Starless And Bible Black

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: King Crimson
Etichetta: Discipline Global Mobile
Uscita: year
Voto: 5/5

Amanti dell’improvvisazione, questo è il vostro disco! Con “Starless and Bible Black” i King Crimson hanno messo insieme uno dei loro album più sperimentali e innovativi. La caratteristica principale di questo disco è che è stato registrato quasi per intero, con l’eccezione di due brani (“The Great Deceiver” e “Lament”), dal vivo, nel pieno del tour del 1973. La differenza di suono tra i pezzi incisi in studio e quelli registrati live non si nota proprio. Come capita nella maggior parte dei dischi dei King Crimson, anche qui il suono è incredibilmente vivo, ma allo stesso tempo ti dà comunque la netta sensazione di ascoltare un album da studio. Inoltre è un disco con meno parti vocali e melodiche rispetto alla maggior parte dei loro lavori, e quindi rappresenta una sfida un po’ più grossa per l’ascoltatore medio, cosa che per fortuna la maggior parte di chi ascolta i King Crimson non è. Anche se John Wetton qui è cresciuto ancora come cantante, sono le sue linee di basso aggressive il motivo per cui questo album merita l’attenzione di chiunque suoni questo strumento. Oggi è difficile crederci, ma all’epoca Wetton era apprezzato più come ottimo bassista che come cantante. “Starless and Bible Black” è tra l’altro anche l’ultimo album del violinista avanguardista David Cross, anche se come ospite ha partecipato pure al disco successivo. Il suo ruolo qui è un po’ più ridotto rispetto a “Larks’ Tongues in Aspic” (1973). Con questo album i King Crimson sono finalmente riusciti a mantenere quasi tutta la formazione del disco precedente, con l’eccezione del batterista e percussionista Jamie Muir. Questa versione della band era ormai diventata una macchina ben oliata, perché l’armonia tra gli strumentisti sull’album è a livelli altissimi. La perdita del carismatico Muir si nota a malapena, perché Bill Bruford in questo disco regala alcuni dei suoi momenti migliori, e i “intenditori” sanno che nella sua variegata carriera ce ne sono stati parecchi. Parliamo di un genio della batteria, che crea passaggi ritmici straordinari e suona i tamburi come fossero tastiere. L’elemento più importante del gruppo, ovviamente, resta anche qui il leader Robert Fripp, che ancora una volta non si risparmia con le sue magie chitarristiche: l’album contiene una serie di suoi assoli inconfondibili, tra cui alcuni dei suoi migliori in assoluto. Il mellotron, dal canto suo, occupa decisamente meno spazio che nei dischi precedenti, il che lascia spazio anche alle tastiere di Cross. “Starless and Bible Black” è ancora più incisivo e imprevedibile di “Larks’ Tongues in Aspic” (1973), con tanti cambi di ritmo, riff di chitarra esplosivi, un violino elegante e le sonorità atmosferiche del mellotron, distese lungo gran parte dell’album. Spesso trovi tutto questo dentro le singole composizioni. Anche stavolta, soprattutto nelle improvvisazioni, si respira quell’atmosfera cupa e apocalittica a cui la band aveva iniziato a tornare con il disco precedente, “Larks’ Tongues in Aspic” (1973), e che avrebbe portato a compimento con “Red” (1974). Se in “Larks’ Tongues in Aspic” i testi parlavano dei rapporti umani, più precisamente di quello tra i due sessi, quelli di “Starless and Bible Black” si occupano soprattutto di etichette discografiche voraci e del falso mondo di lustrini e gloria delle popstar. Il che risuona già dell’ossessione di Fripp per la corruzione delle case discografiche e fa presagire il motivo per cui il gruppo, poco dopo l’uscita del successore di questo album, si sarebbe (per la prima volta) sciolto

“The Great Deceiver” è una vera esplosione d’apertura. Una composizione dinamicissima, dove gli assoli contorti di Fripp alla chitarra suonano come un sassofono, sostenuti dalla linea di basso aggressiva di Wetton e dalle magie di Cross al violino e alle tastiere. A tratti Wetton canta un testo cinico sui beni materiali del mondo delle rockstar (gelato, Cadillac, sigarette…), uno dei suoi momenti vocali migliori con la band. Nei passaggi la sua voce suona sarcastica come non lo sarebbe stata mai più. “The Great Deceiver” è un pezzo in cui trovi tutti i migliori ingredienti musicali del gruppo, qui conditi anche con un pizzico di umorismo nero.

Segue un passaggio diretto nella inizialmente malinconicissima “Lament”. Si apre come una ballata costruita sulla voce malinconica di Wetton, sul violino di Cross e sul pizzicare atmosferico di una sola corda da parte di Fripp, ma alla fine si trasforma in un brano ancora più duro del predecessore. In questa seconda parte Wetton mostra il suo dominio assoluto del basso mentre Bruford brilla con i suoi veloci passaggi sui tamburi. Fripp, tirandoli fuori dalla manica come se niente fosse, spara i suoi assoli “metallari”, così tipici di lui. Il pezzo cresce fino al culmine, poi all’improvviso arriva la fine, una delle caratteristiche principali del gruppo, maestro della tensione e del suo rilascio improvviso. Da questo momento in poi tutti gli altri brani dell’album sono stati registrati ai concerti. Ovviamente la maggior parte è stata poi “rifinita” in studio.

“We’ll Let You Know” è la prima improvvisazione del disco, quella in cui emerge il volto più avanguardistico e oscuro della band. La caratteristica principale di questo breve “improv” è la “ginnastica” ritmica funk di percussioni e di un basso ruvido e aggressivissimo, con la chitarra di Fripp passata attraverso un effetto wah-wah. In questa improvvisazione vale la pena sottolineare ancora una volta il basso di Wetton. Senza dubbio era uno dei bassisti più notevoli dell’epoca.

“The Night Watch” è una delle ballate epiche migliori e più atmosferiche della band, dal clima romanticissimo. Si apre con una lenta introduzione di percussioni straordinarie, mellotron e violino. Gli splendidi assoli a tre voci di Fripp lungo il brano creano una malinconia fortissima. La voce melodrammatica di Wetton, piena di carisma, non può lasciare freddo nessun ascoltatore. “The Night Watch” mostra il lato elegante e più delicato del gruppo e quell’aspetto che ti ricorda chi sono stati i padri del progressive rock sinfonico. Il brano è tra l’altro ispirato al celebre dipinto di Rembrandt, ed è un’ulteriore prova di come i King Crimson, in certe occasioni, sapessero fondere in modo splendido la loro musica con altre forme d’arte. Curioso e un po’ insolito per gli standard dei King Crimson è il fatto che “The Night Watch” sia uscita come singolo. I King Crimson, infatti, non sono mai stati una band che puntasse granché sui singoli. Per struttura musicale, “The Night Watch” è un esempio del loro stile epico, sinfonico e romantico, che in questo periodo iniziavano a lasciarsi gradualmente alle spalle.

“Trio” è una composizione strumentale senza voce in cui emerge l’abilità di tutti i membri. In sostanza è uno strumentale delicatissimo, pieno di motivi classici, dove il violino di Cross ha parecchio spazio e conquista soprattutto con la sua atmosfera meravigliosa, che a tratti suona perfino un filo orientaleggiante. Il titolo del pezzo sarà mica un’anticipazione di quanti membri sarebbero rimasti nella band dopo l’uscita di questo album e la fine del tour?

“The Mincer” è un’improvvisazione inquietante, quasi da brividi, dal clima apocalittico, che figura tra le opere più avanguardistiche del gruppo. È costruita per lo più sui suoni spaventosi del mellotron. Verso la fine del brano si sente la voce di Wetton, volutamente lontana e da pelle d’oca, che a tratti suona come una ninna nanna uscita da un incubo. Secondo Fripp, questa improvvisazione è dedicata al suo critico musicale “preferito”, con cui per anni è stato ai ferri corti.

L’improvvisazione che dà il titolo all’album, “Starless And Bible Black”, è la prima delle due più lunghe del disco. Anche se qui ci sono parecchie parti ritmiche da togliere il fiato, è soprattutto la chitarra di Fripp a creare l’atmosfera apocalittica, che cresce minuto dopo minuto. La melodia qui è spinta del tutto sullo sfondo. Di sicuro è una delle cose più sperimentali e insolite della band, che a ogni ascolto lascia impressioni diverse. La maggior parte delle title track dei King Crimson rientra tra i loro lavori migliori, o veri classici, ma di “Starless And Bible Black” si potrebbe dire che sia addirittura il loro lavoro più avanguardistico, che conquista con un’atmosfera straordinaria costruita dalle parti strumentali dei singoli musicisti. Nonostante il titolo, dal punto di vista musicale non ha nulla in comune con la magnifica epopea “Starless” del disco successivo, “Red” (1974).

“Fracture” è senza dubbio una delle migliori improvvisazioni mai create dalla band e una prova pazzesca del genio chitarristico di Fripp. Dopo un’introduzione estremamente sperimentale si sviluppa in una composizione dalle mille sfumature, che riflette insieme tecnica eccezionale, intelligenza e raffinatezza nel suonare la chitarra. Il finale è in perfetto stile apocalittico, tradizionale per il gruppo. Anni dopo la band ne ha realizzato anche una versione più moderna, il che probabilmente dimostra che è uno dei pezzi preferiti di Fripp. Non c’è da stupirsi, perché probabilmente non esiste dimostrazione migliore delle capacità chitarristiche di Fripp di proprio “Fracture”, che a volte dà la sensazione che a suonare siano tre chitarristi contemporaneamente! L’ascoltatore deve ricordarsi di continuo che la chitarra nel brano la suona solo Fripp. Non ci sono parole per descrivere quanto siano complesse e impegnative le parti di chitarra in questa improvvisazione e che chitarrista pazzesco sia Fripp. “Fracture” è la prova migliore del perché sia uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi.

Come tutti i dischi del periodo classico della band, anche “Starless and Bible Black” è un lavoro che era avanti rispetto al suo tempo. Siccome è uscito tra due classici, “Larks’ Tongues in Aspic” (1973) e “Red” (1974), per la maggior parte dei fan del gruppo resta l’album più trascurato dell'”era Wetton”, ma questo non ne intacca minimamente la qualità e l’importanza per lo sviluppo della musica innovativa moderna. “Starless and Bible Black” rappresenta infatti esattamente come dovrebbe essere questo tipo di musica: strana e bella allo stesso tempo. Se suoni la chitarra, il basso o qualsiasi altro strumento, devi assolutamente ascoltare questo disco. Riflette tutta l’intelligenza nel comporre e nel suonare di musicisti eccezionali, che hanno saputo unire in modo meraviglioso energia selvaggia, bellezza straordinaria e intelligenza. È un album che anche dopo molti ascolti ripaga l’ascoltatore in modo incredibile e senza dubbio è tra i lavori migliori del gruppo.

Formazione

John Wetton – voce, basso
Robert Fripp – chitarra, mellotron, devices
Bill Bruford – batteria
David Cross – violino, viola, tastiere

Produzione

King Crimson

Tracklist

1. The great deceiver (4:02)
2. Lament (4:00)
3. We’ll let you know (3:46)
4. The night watch (4:37)
5. Trio (5:41)
6. The mincer (4:10)
7. Starless and bible black (9:11)
8. Fracture (11:14)

Durata dell’album: 46:41

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