Soen: Imperial
Etichetta: Silver Lining Music
Data di uscita: 29/1/2021
Produzione: Iñaki Marconi
Durata dell’album: 42.05 min
Genere: Progressive Metal
Voto: 8.0/10
Che farne del nuovo album dei Soen? È bello, su questo non si discute. Ma è anche la prova che la band è ferma sul piano evolutivo. Non porta nuove sfide artistiche capaci di sorprendere e impegnare chi ascolta, di tenerlo incollato, soprattutto se ha il palato più esigente. Il nuovo album «Imperial» non fa quindi nessun passo avanti nella maturazione artistica di questa band, per il resto molto stimata e di altissimo livello. Il singolo «Illusion» lo lasciava intuire: sembrava un pezzo che dai Soen avevamo già sentito su qualche disco precedente. «Imperial» è dunque un passo ben calibrato verso una vita comoda, ma una comodità che i Soen si sono sudati. La band, insomma, non ha accennato a nessuno scatto in avanti. In compenso, dopo quattro album i Soen sono riusciti a scrollarsi di dosso le critiche spesso esagerate che li facevano somigliare ora ai Tool, ora agli Opeth, e questo è un bene. Se però il motivo è stato anche aver sfoltito quei contenuti che mantengono, coltivano o fanno crescere l’identità progressive metal della band, mosse del genere si portano dietro una specie di danno collaterale. «Imperial» segue fedelmente il predecessore «Lotus», solo un po’ più appuntito in chiave metal, dato che le chitarre sognanti «alla Gilmour» sono meno, anche se ci sono. E anche «Imperial» non è un album dei Soen registrato dalla stessa formazione: tra i due dischi hanno cambiato di nuovo line-up, stavolta il bassista. Il nuovo bassista della band è Oleksii ‘Zlatoyar’ Kobel.
Sul nuovo album la band si attiene dunque diligentemente alle caratteristiche musicali di «Lotus» (2019, RockLine recensione) e «Lykaia» (2017, RockLine recensione). Joel Ekelöf è ovviamente quell’ago della bilancia fondamentale che, per qualsiasi ascoltatore, determina quanto la band piaccia. Non solo: con il suo timbro inconfondibile garantisce anche la riconoscibilità del biglietto da visita musicale del gruppo. La sua voce è bellissima e magnetica, e con la sua intensità emotiva dà vita nei brani a quell’intreccio di dolce amarezza e malinconia infinita che caratterizza la natura marcatamente cupa di tutti gli album dei Soen. Anche di quello nuovo. Ma come dicevamo: l’album nuovo, ovvero i pezzi nuovi, si muovono per lo più nel territorio melodico già collaudato, che stavolta i Soen si limitano a riciclare.
La copertina è affascinante. Gotica e black metal fino al midollo. Occulto, superstizioni, stregoneria, rovina …. Una cupezza carica di nebbia fitta, intrisa di un’aria acidula che soffoca e schiaccia al suolo. Un paesaggio, insomma, attraverso cui raramente filtrano raggi di luce. Eccolo qui. Sempre e comunque. Anche con «Imperial». Psichedelia? Nemmeno tanto, in questo contesto.
L’accordatura più bassa delle chitarre crea un vero muro sonoro, massiccio e pesante, e strizza l’occhio al moderno, nel senso che ha più a che fare con quanto succede da dieci anni nel mondo del death metal tecnico-progressivo che con altri ambiti di genere. Per questo con i Soen non è mai stato difficile immaginarsi dei vocalizzi «growl». Ma siccome i Soen (ancora una volta) non sono i (vecchi) Opeth, al microfono hanno Joel Ekelöf, che dà loro quella patina da sguardo retro-progressive rock. A rendere ancora più rustico il tutto ci pensano anche gli assoli di chitarra, spesso costruiti sull’assioma “less is more” e suonati con lo spirito del progressive rock della vecchia scuola («Modesty»). Gli assoli sviluppano cioè una melodia compatta basata su poche note, sostenute però da un marcato effetto “sustain”. Nonostante questo ammiccare degli assoli agli anni Settanta, con il nuovo album i Soen restano saldamente ancorati al progressive metal moderno.
I Soen sono una band che anche sul nuovo album punta soprattutto su una vibrante, rapace capacità di creare stati d’animo. In questo sono molto bravi, ed è questo «drive» a spingere l’album. Con una produzione eccellente, questo “drive” carico di umori ma malinconico tiene l’ascoltatore incollato dal primo all’ultimo minuto e dà al disco i contorni di un dramma teatrale magnetico e carico di tensione.
Chi non conosce i dischi precedenti della band si innamorerà subito dei Soen con «Imperial», perché il nuovo album resta fedele a una musicalità contagiosissima, che ti entra subito sotto pelle. Pur con strutture delle melodie portanti che i Soen avevano già proposto sugli album passati, stavolta spicca in modo molto piacevole l’uso occasionale di tappeti sonori che suonano come archi, il che potenzia gli scarti dinamici fra gli stati d’animo, cioè ne intensifica i contrasti reciproci (l’uscita di «Modesty», l’ultimo pezzo «Fortune»), e in fin dei conti ravviva con gratitudine il paesaggio sonoro.
Il navigato maestro della batteria Martin Lopez è di nuovo, a più riprese, nel ruolo di creatore delle molle portanti del progressive metal. Il batterista si prende il centro della scena sfruttando le frasi nei punti giusti e sottolineandole con finezza con strutture ritmiche spesso spezzate. Per questo ascoltare «Imperial», nonostante alcune melodie «già vendute» dal punto di vista dei contenuti, non annoia affatto (l’opener «Lumerian», «Antagonist»), anche se la natura sperimentale si piega e si sottomette del tutto a esse. Va tenuto presente che i Soen, come singoli, sono musicisti tecnicamente preparatissimi, quindi la band ha sempre un grande potenziale artistico. Volendo, potrebbe tirare fuori un album decisamente più ampio e ambizioso. Ma gli piace la posizione artistica raggiunta con «Lotus» e mantenuta anche da «Imperial». Il nuovo album, pur stravaccato artisticamente sulla poltrona comoda del predecessore, è in tutto e per tutto un nuovo album dei Soen di ottima qualità. Se non accontenterà del tutto i palati musicali più esigenti, di sicuro farà felici i fan più ardenti della band.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Lumerian
2. Deceiver
3. Monarch
4. Illusion
5. Antagonist
6. Modesty
7. Dissident
8. Fortune
Formazione:
Joel Ekelöf – voce
Lars Enok Åhlund – tastiere, chitarra
Cody Ford – chitarra
Oleksii “Zlatoyar” Kobel – basso
Martin Lopez – batteria
