Sladki bes
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Kontrabant
Etichetta: Autoprodotto
Uscita: 2013
Durata: 48:16
Voto: 3.7/5
Fino a pochi anni fa non avrei mai immaginato che dal rock saturo di elettricità ed eclettismo si potesse scivolare con tanta facilità nel dominio di ritmi e melodie più vecchiotti, quelli che oggi vendono con l’etichetta etno, qualunque cosa voglia dire. Negli ultimi anni, dopo un aggancio sempre più intenso alle acque e ai nodi di internet, il mondo si è ristretto un bel po’: le influenze musicali del sud, del nord, della grande Pannonia, dell’Istria, del Carso, ma anche di là dai confini del nostro piccolo paese, da sempre ricco di musica, tutto ciò che sta oltre gli orizzonti dell’Europa continentale fino all’Irlanda e ancora più in là – fino alle coste del Nuovo Mondo – è il bagaglio che si sente nelle influenze di band come i Terrafolk, i Fekete Seretlek e, non ultima, nella ritmica deliziosa della formazione che ara il terreno musicale da una ventina d’anni buoni e risponde al nome di Kontrabant. Cos’è il kontrabant? Il contrabbando musicale di musica etno-festaiola, dice il web, ma oltre i contorni della musica etno slovena, gitana, pannonica, balcanica e mediterranea si nasconde qualcosa di più. Kontrabant è un’idea e un ideale estetico realizzato di espressività artistica universale, di poesia e sentimenti di più di una sola persona, anche se i centri, i cerchi concentrici di cambiamenti, trasformazioni e musica ruotano attorno al signor Béla Szomi Kralj, mentre il resto della soldataglia cambia di continuo. I Kontrabant sono contrabbandieri di tutto ciò che è buono, e sotto il collage di melodie e canti è nato un imponente percorso ventennale, al cui culmine c’è l’ultimo, straordinario album, il disco intitolato Sladki bes: da qui può partire senza fatica una conoscenza approfondita dell’eruttivo, inquieto io dei Kontrabantari. E innamorarsi di una musica fragile ma così eclettica e compiuta, che respira con polmoni naturali, acustici, e non con una tonnellata di aiuti elettronici, è una cosa talmente naturale che il salto dall’abbraccio in decibel del rumore al caldo rifugio della morbida carezza dei suoni di casa non sorprende nemmeno.
Il sesto album della serie prende stavolta in prestito come essenza le parole del poeta ungherese di Lendava Lajos Bence: il lirismo e la poeticità passano in primo piano, la musicalità e l’esplosività di una volta in seconda fila. Sladki bes è un dischetto fedele al principio di rendere popolari i tesori musicali della world music, della musica di tutto il mondo, e con il suo pluralismo musicale ti soffia nelle orecchie un lirismo di ipnotica suggestione, che ti fa scendere volentieri dai picchi del tuo mondo artificiale e innamorato di sé, lungo i sentieri della metamorfosi verso persone con un altro modo di vivere, un altro modo di intendere e capire il mondo; intanto dal compendio di pensieri pieno di pregiudizi si scrollano via tutti i granelli di polvere superflui dell’inflessibilità, e presto ti ritrovi più vicino al concetto di vero cosmopolita musicale. In un mondo accecato dai postulati artificiali dei nazionalismi e dalla mentalità da complotto, i Kontrabant si fanno valere come promotori di una rivoluzione spirituale che però non sostengono mai di essere perfetti senza appello ed estetici al cento per cento, anche se nelle piccole sbavature c’è qualcosa di bello e di tanto, tanto umano. L’opener Barva oči ti rovescia nel palmo una manciata di ritmica latina e chitarre acustiche, su cui si inarca la voce sussurrata e morbida di Geza, che dopo il ritornello mostra il suo limite in altezza, fatica, sforzo, ma senza ammazzare la musica, nonostante una leggera tensione delle corde vocali tese. L’amore per occhi di una bellezza sconosciuta, la meditazione sul profumo dell’estate, sui colori dei fiori e sulle immagini di un mondo ideale di rigoglio, fertilità e benessere sono solo tessere del mosaico che i Kontrabant incollano sensualmente in un insieme. Il seguito è più deciso e più cantabile. Il brano Morje porta l’ascoltatore nel mondo lirico di Tomaž Pengov. »Il nostro amore fragile / ninfea / il nettare rubano dal calice della tua bellezza. / Libellule,« cantano Geza e i cavalieri kontrabandiani dell’ondeggiare ritmico, sul suono di tamburi più decisi, chitarre acustiche e una dolce fisarmonica. Un testo splendido e una melodia che scivolano oltre i contorni dell’orizzonte morbido della percezione, e già il secondo asso promette un viaggio senza intoppi. Il treno dei Kontrabant è rapsodico a livello planetario, colorato e maledettamente noto, già sentito, ma stavolta non disturba e non ammazza la voglia di scavare ancora più a fondo.
Srčno brezsrčen è un meticcio del Prekmurje, un pezzo allegrone e sornione con il profumo della Mura, che stavolta però con il suo racconto sfocia direttamente in un Adriatico estivo, rovente e cosparso di perle. »Žüžek, dormi con il mio amore / nel sogno, vola con il gabbiano,« suggeriscono meditativi i Kontrabant, e nelle immagini di questa colpevolezza di cuore senza cuore c’è un sacco di sensibilità, morbidezza, dolcezza, fuorviante trasognatezza. Il prolungamento splendidamente swing, con lo Sladki bes dal sapore più da chansonnier, soffia nel racconto ancora un po’ di profumo di Francia, delle coste del Mediterraneo, mentre sotto la glassa dolce Geza nasconde qualcosa di ribelle, di minaccioso, uno spirito per ora trattenuto, desideroso di scontrarsi con un mondo che non va proprio a gonfie vele. Il momento non è ancora quello giusto, aggiunge Geza, e così si abbandona ancora un po’ alla lirica amorosa e allo scivolare nell’universo metaforico dei significati nascosti. Zima si avvicina ancora più coerentemente al dolore da cantautore del già citato trovatore del meditativo opporsi al mondo, Tomaž Pengov. »Signore, dacci l’occhio, che anneghiamo, / nella finestra per l’esposizione … / Signore, dacci un inverno così, / una magica esibizione …« sgrana dolce Geza, mentre sullo sfondo si intrecciano frattali di collinette e il profumo dei tini dell’universo sonoro di Pigl. A infilare nel tutto persino qualcosa di kreslinesco ci pensa il brano Kakor sonce, mentre i Kontrabant, con la linea morbida della tenerezza e dell’innamoramento per la vita e per l’Amore stesso, approdano ai porti dell’imminente conclusione del canto. Insieme in due, con il ritmo accelerato di una trasognatezza da ballata di un amore splendido che si realizza nell’eternità e nella dualità, solo che i Kontrabant, tra chitarra acustica, tamburi e fisarmoniche e dolci cascate di locuzioni e metafore, invitano a ballare il pubblico a cui sono legati strettamente e indissolubilmente da vent’anni. Uno dei momenti più decisi del disco è il brano filosoficamente profondo Kdo ve, che si interroga sull’essenza stessa della vita e della morte, del coraggio, del tempo e della ribellione. »Ogni giorno si accende di nuovo, / pulsa in noi e arde, / un’antica fiamma rovente, / la fiamma rovente cova,« è il viatico con cui i Kontrabant ci accompagnano come Odissei smarriti che tornano al riparo del proprio senso, al rifugio del proprio paese natale. La fine è di nuovo con l’inizio e l’inizio con la fine, ma prima i Kontrabant ci ungono con la pioggia, le lacrime celesti e il fresco di Na predjesen, ci fanno girare e ci avvelenano all’irlandese con la cantabilità istriana della splendida filastrocca 4 Wake, ci spingono nelle trincee rivoluzionarie con il sarcastico, western Proletarc e, con la ubriaca Napitnica irlandese-slovena, rendono omaggio a tempi migliori e al valoroso versificare di Zdravljica.
Le cose rimaste fuori sono tante, e spero che i Kontrabant abbiano intenzione di piantarci l’aratro con ancora più decisione la prossima volta; intanto Sladki bes, come una glassa di melassa, ha ammorbidito il freddo doloroso di un mondo e di tempi scavati dalla recessione, di cui tutti noi, in questo preciso istante, qui e ora, siamo parte. La musica come linguaggio universale i Kontrabant la usano come strumento di miglioramento, come costrutto di passaggio verso un’epoca migliore di gioia e calore. I Kontrabant spaccano la patina negativa e gli stereotipi di un mondo senza meta e mantengono viva la carica d’amore per il nostro angolino dimenticato di universo, che alcuni di noi hanno cominciato a farsi passare per la testa apposta anche da soli, visto che qui di conforto non ne abbiamo ricevuto. Sladki bes serve sentimenti positivi, ma sotto la morbidezza di una rappresentazione del mondo più paziente e tollerante c’è comunque abbastanza spirito rivoluzionario, che però aspetta tempi migliori per concretizzarsi in forma di musica e liriche nel prossimo lavoro, che, immagino, è già in cantiere. Con il messaggio di una trasformazione positiva del mondo la Slovenia ha ricevuto un messaggio con cui i Kontrabant, in modo più sussurrato e morbido, suggeriscono i capisaldi del mondo per il quale i nostri antenati hanno sanguinato e sono morti; la domanda è se in un mondo di messaggi di crisi, di saturazione mediatica di negatività, incertezza e disperazione ci sia davvero abbastanza orecchio perché il messaggio di tolleranza e leggerezza si possa ascoltare in tutta la sua pienezza e bellezza. Forse è anche per questo che si intuisce qualcosa di aspro e negativo che Sladki bes, nonostante la dolcezza, si porta dietro …
Formazione
Pal Szomi – chitarra acustica, batteria, fusto e piatti, voce, cori
Janez Vrenjak – batteria e voci, cori
Peter Žnidaršič – basso acustico ed elettrico, voce, cori
Matjaž Medvešek – violino, violino, charanga, cori
Béla Szomi Kralj – chitarra classica, fisarmonica, bouzouki, ambient (sintetizzatore), voce, cori
Dušan Železnikar – chitarra acustica, bouzouki, voce, cori
Produzione
Grega Samar & Béla Szomi Kralj
Tracklist
1. Barva v očeh
2. Morje
3. Srčno brezsrčen
4. Sladki bes
5. Zima
6. Kakor sonce
7. Skupaj v dvoje
8. Kdo ve?
9. Na predjesen
10. 4 Wake
11. Proletarc
12. Napitnica