Sitting Targets

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Hammill, Peter
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1981
Durata: 44:38
Voto: 4.5/5

Peter Hammill si è guadagnato lo status di culto soprattutto come voce tuonante dei leggendari prog-rocker Van Der Graaf Generator, ma anche la sua carriera solista, specie negli anni della maturità, ha contribuito a consolidare la sua fama di camaleonte vocale sbalorditivo, compositore visionario e insuperabile cronista post-apocalittico, che ogni tanto si divertiva a commentare anche i fatti dell’epoca pre-apocalittica. »Sitting Targets« è stato il suo decimo album solista e il primo in cui ha collaborato con lo stimato percussionista di sessione Morris Pert. Quest’ultimo, nella sua carriera, ha lavorato tra gli altri con nomi come Peter Gabriel, Phil Collins, Paul McCartney, Jon Anderson, Mike Oldfield, Kate Bush, Andrew Lloyd Webber e John Williams.

Per la prima volta dai tempi di »Over« (1977) Hammill ha sentito il bisogno di un vero batterista, e così ha richiamato il vecchio compare Guy Evans, mentre David Jackson, altro vecchio volto dei VDGG, a sax e flauto era comunque già un collaboratore fisso di Peter. Insomma, su »Sitting Targets, a parte l’organista Hugh Banton, ha suonato praticamente quasi tutta la formazione classica dei VDGG, e i paragoni sonori con la fisionomia e l’opera di quella leggendaria band vengono da sé in vari passaggi del disco.

Un po’ di raffinatezza sintetica l’ha portata anche il tastierista Phil Harrison, il cui contributo però è stato più o meno minimo. Gli arrangiamenti di pianoforte erano, come al solito, territorio di Peter, e lo stesso valeva per tutte le chitarre, elettriche e acustiche. Non stupisce più di tanto che su »Sitting Targets« ci siano anche un sacco di arrangiamenti acustici, visto che nel frattempo Hammill era diventato un chitarrista acustico più che rispettabile, capace di guidare i singoli accordi e di piegarli alle esigenti necessità della sua voce da sempre elastica.

L’arma principale di Peter, ovviamente, restava il suo modo di cantare ‘camaleontico’, con cui evocava senza fatica un’atmosfera incredibilmente intensa e alzava l’adrenalina dell’ascoltatore di almeno tre tacche rispetto ai momenti strumentali. I testi sono, come sempre, un capitolo a parte: uno dei migliori poeti nella storia del progressive rock anche stavolta non ha risparmiato sfoghi di critica sociale, come se presagisse che gli anni Ottanta avrebbero partorito il futuro assetto sociale globale, neoliberista e capitalista.

Stilisticamente »Sitting Targets« non si discostava dunque granché dai dischi solisti di Hammill di fine anni Settanta e inizio Ottanta, ma portava con sé un po’ più di sottigliezza melodica di quanto fosse stato abituale in precedenza per la sua carriera, mentre le improvvisazioni erano ridotte al minimo. Parecchi brani di »Sitting Targets«, come »Ophelia«, »Stranger Still«, »Stand« e »Central Hotel«, sono diventati classici fissi dei concerti, il che la dice lunga sulla  qualità di questo traguardo troppo spesso sottovalutato.

Sul disco prevalgono i brani brevi: solo due superano i cinque minuti. »Breakthrough« è un’apertura interessante e dinamicissima, con frasi di chitarra minimaliste e un cambio di tempo melodrammatico, dentro cui si sentono bene anche le linee di synth. »My Experience«, dove mister Hammill si trasforma in un furioso tuono vocale come ai tempi migliori dei VDGG, contiene le tipiche linee di chitarra un po’ cacofoniche, mentre l’arrangiamento principale risulta insolitamente melodico.

»Ophelia« è una bella ballata malinconica dall’atmosfera marcatamente intima, di quelle tipiche della maggior parte delle migliori imprese soliste di Hammill. Qui, tra i tanti ornamenti sinfonici, viene fuori il suo lato vocale più ‘luminoso’, e il fuoriclasse tra i cantanti conquista con un’intensità emotiva che toglie il fiato. Nella sarcastica »Empress’s Clothes«, dove Hammill non risparmia veleno su vanità e snobismo femminili (a quanto pare in quel periodo aveva di nuovo qualche grattacapo personale con le donne), si sentono bene le percussioni esotiche firmate Morris Pert che, insieme agli inserti di sax e ai tuoni vocali del ‘dottore dalla lingua tagliente’, creano un’atmosfera tesissima.

L’apertamente sperimentale »Glue«, dove regnano oscillazioni sonore nervose e linee di chitarra sparse con nonchalance, contiene un altro sfogo emotivo senza compromessi nella prestazione solista di Hammill. »Hesitation« piacerà ancora oggi a tutti gli appassionati dei VDGG, perché con il suo collage di passaggi di sax infuriati, stacchi di batteria spietati, arrangiamenti di piano melodrammatici e il canto schiumante di Peter ricorda parecchio qualche impresa ‘dimenticata’ delle leggende del prog. Qualcosa di simile si può dire anche della title track, a cui basterebbe aggiungere l’organo di Banton per essere una creazione quasi classica dei VDGG. La prova vocale brillante di Hammill è una vera pacchia per tutti i gourmet musicali, e sorprende anche con un breve assolo di chitarra che si fonde benissimo dentro le improvvisazioni di batteria e sax.

»Stranger Still«, condito di sinfonico, ha un’atmosfera quasi solenne grazie all’arrangiamento melodico di pianoforte, ai sipari orchestrali epici e alla voce ‘sollevante’ di Peter, stavolta piazzata un’ottava sopra il solito. »Sign« è segnato da accordi di chitarra acustica piuttosto impetuosi, che calzano a pennello alla furiosa prestazione vocale di Hammill, mentre il suo vecchio camerata Evans mette in scena stacchi di batteria affascinanti. In »What I Did« il freno sperimentale si allenta di nuovo un po’. Il risultato è una pioggia di ornamenti sonori cacofonici, mentre il testo è uno dei più caotici e frenetici della carriera di Peter, visto che ripete la parola ‘crazy’ più di una volta. La classica di chiusura »Central Hotel«, dove le frasi di chitarra nervose di Hammill iniettano un pizzico di battito hard rock, è una nuova occasione per il ‘dottore dalla lingua tagliente’ di vomitare la sua bile vocale contro l’elitismo e l’indifferenza dell”élite’ sociale.

Di »Sitting Targets« si potrebbe dire che è un album solista di Peter Hammill quasi del tutto classico, il che significa che, a parte una minima influenza della new wave, la tecnologia sonora e di produzione degli anni Ottanta l’ha sfiorato appena, eppure parliamo di uno dei suoi lavori più melodici e, al tempo stesso, un po’ più accessibili a un pubblico d’ascolto più ampio. Proprio per questo oggi potrebbe attirare anche tutti quegli amanti del prog che non rientrano tra i suoi seguaci tradizionali o che seguono il percorso creativo di Peter solo in modo superficiale. Allo stesso tempo, per i fedelissimi di Hammill solista e dei VDGG è un modo comodissimo per far innamorare della musica del maestro anche chi non è pronto ad ascoltare le sue cose più sperimentali del periodo ‘classico’ (gli anni Settanta).

Formazione

Peter Hammill – voce, chitarra, tastiere
Guy Evans – batteria
David Jackson – sassofono, flauto
Morris Pert – percussioni
Phil Harrison – sintetizzatore

Produzione

Peter Hammill

Tracklist

1. Breakthrough
2. My Experience
3. Ophelia
4. Empress’s Clothes
5. Glue
6. Hesitation
7. Sitting Targets
8. Stranger Still
9. Sign
10. What I Did
11. Central Hotel

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