda metà di Neovangelij, dove dopo la parte ufficiale c’erano remix e collage elettronici. È un seguito logico, un prolungamento di quello? E da quanto tempo è vivo il progetto in sé (con le interruzioni)?

Matjaž: L’associazione che hai fatto è interessante, e io non ci avevo pensato, perché con Deep True Love ci eravamo semplicemente conosciuti con Gregor Zemljič in una certa occasione e lui aveva fatto il remix di un pezzo. Quel remix non era il risultato di un nostro lavoro consapevole sull’elettronica, su questi ambient sintetici, come abbiamo fatto io e mio fratello con Sinntetic Liquid, anche se l’idea di Sintetic Liquid è viva già dall’85, ’86, ’87.

Jože Pegam: L’idea risale al periodo in cui con i Gast’r’bajtrs ci eravamo sfasciati. Prima uno è partito per il militare, poi un altro, e con i Gast’r’bajtrs non si riusciva a fare niente, perché mancava il batterista, il bassista, il chitarrista … Allora compensavamo così, con i sample.

Matjaž: L’idea di Sinntetic Liquid è nata allora, ma poi la cosa è rimasta a lungo da parte. Ho ripreso a occuparmene – di questa musica, anche se non nella forma in cui è uscita – quattro o cinque anni fa, non di più. Però è stato condizionato anche dal fatto che nel frattempo la tecnica aveva fatto un passo avanti. Negli ultimi dieci anni fare musica è diventato più facile e le possibilità offerte dalla tecnologia sono cambiate a salti. A un certo punto sono partito con un setup mezzo hardware e mezzo con i campionatori AKAI, gli MPC, poi sono passato a una variante ibrida di computer, software, sintetizzatori e strumentazione originale, e alla fine, quando ho deciso che l’avremmo pubblicato, ho creato tutto al computer. È tutto completamente sintetico, tranne il sassofono, che è organico, e anche quello in alcuni punti è stato stravolto fino a diventare irriconoscibile.

Rockline: Ascoltando il disco, si ha la sensazione che si tratti più di dipanare sensazioni, di impressioni che voi due generate insieme sul momento. Era una jam session o la composizione era stabilita battuta per battuta?

Matjaž: La mia idea più intima era creare musica puramente ambient, anche senza pezzi, un flow di passaggi che sfumano uno nell’altro – per questo ho dato al disco il nome SinnScapes – un intreccio di strutture sintetiche, di paesaggi sonori che si riversano l’uno nell’altro, ma quando abbiamo cominciato a lavorarci seriamente, alla fine si è formata una serie di pezzi. Di materiale ne avevo fatto – anzi, ne avevo fatto, perché ormai la cosa è un po’ superata – almeno cinque volte tanto, e per due o tre giri di fila, con il principio della selezione negativa, ho eliminato parti di pezzi o intere composizioni, finché non mi sono rimasti quegli ultimi 10 pezzi finali da cinque minuti. Quella era l’idea originale. Ovviamente non è andata così, le misure e le proporzioni ideali non sono riuscite del tutto in pratica – alcuni pezzi sono più lunghi, altri più corti. Le forme, per tornare alla domanda, erano completamente aperte. Passaggi logici tra una parte e l’altra c’erano, ma la forma finale l’ha data il sax stesso con le sue frasi e melodie.

Rockline: Visto che l’unica parte organica è il sassofono, mentre il resto, sintetico, si può manipolare con il computer e con gli strumenti elettronici – come ti senti in tutto questo? È una specie di schizofrenia artistica che ognuno si porta dentro? Ti viene più facile calarti in questi embrioni di flusso totalmente libero, di libertà assoluta, o ti è più facile funzionare in una band, dove tutto ha una nota consensuale comune di articolazione e costruzione condivisa?

Joco: Con Sinntetic Liquid era una questione di carica in eccesso. La musica che abbiamo fatto sulle basi di Matjaž è venuta di getto. Matjaž ha messo giù la cornice, la forma, poi mi ha chiamato e ha detto »Vecchio, vieni! Hai tempo?«, e ci siamo seduti e abbiamo cominciato a lavorare e a registrare. È andato tutto al primo colpo e come abbiamo registrato le cose, così sono rimaste sul disco. Tutte le frasi si sono incastrate, senza nessun rimuginare eccessivo su come e cosa fare. Niente discussioni profonde del tipo – qui vorrei questo e quest’altro. Ci siamo seduti e abbiamo cominciato a suonare, e per me questo è interessante – è stato tutto registrato al primo colpo.

Matjaž: Bisogna dire che io e Joco siamo figli della stessa madre e qui non c’era bisogno di adattamenti. Di musica avevamo già parlato un sacco prima, e anche oggi è così. Il processo è stato, come dice Joco, totalmente libero e intuitivo. Forse ci sono solo due pezzi in cui abbiamo rifinito un po’ di più, e si sente sul disco – soprattutto dove ci sono frasi più marcate, lì c’è stata più interazione tra Joco e me, o meglio, a essere precisi, tra Joco e la macchina o tra Joco e la musica. Gli altri pezzi sono il prodotto di un flusso puramente intuitivo, del suonare di Joco …

Joco: La cosa si è semplicemente incastrata!

Matjaž: Quando sentiva la musica dalle casse, partiva a modo suo e suonava esattamente come lo sentite sul disco. In questo senso, è impeccabile.

Joco: Occhio – senza prove!

Matjaž: In questo senso è un concetto di lavoro completamente diverso da quello con la band, dove la band è un insieme di più persone (cinque o sei) e questo richiede che la musica si generi in un altro modo. Uno porta un’idea, un altro la mette in piedi, il terzo aggiunge le strofe … È un puzzle collettivo, che richiede l’interazione personale dei membri. Lavorare al computer per me è stata un’esperienza interessante, perché prima dell’idea di inserire nell’insieme qualcosa di organico, che alla fine è stato il sax, sei sul tuo pianeta mentale e in sostanza dipendi esclusivamente da te stesso, il che è OK da una parte, perché non devi scendere a nessun compromesso, decidi tutto tu. Dall’altra parte c’è anche una mancanza, perché sei da solo e non hai quegli input creativi che di solito ti danno gli altri membri della band. Noi, come rocker, non sappiamo fare musica se non in interazione con gli altri, e qui ho dovuto creare l’interazione con me stesso.

Joco: In pratica qui ti siedi, prendi lo strumento e cominci a suonare. E alla fine i risultati sono stati belli.

Matjaž: Molto!

Rockline: Il terzo membro di questa formazione potrebbe essere il pubblico, quindi mi chiedo se abbiate già presentato il progetto dal vivo o se ci siano piani del genere per il futuro. Ci sono tendenze verso un allestimento sul palco?

Matjaž: Finora no, ma non dirò che non mi interessa, anche se negli ultimi due o tre anni, da quando lavoriamo con i Demolition Group, quel lavoro richiede molta intensità e fatica. Da quando ho pubblicato Sinntetic Liquid non ho più acceso il computer per fare musica, però sento che in me cresce e si accumula la voglia di cominciare a sviluppare la cosa anche in direzione di una presentazione sul palco … Volevo dire anche un’altra cosa – con i DG nell’ultimo anno e mezzo abbiamo prodotto tantissimo. Il disco sembra facile, ma è stato un progetto che ha richiesto tempo, energia e una certa procedura per arrivare dov’è arrivato. Al momento portare Sinntetic Liquid su un palco – non so se abbiamo il tempo per una cosa del genere, perché va resa interessante a tal punto che sul palco non ci siano solo un Mac e Joco lì accanto …

Joco: (risate) Come sarebbe …

Matjaž: In un certo senso è anche uno spettacolo, e se viene il pubblico, anche sul palco deve esserci qualcosa, deve succedere qualcosa che catturi la tua attenzione e faccia dire alla gente: »Ah, OK, qui c’è qualcosa!« Non può essere un playback con qualcuno accanto che suona il sassofono. Mi piacerebbe stare al mixer, perché mi piace, ma sul palco mi servirebbero due o tre persone per dare alla cosa una forma.

Joco: Nemmeno io saprei rifare adesso tutto quello che ho suonato, perché dovrei sedermi e studiarmi le cose … (risate)

Matjaž: Dovresti trascrivere i pezzi, no? (risate) Beh, potresti.

Joco: Con una fatica enorme … (risate)

Rockline: Per chiudere – Sinntetic Liquid ha trovato una sua espressione. Avremo magari presto un seguito? Forse in primavera?

Joco: In primavera comincia la stagione ciclistica e, visto che su quel fronte ci facciamo il mazzo insieme, dubito che allora si riesca … (risate)

Rockline: Mountain bike?

Matjaž: Ogni tanto mountain bike, ma più bici da strada.

Rockline: Mens sana in corpore sano …

Matjaž: Siamo a un’età in cui bisogna fare qualcosa per la salute … (risate) Ma passiamo alla risposta alla tua domanda. Il mio desiderio patologico, che sul disco non sono riuscito a realizzare, di fare un disco puramente ambient, resta ancora una delle opzioni – niente pezzi, la roba che scorre, 50 minuti di musica in un unico blocco, che gira da qualche parte sullo sfondo mentre puoi fare qualsiasi cosa accanto alla musica.

Rockline: Come Brian Eno?

Matjaž: Non volevo dirlo in modo diretto, ma Brian Eno mi affascina, anche se faccio una fatica enorme ad ascoltare quei suoi dischi ambient che ha registrato.

Joco: Il tuo ti sarà più facile da ascoltare …

Matjaž: I miei dischi non mi piace ascoltarli, o succede raramente … Non so se Planet starcev l’ho ascoltato una volta sola, perché stavolta me lo sento fino alla nausea al concerto, e lo stesso vale per l’ultimo disco dal vivo; Sinntetic Liquid l’ho ascoltato l’ultima volta quando sono salito sull’auto di mia figlia, l’ho avviata e dentro c’era questo disco. Ma sedermi, prendere in mano il disco e mettermi ad ascoltarlo apposta, questo non succede. I dischi preferisco farli che ascoltarli.

Joco: È un po’ come guardarsi allo specchio ogni giorno …

Rockline: Beh, non lo fai?

Joco: Sì, quando ti lavi i denti, ma spogliarsi e fissarsi allo specchio per un’ora … (risate)

Rockline: Ci dev’essere un pizzico di narciso in questo gioco dell’ego, no? (risate) La cosa è più facile, visto che avete una vostra etichetta …

Matjaž: Un’etichetta nostra l’avevamo già a metà anni Ottanta (allora ancora con le cassette) e siamo arrivati al punto che all’epoca stampavamo i dischi da soli, registravamo i dischi da soli e li distribuivamo da soli.

Joco: E pensa a tutte quelle duplicazioni e a quelle cassette oggi … (risate)

Rockline: Quello sì che era vero DIY!

Matjaž: Registravamo, producevamo, stampavamo le etichette per le cassette, stampavamo i poster da soli …

Joco: E li attaccavamo pure da soli …

Matjaž: Li spedivamo in giro, insomma quello è stato un periodo creativo e felice. Allora ci chiamavamo Opus Manum e da qualche parte ho letto che in realtà portavamo avanti la prima etichetta indipendente nell’ex Jugoslavia o addirittura nell’Europa orientale, l’ha scritto un critico serbo, il che è qualcosa di speciale. All’epoca di etichette non ce n’erano – c’erano Jugoton, Helidon, ZKP non pubblicava dischi, ha cominciato solo a fine anni Ottanta, Jugodisk e RTB erano tutto quello che avevamo, quindi arrivare a un disco era più vicino alla fantascienza. Oggi la cosa è più democratica e più nel dominio del business e del capitale, è più fluida, ma la democratizzazione ha portato anche al fatto che oggi si fanno le cose in modo molto meno selettivo, però fa parte dei tempi – più gente fa e registra dischi, più suona, migliore è la produzione e maggiore è la scelta di musica di qualità.

Rockline: Per concludere vi chiederei solo il classico tocco finale – un messaggio ai lettori da parte vostra …

Matjaž: Siccome sono un pratico, non pratico grandi intimità. Ai lettori direi questo: andate ai concerti, comprate i dischi, perché così sostenete le band, che producono nuova musica e portano avanti un lavoro che fanno col cuore e per voi. Mi sembra il messaggio chiave, perché solo così può sopravvivere il rock’n’roll!

Joco: Sono completamente d’accordo con mio fratello, che ha incartato tutto così bene in un unico pacchetto!

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