Steve Hackett – la musica che arriva dal cielo, se esiste (2011)
Luogo: Spilimbergo / Piazza Duomo / Italia
Data: lunedì, 01.08.2011
Il Folkest di quest’anno, che i nostri vicini occidentali organizzano ogni anno tra Udine e Spilimbergo e che porta qualche band di world music perfino nella nostra Capodistria, ha scelto come clou del programma l’esibizione del leggendario ex chitarrista dei Genesis, Steve Hackett. Steve Hackett è un vero genio della chitarra, che con il suo approccio musicale, e in particolare con il modo di suonare la chitarra, ha influenzato in maniera rivoluzionaria una giovane generazione di chitarristi quando si è affacciato sulla scena negli anni Settanta. Tra tutte le novità che questo genio ha portato alla comunità musicale in quegli anni lontani ci sono, tra le altre cose, le “invenzioni” di due tecniche chiamate “sweep picking” e “tapping”. Tutti i Van Halen, i Satriani e i Malmsteen del mondo, insomma, hanno imparato da Hackett.
Di nuovo sposato di fresco, Steve Hackett sta vivendo un vero rinascimento creativo e, a quanto pare, un rinnovamento personale a tutto tondo, che si traduce in un’ispirazione creativa fuori dal comune. A testimoniarlo c’è l’ottimo ultimo album in studio, “Out Of The Tunnel’s Mouth”, che Steve ha coronato con una serie di concerti (tra cui quello di Trieste, il 01.08.2010) e con l’uscita di un doppio live intitolato “Live Rails” (Inside Out Records, 2011). E intanto già si affaccia il nuovo album in studio di Hackett, annunciato per il prossimo settembre.
Esattamente un anno dopo il suo concerto a Trieste, alle nove e cinquanta il palco si oscura e partono i suoni d’apertura del nastro di Last Train To Istanbul. Dopo un buon minuto di intro, i musicisti salgono sul palco. Ma guarda un po’. Nella formazione manca Amanda Lehmann, chitarrista ritmica e corista di Steve. Accanto a Steve, sul palco, c’è quindi il solito quartetto: Gary O’Toole (batteria, voce, cori), Robert King (tastiere, cori), Rob Townsend (fiati, cori) e l’eccentrico bassista e corista Nick Beggs. Quest’ultimo, sul palco, non si fa nemmeno scrupolo di usare abbondantemente il Chapman Stick.
La location, dove avevano sistemato 1000 sedie, era piena fino all’ultimo angolo. Intorno ai posti a sedere si erano radunate altre 300 persone circa, in piedi. Siamo in Italia. La casa dei grandi fan dei Genesis. Ecco perché Steve Hackett, da quando ha scelto la carriera solista, qui gode da anni di un grande sostegno. A inaugurare il concerto è il classico di “Spectral Mornings”, dal taglio positivo, Every Day. Fin dal primo secondo sfodera un suono eccellente, una calibrazione perfetta di tutti gli strumenti in un equilibrio sonoro. Fin dai primi momenti era chiaro che sarebbe stata un’altra notte magica in compagnia di una musica magica. Certo, Every Day ha subito confermato che questa volta le armonie di accompagnamento non sarebbero state così succose per tutto il concerto come se sul palco ci fosse stata anche Amanda, ma i veterani non hanno perso la bussola e hanno rimediato alla grande usando solo armonie vocali maschili pulite. Contrasti straordinari nel susseguirsi di tanti stati d’animo diversi, che tengono l’ascoltatore in uno stato di estasi quando entra in un mondo musicale così unico. Una passeggiata calda, dinamica, naturalmente rauca lungo le linee di basso del Rickenbacker di Beggs, il piacevole mantello del suono classico delle tastiere, ereditato dai Genesis. Nessun problema. Hackett, che suona senza plettro, già nel pezzo d’apertura ha mostrato chi è il padrone di casa. Un suono sottilissimo, preciso, sostenuto da un forte sustain, filtrato attraverso il carattere espressivo unico del musicista, un’autentica miscela di neoclassicismo, pastorale celtica e jazz, ha portato il classico a un finale di altissimo livello, in una malinconica, lamentosa dolcezza di suono.
Hackett non ha dimenticato l’album in studio più recente, “Out Of The Tunnel’s Mouth”. Every Day si è riversata in modo drammatico in Emerald And Ash – un eccezionale pezzo prog rock classico, pensato per i tempi nuovi, che ha avvolto il palco in sfumature di faretti verde smeraldo. Questi si facevano largo attraverso veli di seta nebbiosi. Tra i brani d’autore di Steve, particolarmente magico e vibrante nell’atmosfera è Fire On The Moon, che la band ha suonato verso metà concerto. Si distingueva per il suo doppio volto. Un fragile dondolio di note leggiadre di pianoforte che circondano la voce di Hackett, filtrata da un effetto music box nelle strofe, fino a una vera eruzione di collage vocali armonizzati nel ritornello, che fluttuano sul forte sostegno del mellotron. E poi c’è il terzo, ottimo brano del nuovo album, una vera ninna nanna, come suggerisce già il titolo, Sleepers, inserita nella seconda parte subito dopo il classico dei Genesis Fly On The Windshield, dove Townsend ha dato sfogo al suo talento col flauto dolce, il flauto traverso e, alla fine, con un ottimo assolo di sax tenore. Tra i pezzi della carriera solista di Steve, ha sorpreso l’inclusione della marciante Golden Age Of Steam, di impronta folk, dall’album “Darktown”, che non nasconde la somiglianza tematica con la parte iniziale del brano dei Genesis Battle Of Epping Forest. Naturalmente ci sono gli standard, che sono anche le opere più celebri della carriera solista di Hackett e di fatto una parte obbligata del suo repertorio live. Il primo è la magica Ace Of Wands, che durante il concerto è entrata particolarmente sotto la pelle, perché possiede una retorica di neoclassicismo e pastorale celtica sorprendentemente affine, tale da far invidia nella ricerca del motivo perfetto perfino a Mike Oldfield in persona. Poi c’è la fantastica Spectral Mornings e la sua parente, che abita nello stesso album (“Spectral Mornings”): la sperimentale Clocks. Quest’ultima la band l’ha tenuta tutta per la parte finale del concerto. Nella seconda metà, a regalare un brivido da intermezzo ci ha pensato The Steppes, da “Defector”, con un’introduzione dilatata di sperimentazione jazz pura, sotto la regia dei principali “colpevoli”: Townsend al sax soprano, King al piano e O’Toole alle percussioni. Segue un cambio improvviso, in cui a prendere la parola è la sezione ritmica, che nel ritmo ricorda i passi lenti e lunghi di un gigante. Ma ben presto questi vengono arricchiti dagli arabeschi di un intreccio unico del trio strumentale Hackett, King, Townsend. In effetti quel momento sul palco ha evocato la sensazione di ascoltare il Bolero di Ravel deformato nella melodia attraverso la tonalità degli arabeschi. Uno stato d’animo tutto suo, ipnotico in ogni senso. Il tipo ha condito la scaletta anche con la nuovissima Prairie Angles, che sarà inclusa nel prossimo album in studio “Beyond The Shrouded Horizon” – questo brano, nella “ruvidità”, prende il posto nel nuovo repertorio live di Still Waters, che Steve aveva eseguito, per esempio, al concerto dell’anno scorso a Trieste. Qui il nostro si è infilato il ditale e, con qualche “lick” a scatti, ha tirato fuori dalla chitarra nell’assolo un suono devastante, ipersaturo, mettendo in fila l’unico punto che potrebbe piacere perfino a qualche metallaro aperto all’illuminazione musicale.
E poi, ovviamente, la cosa più importante di tutte. I Genesis! La musica dei Genesis del periodo in cui Steve ha militato con questi giganti, tra i fondatori dell’arte prog rock. Visto il “sonno” più o meno meritato dei volti principali di questa band pionieristica, Steve Hackett da una parte e Ray Wilson dall’altra sono di fatto gli unici a portare oggi sul palco la musica dei Genesis. In ogni caso il tocco di Hackett è molto più autentico e vicino all’originale, il che è del tutto naturale. In una frase: Steve deve suonare i Genesis, altrimenti ai concerti attirerebbe meno della metà del pubblico. Un compito davvero gravoso è toccato a Gary O’Toole. Il tizio doveva occuparsi di tutte le parti vocali di Peter Gabriel e Phil Collins. Meno riuscito nell’esecuzione vocale dei classici dei Genesis dell’era Gabriel: Watcher Of The Skies, Carpet Crawlers e Fly On The Windshield. Certo, cercare una copia dell’originale è un’utopia, ma O’Toole è assolutamente compatibile per timbro. Il suo pezzo vocale meglio riuscito è stato Blood On The Rooftops, che Hackett ha introdotto passando a livello tematico da un brano acustico e, indirettamente, da un altro pezzo dei Genesis – Horizons. Firth Of Fifth è il classico dei Genesis che ha dato il via al bis. È stata eseguita per intero. Una magia a cui il monumentale motivo di chitarra di Steve ha dato il lustro di un apice atmosferico. Si basa su appena qualche nota, ma di un sustain lamentoso e incredibilmente resistente, che suscita sensazioni davvero trascendentali. I musicisti hanno garantito un’approssimazione sonora agli originali. Se toglievi la voce di O’Toole, a tratti sembrava di avere con noi i veri Genesis, ovviamente quelli rustici degli anni Settanta. Perfino il gioco di luci dei fari è ripreso in maniera retrò, alla maniera dei giganti. E Los Endos? Esatto. Difficile trovare un pezzo più adatto per chiudere la parte regolare dell’esibizione. E O’Toole l’ha condita benissimo anche con la voce. L’uso del sax soprano fa da sostegno alle linee di chitarra principali di Steve Hackett, raddoppiandole e sottolineandole nell’esecuzione.
Dopo la fantastica Firth Of Fifth del bis, è arrivato un pezzo del tutto rilassante, che ha portato forse la più grande dose di sperimentazione libera del concerto. L’ha accompagnato uno spezzare volutamente gli schemi melodici, tra improvvisi cambi di ritmo e un’esecuzione volutamente caotica, di impronta jazz, di brevi eruzioni soliste di sax tenore e chitarra. Si sentiva che il concerto stava per finire. Proprio nella parte finale si inserisce con un assolo di batteria anche Gary O’Toole. Una decisione “pericolosa” e quasi provocatoria del capo Hackett, ma d’altra parte del tutto riuscita. O’Toole ha preparato un ottimo assolo, che non è stato la classica “tiritera” che ruba minuti alle orecchie e valeva la pena di ascoltarlo in ogni secondo. Ancora l’uscita finale dal brano e la band saluta e lascia il palco.
Mi ripeto se dico che l’esibizione è passata in un lampo. Due ore e cinque minuti. È difficile descrivere tutte le sensazioni che ti dipinge l’unico, inimitabile mondo musicale di Steve Hackett. Ci aggiungi l’unico mondo dei Genesis, ci aggiungi un’interpretazione straordinaria che non conosce nemmeno l’ombra di un errore, un suono eccezionale, pieno, vivo, dinamico, dove senti che sul palco ci sono persone che suonano una rivoluzione musicale come quella che si svolgeva tanto tempo fa, nei primi anni Settanta. E questa musica è eterna. Come è eterno l’universo. E se per caso esiste un paradiso da qualche parte, allora lassù nei lettori CD gira sicuramente una musica così, dal carattere unico, di genialità primordiale. Un concerto di Steve Hackett è un’esperienza live che ti trascina in un mondo musicale tutto suo, da cui non vorresti più uscire. Peccato che duri “solo” due ore.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
1. Last Train to Istanbul (intro)
2. Every Day
3. Emerald and Ash
4. The Golden Age of Steam
5. Watcher of the Skies (orig. Genesis)
6. The Carpet Crawlers (orig. Genesis)
7. Fire on the Moon
8. Ace of Wands
9. Fly on a Windshield (orig. Genesis)
10. Sleepers
11. Horizons (orig. Genesis)
12. Blood on the Rooftops (orig. Genesis)
13. Spectral Mornings
14. The Steppes
15. The Darkness in Men’s Hearts (più assolo di Nick Beggs)
16. Prairie Angel
17. Los Endos (orig. Genesis)
—bis—
18. Firth of Fifth (brano orig. dei Genesis)
19. Clocks – The Angel of Mons


















