Slayer dicono addio a Vienna
Slayer na poslovilni turneji nastopili v veliki Wiener Stadthalle
Datum: venerdì, 23. 11. 2018
Lokacija: Wiener Stadthalle, Vienna, Austria
È arrivato il momento in cui i grandi gruppi degli anni Ottanta hanno iniziato a dire addio. Tra loro ci sono anche i «Big Four» del thrash metal. I primi ad annunciare un tour d’addio sono stati i leggendari thrash metaller Slayer. Dopo la morte del chitarrista Jeff Hanneman gli Slayer hanno provato ad andare avanti, hanno registrato perfino un album, ma dopo qualche anno hanno deciso di chiudere finché sono ancora relativamente in forma. È stato annunciato un lungo tour d’addio, che ovviamente ha toccato anche l’Europa. Per il giro gli Slayer si sono portati dietro band di nome: ad aprire per loro ci sono stati Lamb of God, Anthrax e Obituary.
La tappa più vicina alla Slovenia è stata Vienna, nella grande sala della Stadthalle. Se ai tempi della promozione dell’ultimo album gli Slayer avevano riempito il Gasometer, stavolta l’interesse è stato decisamente maggiore. Si trattava dell’addio di una band leggendaria, quindi in tanti hanno voluto sfruttare l’ultima occasione. Dalla Slovenia sono partiti per il concerto parecchi pullman, tanto che lo sloveno si sentiva a ogni angolo della sala.
Già parecchio presto sul palco sono saliti gli Obituary. Leggendaria formazione death metal della Florida, che ha iniziato il suo percorso già negli anni Ottanta. Negli annali della scena metal si è iscritta con gli album Slowly We Rot e Cause of Death. In mezz’ora gli Obituary hanno servito death metal vecchia scuola, genuino. Hanno suonato qualche novità e qualche pezzo più vecchio, tra cui gli evergreen Chopped in Half e Slowly We Rot. La forma degli Obituary è evidentemente ancora quella degli anni Novanta. Con gli Obituary sembra che la band non invecchi proprio. Il suono è sempre lo stesso, la voce di John Tardy non cala, e anche il timbro è ancora identico. L’affiatamento del gruppo è sempre senza sbavature evidenti. Anche nel 2018 gli Obituary confermano di meritarsi una visita.
I thrash metaller newyorkesi Anthrax avevano già accompagnato gli Slayer qualche anno fa, quando la band promuoveva l’album Repentless. Gli Anthrax hanno suonato con energia e, nella loro scaletta breve, hanno toccato i loro più grandi successi, il che ha significato meno novità e una scaletta prevedibile. Gli Anthrax hanno aperto il set con un pezzo di «Cowboys From Hell» dei Pantera, che hanno poi collegato all’evergreen Caught in a Mosh. Gli Anthrax sono senza dubbio in buona forma, la comunicazione col pubblico è più che buona e sull’affiatamento non c’è niente da dire. Da quando la formazione è relativamente stabile, a parte l’assenza dello storico batterista Charlie Benante, che anche stavolta è stato sostituito dall’esperto Jon Dette, la band è anche più sicura dal vivo. Dopo Got The Time, N.F.L. Be All, End All, Fight ‘Em Till You Can’t e Antisocial gli Anthrax hanno chiuso con l’evergreen Indians. Sicuramente un riscaldamento solido, ma per qualcosa di più bisognerà beccare gli Anthrax come headliner nel prossimo tour.
Sono seguiti i Lamb of God, rappresentanti del metal moderno, anche se sono in attività da circa vent’anni, quindi non sono più una band giovane. L’esperienza si è vista anche dalla loro esibizione. Il quintetto americano aveva più tempo per presentare i pezzi più noti della sua carriera. Hanno cominciato piano con Omerta, mentre le cose si sono fatte più selvagge con Ruin, Walk With Me In Hell e Now You’ve Got Something to Die For. Il pubblico ha accolto i Lamb of God scatenandosi, fino al culmine sul pezzo finale Redneck, dove si sono visti parecchi circle pit. Anche se si tratta di una band più giovane, è stato subito chiaro che con impatto e groove ha portato avanti l’eredità dei Pantera, solo ripacchettata in modo un po’ diverso.
I Lamb of God hanno suonato in questo tour con un altro batterista. Chris Adler era assente per un infortunio e al suo posto è subentrato Art Cruz dei Prong. Cruz ha suonato in modo solido, ma non con la sicurezza di Adler. Negli altri membri non si sono viste sbavature particolari, e negli ultimi anni è migliorata anche la comunicazione col pubblico da parte del cantante Randy Blythe, che ha una voce sorprendentemente ben conservata. I Lamb of God non sono ancora da buttare, quindi vale ancora la pena andare a un loro concerto.
Agli ultimi concerti gli Slayer non avevano esagerato. Potevano vantare luci di scena un po’ migliori, ma le loro esibizioni non erano proprio spettacolari. Per il tour d’addio hanno scelto una mossa un po’ diversa. In più hanno inserito in scaletta qualche pezzo che prima non c’era sempre.
Prima dell’inizio degli Slayer è calato sul palco un sipario, su cui è girato il brano d’apertura dell’ultimo album, mentre la band si preparava intanto per il primo pezzo. Poi è arrivata la title track dell’ultimo album, Repentless, il sipario è caduto e sul palco sono comparsi effetti speciali sotto forma di fuoco. Stavolta gli Slayer hanno puntato un po’ di più sugli effetti scenici: il fuoco è stato presente per tutto il tempo e anche le luci erano sopra lo standard. Ai pezzi è stato dato quindi più peso.
In scaletta hanno toccato quasi tutti gli album: si sono sentiti Jihad da Christ Illusion, Black Magic da Show No Mercy, Hate Worldwide da World Painted Blood, Dittohead da Divine Intervention. Ovviamente non sono mancati i classici, ma di grosse sorprese non ce ne sono state. Gli Slayer hanno suonato i loro più grandi successi e il concerto, per cambiare, non è sembrato di routine come quelli dei tempi della promozione dell’ultimo album. Tom Araya, cantante e bassista della band, ha perfino parlato col pubblico un po’ più del solito.
Nonostante gli anni, bisogna riconoscere agli Slayer di essere stati solidamente affiatati. Va lodato il chitarrista Gary Holt (Exodus), che col suo gioco preciso ha entusiasmato per tutto il tempo. Il batterista Paul Bostaph è un tipo esperto su cui la band può contare. Ha fatto anche qualche errore, per esempio in Angel of Death il doppio pedale non ha funzionato al meglio nel momento più cruciale. Per il resto Bostaph senza errori grossi che rovinassero l’impressione generale. Se li è concessi invece Kerry King, che a tratti rincorreva Holt, e anche negli assoli non c’era grande precisione. Piuttosto debole anche Tom Araya. La voce non ha più la vera potenza, soprattutto sulle linee vocali più veloci Araya sembrava quasi parlare il testo. Si vedeva però che Araya ce la metteva tutta.
Dopo oltre un’ora gli Slayer hanno lasciato per un attimo la scena del crimine per tornare a suonare ancora qualche classico mancante. Così è caduta South of Heaven, che è proseguita in Raining Blood. Sorprende che gli Slayer abbiano inserito nel bis Chemical Warfare, finita un po’ nel dimenticatoio. Per la chiusura in grande stile, ovviamente, Angel of Death. A fine concerto gli Slayer non hanno lasciato subito il palco. Più a lungo di tutti è rimasto Tom Araya, che ha guardato il pubblico, impazzito per tutto il concerto, e per salutare ha detto perfino qualche parola. Araya, a differenza dei concerti passati, sembrava più emotivo. In fondo si tratta dell’addio di una delle band metal più cult e per gli Slayer è più che lodevole aver dedicato ai loro fan un po’ più di tempo.
Setlista Slayer:
- Delusions of Saviour
- Repentless
- Blood Red
- Disciple
- Mandatory Suicide
- Hate Worldwide
- War Ensemble
- Jihad
- When the Stillness Comes
- Postmortem
- Black Magic
- Payback
- Seasons in the Abyss
- Dittohead
- Dead Skin Mask
- Hell Awaits
- Encore:
- South of Heaven
- Raining Blood
- Chemical Warfare
- Angel of Death