Steve Hackett e Djabe: un’altra rimpatriata tra vecchi amici (2018)

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Luogo: St. Veit a. d. Glan / Herzogburg / Austria
Data: sabato, 09.06.2018


Nell’idilliaca cittadina austriaca di Sankt Veit an der Glan è passato, come ospite speciale dei Djabe, band ungherese jazz rock fusion/world music di fama mondiale, il leggendario maestro della chitarra Steve Hackett, diventato famoso come membro dei mitici Genesis, culto del progressive rock inglese, e poi autore di una splendida e quanto mai varia carriera solista. Hackett collabora con i Djabe ogni tanto già dal 2002. Insieme hanno registrato una vera pleiade di album dal vivo e partecipato a due progetti in studio dei Djabe, tra cui l’attuale album in studio «Life is a Journey – The Sardinia Tapes» (2017).

Nel 2009 i Djabe hanno suonato anche da noi, a Slovenj Gradec, ed è stata anche la prima visita di Steve in Slovenia e il nostro primo incontro con lui: prima del concerto abbiamo passato gran parte del tempo vicino alla fontana del posto. Stavolta Steve non era l’unico ospite speciale dei suoi vecchi amici ungheresi: sul palco gli faceva compagnia anche il poliedrico batterista/percussionista islandese Gulli Briem, che si alternava su due diverse postazioni di batteria e percussioni con il batterista dei Djabe Peter Kaszás, con cui formava un duo ritmico dinamicissimo. Nei rari momenti senza Steve sul palco, alla chitarra solista c’era il chitarrista dei Djabe Attila Egerhazi, che quella sera è stato per lo più chitarrista ritmico, ma ogni tanto si è occupato anche di qualche percussione e di un sintetizzatore in più. Ci ha anche intrattenuti presentando i vari brani dei Djabe, in inglese con un forte accento ungherese.

Per scaldarsi, i Djabe, questa volta in uno spazio piccolo ma idilliaco tra le mura del castello, hanno suonato la loro «Flow», poi sul palco si è unito a loro Steve con la chitarra e con il suo immancabile sciarpone, per una versione di uno degli evergreen meno celebri dei Genesis, «In That Quiet Earth»: i pochi sloveni tra il pubblico, in gran parte austriaco, ci hanno visto anche un richiamo alla lunga abitudine del nostro Lado Leskovar. Gli evergreen dei Genesis e del Hackett solista, nell’interpretazione congiunta dell’icona della chitarra inglese e dei Djabe, risultano sempre interessantissimi, perché questi ottimi musicisti ci aggiungono un sacco di elementi jazz e di world music, soprattutto grazie alla tromba di Áron Koós e a una miriade di percussioni diverse. Dopo il riscaldamento è salito sul palco Briem per il suo pezzo percussivo «Hang Drum Song», sorprendendo tutti con uno strumento particolare che sembrava il guscio metallico di una conchiglia gigante. Lì in mezzo Briem ha infilato con abilità il motivo ritmico del classico di Bowie «This Is Not America», e con la compianta leggenda della musica condivide pure una certa somiglianza fisica.

Il pubblico, poco numeroso, si è fatto un po’ più rumoroso per la prima volta quando la bravissima squadra di vecchi compagni di merende musicali ha messo mano a ‘rielaborare’ il classico solista preferito di Steve, «The Steppes», che i Djabe, grazie agli elementi di world music, suonano sempre con un’energia speciale quando c’è di mezzo la leggenda della chitarra. È seguita la presentazione di «Life is a Journey», scritta per l’omonimo progetto in studio citato prima dal bassista dei Djabe Tamas Barabas, che durante l’esecuzione ha preso in mano anche la voce principale. Poco dopo ci ha sorpresi un altro classico rock più recente dal tesoro solista di Hackett, cioè «Last Train to Istanbul», che aveva scritto per l’album «Out of the Tunnel’s Mouth» (2009).

Hackett si è concesso anche un breve momento solista alla chitarra acustica, che all’inizio gli ha riservato una brutta sorpresa: mentre attaccava lo strumentale dei Genesis «Horizons» si è fuso il cavo che collegava l’amplificatore alla sua chitarra. Purtroppo a Steve è passata la voglia di ricominciare «Horizons» da capo, così, risolto il problema tecnico, ha preferito suonare lo strumentale solista «Walking Away from Rainbows», chiudendo con quello la prima parte del concerto a St. Veit. Dopo una pausa di un quarto d’ora, la banda internazionale è tornata sul palchetto del castello in grande stile con il brano dei Djabe «Lava Lamp». Il momento che qualcuno aspettava con ansia è arrivato con una versione insolita del capolavoro epico dei Genesis «Firth of Fifth», in cui il tastierista János Nagy ha steccato più di una volta prima di sintonizzarsi con gli altri, mentre il celebre assolo di chitarra di Steve dentro quel classico ha fatto ancora una volta piazza pulita. Sempre serafico, Steve non si è scomposto per niente per gli scivoloni di Kovacs, e fa benissimo.

Uno dei momenti migliori della serata è stato senza dubbio il passaggio dall’evergreen dei Genesis «Fly on a Windshield» allo standard solista di Hackett «Please Don’t Touch», che non è che suoni così spesso. Steve e la sua combriccola ungaro-islandese hanno chiuso come ci si aspettava, con l’indimenticabile delizia dei Genesis «Los Endos», dove il marchio jazz di questo capolavoro è venuto fuori ancora di più, mentre il duo batteria-percussioni si è preso la scena, anche se ovviamente non ha messo in piedi un duello di batterie come quelli che ai tempi i Genesis facevano tra Phil Collins e Chester Thompson.

Durante il concerto dei Djabe a St. Veit abbiamo goduto di un’atmosfera eccezionale, cosa che succede sempre quando sul palco sale il grande Steve Hackett, che ci ha di nuovo mandati in estasi con le sue opere d’arte alla chitarra e la sua varietà musicale. Che si tratti di composizioni dei Djabe, dei suoi pezzi solisti o dei classici dei Genesis anni Settanta, Steve si diverte allo stesso modo in ogni esecuzione e la suona nel modo migliore. Qualcuno, prima del concerto, temeva che il volume fosse troppo alto per uno spazio così piccolo, ma alla fine nessuno si è lamentato dell’impianto. Stavolta va detto anche che Hackett non è solo un musicista straordinario, ma pure una persona incredibilmente gentile e alla mano, che trova il tempo per ogni fan: prima e dopo il concerto era sempre disponibile per due chiacchiere o un autografo e girava liberamente tra gli spettatori. Durante le pause, quando non era sul palco, si è perfino unito più volte al pubblico sulla panchina in prima fila. Finito il concerto ha firmato dischi insieme ai Djabe e scambiato due parole con qualche appassionato della sua musica, come fa da sempre, e da questo qualche suo collega chitarrista del mondo del progressive rock avrebbe parecchio da imparare.

di: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta:
1. Flow
2. In That Quiet Earth
3. Hang Drum Song / This is Not America
4. The Steppes
5. Life Is A Journey
6. Buzzy Island
7. Last Train To Istanbul
8. Walking Away From Rainbows
—pausa di 15 minuti—
9. Lava Lamp
10. After Limoncello
11. Firth Of Fifth
12. Fly On A Windshiled / Please Don’t Touch
13. Angklung
14. Clouds Dance
15. Los Endos
—bis—
16. Distant Dance


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