Slide It In
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Whitesnake
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1984
Durata: 40:40
Voto: 5/5
»Slide It In« è stato il sesto album in studio dei campioni britannici dell’hard rock Whitesnake. Si potrebbe dire che sia stato un ponte sonoro efficace tra il loro vecchio e romantico blues rock (1978-1984) e la nuova immagine hard rock (1987-1990), cucita su misura per i megastadi americani. All’epoca di »Slide It In«, probabilmente il loro lavoro più interessante in assoluto proprio per la sua natura di transizione sonora, e uscito addirittura in due versioni diverse, i Whitesnake si trovavano al giro di boa più importante della loro carriera.
Il leggendario cantante e capo della band David Coverdale, che ormai teneva saldamente in mano anche le redini del management, si era trasformato in un vero dittatore: pur di ottenere il successo commerciale del gruppo, soprattutto lo sfondamento oltreoceano, era pronto a pagare un prezzo altissimo e a sacrificare parecchio, vecchie amicizie comprese. Chi l’ha sentito sulla propria pelle più di tutti è stato il mitico chitarrista Micky Moody, membro fondatore insieme a Coverdale, che se ne andò poco dopo l’uscita dell’originale versione britannica di »Slide It In«. La vecchia amicizia finì subito dopo che Coverdale ebbe fiutato l’odore dei bigliettoni e firmato con la nota etichetta americana Geffen (solo per il mercato americano; per tutti gli altri mercati restarono fedeli alla EMI). In diverse interviste successive Moody ha ripetuto che a un certo punto il suo migliore amico aveva cominciato a comportarsi come se non lo conoscesse più; anzi, a sentir lui Coverdale aveva cambiato completamente personalità, adattandola per bene allo spirito materialista ed egoista degli anni Ottanta.
La formazione originale di »Slide It In«, che nel gennaio 1984 registrò la versione britannica dell’album, comprendeva, oltre a Coverdale e Moody, la leggenda della batteria Cozy Powell (ex-Rainbow), il talentuosissimo ex chitarrista/cantante dei Trapeze Mel Galley, il versatile maestro del basso Colin Hodgkinson, che se la cavava altrettanto bene col blues e col jazz, e il leggendario tastierista Jon Lord. Quest’ultimo se ne andò già nell’aprile 1984 per la reunion dei Deep Purple, poco prima dell’uscita della versione americana di »Slide It in« (le date rimanenti del tour le portò a termine, nascosto dietro una tenda, l’ex tastierista dei Magnum Richard Bailey). Sulla carta quella formazione sembrava un sogno, e la sua versione di »Slide It In« è per molti aspetti nettamente migliore di quella americana, ma purtroppo non trovò mai la giusta chimica per diventare un collettivo solido, cosa che Moody, anima della band blues rock, intuì ben presto.
La goccia che fece traboccare il vaso arrivò quando Coverdale incontrò il giovane John Sykes, ottimo chitarrista e per di più visivamente irresistibile per le masse di MTV (ex-Tygers of Pan Tang, John Sloman’s Badlands, Thin Lizzy). A quel punto Moody capì di essere diventato superfluo e decise di lasciare il gruppo a cui aveva dato così tanto, e con lui finì definitivamente un’epoca. Presto a Moody fece seguito anche Hodgkinson, che col suo stile complesso a Coverdale parve improvvisamente inadatto alla visione futura della band; al suo posto richiamò un vecchio compare, il bassista originale dei Whitesnake Neil Murray, che in quel periodo ‘di mezzo’ (1982-1983) aveva suonato insieme al mitico batterista Ian Paice (anche lui ex Whitesnake) nella band del leggendario chitarrista Gary Moore. Il leggendario Cozy Powell, con il suo stile molto più duro rispetto al predecessore Ian Paice, era invece esattamente ciò che Coverdale voleva per creare una versione della band il più possibile incisiva, quasi metal. Anche con Galley, che ai Whitesnake non durò a lungo a causa di un infortunio alla mano, all’epoca aveva ancora grandi progetti.
Dopo aver reclutato il giovane Sykes, Coverdale decise di smontare la formazione da cima a fondo, prima ancora che si fosse ben assestata, e di adattarla man mano, nell’audio e nell’immagine, ai gusti americani: una scelta che ancora oggi molti vecchi fan, che ricordano benissimo gli esordi blues rock, non gli perdonano. Prima, però, su insistenza della Geffen, decise di registrare la versione americana di »Slide It In«, uscita nell’aprile 1984. Questa versione ebbe più successo commerciale di quella britannica, perché la produzione era tarata sul gusto americano del momento, e fu il loro primo successo di rilievo oltreoceano, anche se Coverdale voleva molto di più, e ci riuscì con l’album successivo dei Whitesnake.
Entrambe le versioni di »Slide It In« hanno le loro qualità, il loro fascino e i loro punti di forza, ma il titolo di vincitrice spetta comunque a quella britannica. I motivi sono diversi. A parte il fatto che in produzione l’organo, tradizionalmente complesso, di Lord e le linee di basso di Hodgkinson sono spinti in primo piano, qui si sente ancora un po’ del romantico fascino blues rock dei vecchi, cari Whitesnake. La versione americana, invece, ha in produzione le linee di chitarra di Sykes, più secche e incisive, e la batteria rombante di Powell, con cui Coverdale voleva ottenere un suono ancora più duro, ‘metallaro’, mentre il pasticciare con le texture di sintetizzatore in più, curate dal musicista di passaggio Bill Cuomo, che con questa trovata ha quasi completamente rovinato le originali magie di tastiera di Lord, è stata una mossa del tutto inutile e quasi una presa in giro sacrilega nei confronti di una leggenda e vecchio amico di Coverdale. Sykes, su alcuni brani, ha contribuito con assoli di chitarra completamente diversi da quelli del suo leggendario predecessore, quindi le differenze tra la versione britannica e quella americana sono tutt’altro che trascurabili.
L’iniziale »Gambler«, che si apre con un’intro di sintetizzatore, serve subito una versione dei Whitesnake molto più dura di quella che i fan conoscevano fino a quel momento, con Powell che spazza via tutto con i suoi infuocati rullati. Il suono massiccio dell’organo di Lord si fonde alla grande con i passaggi di chitarra d’impatto e le linee di basso scoppiettanti, mentre l’imponente approccio vocale di Coverdale è arricchito dalle armonie vocali di supporto di Galley. La versione americana è ancora più dirompente e ha un suono di chitarra ancora più tagliente, con in testa il rovente assolo di Sykes. Moody (il vecchio lupo del blues rock) e Sykes (il giovane eroe metal con un’enorme chioma luccicante) non potevano essere più diversi, sia come stile chitarristico sia come aspetto, ed è proprio questa la principale differenza tra le versioni britanniche e americane dei singoli brani. I testi, come sempre in tutta la carriera dei Whitesnake, erano un vero ‘pascolo per il cervello’ e così assurdamente prevedibili da risultare comici: ancora una volta parlavano delle frustrazioni amorose e delle brame sessuali di David, motivo per cui si è guadagnato a ragione il titolo di Benny Hill dell’hard rock.
La title track è una vera bomba hard rock ‘in piena faccia’, poggiata su un riff di chitarra bruciante e su passaggi di batteria assassini, mentre nel ritornello un David infuriato se la prende ancora una volta con il fascino ingannevole delle donne fatali. Se l’approccio di Moody qui è più sofisticato in chiave blues, Sykes nella versione americana si scatena con un arrogante assolo hard rock. »Standing in the Shadow«, un altro catalizzatore di energia in cui Coverdale mette il suo cuore ferito con una prova vocale da urlo, si è guadagnata lo status di classico soprattutto grazie al ritornello epico. Lo stesso vale per »Give Me More Time«, vestita di colori ambient piuttosto vivaci, in cui nel ritornello entusiasma soprattutto l’aiuto vocale di Galley, che doma un po’ la furia vocale di David e gli regala un pizzico di raffinatezza rock melodica. Le prodezze chitarristiche di entrambe le versioni sono ammirevoli e, insieme ai cataclismi di batteria di Powell, consolidano lo status dei Whitesnake come i più arroganti e spavaldi duri dell’hard rock di quel periodo.
Segue il grande singolo di successo e uno dei classici hard rock più amati dei Whitesnake in assoluto, il magnifico »Love Ain’t No Stranger«, il loro primo evergreen capace di conquistare gli americani. Non c’è da stupirsi, visto che contiene parecchi di quegli elementi che tre anni dopo, in veste nuova, hanno trasformato »Here I Go Again« in una grande storia di successo. A un’introduzione calma, tra tastiere e acustica, segue un passaggio improvviso a una sezione hard rock epica e d’impatto, con armonie di chitarra potenti, dal suono quasi metal, e un massiccio strato di organo. Il culmine arriva nel ritornello epico, con il classico sfogo erotomane di David, davanti al quale si piegano le ginocchia persino alle più impenetrabili del gentil sesso.
»Slow an’ Easy«, dotata di un ritornello da cantare a squarciagola, è stato anch’esso uno dei loro primi singoli di successo oltreoceano, e non sorprende, perché per ritmo e messaggio è una vera canzone ‘da party’, perfetta per qualsiasi festa di motociclisti. Dato che ci ha lavorato anche Moody, è il pezzo più blues rock di »Slide It In«, anche se non manca di mordente hard rock, soprattutto grazie alle implacabili mazzate di Powell sulla grancassa. »Spit It Out« è un altro hard rock energico con una fraseologia chitarristica sporca, cambi di tempo insoliti e un culmine in un ritornello beffardo, il che significa che mantiene con successo la natura senza compromessi di »Slide It In«. Qualcosa di simile si può dire di »All Or Nothing«, che però, tra passaggi di chitarra sporchi e rullati selvaggi, ha un ritornello un po’ più sofisticato rispetto al brano precedente, mentre Lord si scatena alla grande con le sue opere d’organo.
Il lamento inconsolabile del serpente bianco, »Hungry For Love«, è di nuovo un pezzo dall’impronta blues rock un po’ più tradizionalista, e sorprendentemente vale anche per la versione americana con Sykes. In chiusura c’è l’ibrido hard rock-AOR »Guilty Of Love«, un altro successo e indimenticabile evergreen, che può essere considerato uno dei migliori risultati della loro carriera. Il ritornello marcatamente ipnotico e melodico corre su possenti frasi di chitarra e dinamiche texture di tastiera, mentre la batteria di Powell si piega sotto una grandine di colpi violenti. La cosa interessante è che è l’unico brano di »Slide It In« registrato come singolo già nel 1983, quando si sperimentò per un breve periodo con il produttore Eddie Kramer (noto soprattutto per il lavoro con i Kiss). Non ne furono soddisfatti, e così per »Slide It In« dovette tornare ben presto il leggendario Martin Birch (ex-Deep Purple, Iron Maiden, Blue Öyster Cult).
»Slide It In«, nella sua versione britannica più autentica e sincera, è ancora oggi considerato un capolavoro: il punto d’incontro riuscito tra due epoche diverse di una band leggendaria, che l’ego di Coverdale ha smontato pezzo per pezzo per poter cavalcare le stelle americane con una veste ‘hair metal’ al passo coi tempi. Con l’uscita della versione americana di »Slide It In« l’era romantica e sentita del blues rock finì definitivamente e ne iniziò una nuova, in cui i Whitesnake, con le chiome cotonate e sotto la nobile dittatura di Coverdale, diventarono i beniamini musicali delle famiglie americane. »Slide It In« è stato anche l’ultimo album dei Whitesnake con il classico logo bianco a forma di serpente.
Nota: il voto vale per la versione britannica di »Slide It In«.
Formazione
Versione britannica dell’album:
David Coverdale – voce
Micky Moody – chitarra
Mel Galley – chitarra, cori
Colin Hodgkinson – basso
Jon Lord – tastiere
Cozy Powell – batteria
Versione americana dell’album:
David Coverdale – voce
John Sykes – chitarra
Mel Galley – chitarra, cori
Neil Murray – basso
Jon Lord – tastiere
Cozy Powell – batteria
Bill Cuomo – tastiere
Produzione
Martin Birch
Tracklist
1. Gambler
2. Slide It In
3. Standing in the Shadow
4. Give Me More Time
5. Love Ain’t No Stranger
6. Slow An’ Easy
7. Spit It Out
8. All Or Nothing
9. Hungry For Love
10. Guilty Of Love