Sting conquista Stožice (2024) con un cesto stracolmo dei più grandi successi della sua carriera
Sting
mercoledì, 29. 5. 2024
Lubiana / Arena Stožice / Slovenia
Gordon Matthew Thomas Sumner, leggendario cantante, bassista, attivista e attore inglese, che gran parte del mondo conosce molto meglio con il nome d’arte Sting (l’unico nome a cui, pare, risponde, persino in famiglia), nella sua carriera straordinariamente ricca e prolifica da musicista live è passato finora quattro volte dalla nostra capitale. All’Arena di Stožice ci è arrivato per la terza volta. La seconda volta ci ha suonato il 4. 6. 2019, cioè quasi esattamente cinque anni fa! Il suo primo show a Stožice, tredici anni fa, alla maggior parte degli appassionati non è rimasto impresso nel migliore dei modi: nonostante Sting, come è tipico delle sue esibizioni ultraprofessionali, avesse dato tutto quello che aveva, a rovinare il tutto ci pensò un impianto audio catastrofico. Il palasport di Stožice, costruito innanzitutto per le competizioni sportive, all’epoca non aveva ancora un’acustica da concerto soddisfacente. Con gli anni, tra alti e bassi, la situazione è lentamente migliorata, tanto che all’ultima visita di Sting ci siamo potuti godere condizioni sonore solide e più che soddisfacenti, che una leggenda della musica di questo calibro si merita senza dubbio.
Sting, vincitore di 17 Grammy, il prestigioso premio per i risultati musicali, e ricordato soprattutto dagli appassionati di film di fantascienza per il ruolo del cattivissimo Feyd-Rautha Harkonnen nel primo adattamento cinematografico del romanzo cult ‘Dune’, ha battezzato l’attuale tour 3.0 perché la sua band dal vivo al momento funziona come trio. Il tour in corso, in realtà, era partito già nel 2019 con il titolo My Songs e in origine serviva a promuovere il quattordicesimo album in studio di Sting, “My Songs” (2019).
Famosa e apprezzata almeno quanto la sua produzione solista è la sua prima fase creativa con gli indimenticabili The Police, noti per lo speciale mix di new wave, reggae e jazz, tanto che non stupisce che Ian Anderson (Jethro Tull) li abbia una volta definiti l’ultima band di rock progressivo degli anni Settanta. Proprio per questo va dato grande merito al fatto che la scaletta, per tutta la serata, abbia offerto un mix dinamico e intelligente di pezzi solisti di Sting e standard dei The Police. Il maestro della chitarra e storico compagno d’avventure di Sting Dominic Miller e l’ottimo batterista Chris Maas non sono certo Andy Summers e Stewart Copeland, ma i sempreverdi dei The Police gli sono comunque usciti alla grande. Miller, da furbo, ha rinunciato a provare a imitare la tecnica inconfondibile di Summers e ha preferito suonare i singoli standard dei The Police con un approccio tutto suo, spiccatamente jazz.
Il live di Sting si è aperto, come ‘riscaldamento iniziale’, sulle note dello standard dei The Police “Voices Inside My Head”, dall’album “Zenyatta Mondatta” (1980), caratterizzato da un ritmo minimalista con linee di basso bello piene. “Synchronicty II”, una delle migliori creazioni dei The Police, è stata la prima chicca della serata, mentre la voce di Sting in questa fase iniziale è stata un po’ rovinata da un’intonazione leggermente troppo bassa. Il trio di Sting si è sciolto del tutto e ha ‘respirato a pieni polmoni’ durante l’esecuzione del grande successo “Message in a Bottle”, quando sono riusciti a ‘sistemare’ per bene la tonalità, tanto che fino alla fine dello show il palazzetto stracolmo gli ha ‘mangiato in mano’ e, in una ‘simbiosi’ reciproca, ha contribuito a creare un’atmosfera indimenticabile.
La serie di evergreen dei The Police è stata interrotta dall’esecuzione del grande successo solista di Sting “If I Ever Lose My Faith in You”. Un pezzo che ricordiamo bene anche tutti noi cresciuti all’inizio degli anni Novanta, visto che il suo colorato videoclip, allora sul MTV ancora guardabile, girava quasi ogni giorno. L’album “Ten Summoner’s Tales” (1993) era rappresentato in serata anche dalla delicata ballata “Fields of Gold” e dalla malinconica requiem “Shape of My Heart”. Bravo Sting anche a non puntare sulle cose soliste più recenti: la maggior parte di esse, con rare eccezioni, nonostante il suo straordinario talento per la musica e i testi, non raggiunge gli standard qualitativi altissimi degli anni Ottanta e dell’inizio dei Novanta. La creazione solista più recente è stata il brano “Never Coming Home”, dall’album “Sacred Love” (2003), ormai vecchio di più di vent’anni.
Il trio di musicisti rodatissimi si è poi inventato una specie di ‘lotteria’: Sting ha spiegato al pubblico che sa a memoria i titoli dei primi cinque e degli ultimi cinque brani, che ogni sera devono suonare nello stesso ordine, mentre non ha idea di cosa suonare tra la parte iniziale e quella finale della scaletta. Sting ha porto il suo cappello a Miller, che ne ha pescato il bigliettino sorteggiato con il titolo del pezzo successivo. Dominic ha avuto la mano fortunata: sul foglietto c’era lo standard dei The Police “Tea in the Sahara”, che non rientra tra i loro più grandi successi, ma che i palati fini della musica apprezzano molto per la profondità artistica e l’impronta jazz-fusion. Poi un nuovo sorteggio, e stavolta è toccato al classico solista di Sting “Why Should I Cry For You?”, la prima delle tre esecuzioni della serata dall’album “The Soul Cages” (1991).
Tra i grandi successi solisti di Sting, fino alla fine della parte regolare del concerto abbiamo sentito ancora la nostalgica “Englishman in New York”, sull’emigrante inglese, e la desertica, nomade “Desert Rose”, senza le quali non può passare nessuno dei suoi show solisti. Gli amanti dei primi The Police hanno avuto il loro momento con l’esecuzione dell’evergreen di “Zenyatta Mondatta” “Driven to Tears”, che, insieme a “Tea in the Sahara”, è stata probabilmente la sorpresa più grande della serata. Forse tra le sorprese si può mettere anche la non così scontata esecuzione del classico dei The Police “Can’t Stand Losing You”, a cui poi hanno furbescamente aggiunto una versione riarrangiata dello strumentale “Reggatta de Blanc” dall’omonimo album.
Nella parte finale del concerto, come ci si poteva aspettare, hanno dominato le esecuzioni dei più grandi successi dei The Police come “Walking On the Moon”, “So Lonely”, “King of Pain” e il loro hit più celebre, “Every Breath You Take”, venute fuori tutte alla grande, una dopo l’altra. Nel bis il trio di Sting ha suonato “Roxanne”, un altro indimenticabile successo dei The Police, che non può mancare a nessuna esibizione della leggenda musicale inglese con un occhio di riguardo ai suoi primi anni di carriera. Prima di eseguirla, il vecchio volpone della musica ha mostrato anche un po’ di humor: è comparso all’improvviso sul palco con una rosa in bocca. Voleva infilarla dietro l’orecchio di Miller, ma questo si è subito opposto alla poco felice intenzione del ‘capo’. La chiusura del concerto, comunque, com’è giusto per un attivista di lungo corso, che da tempo richiama l’attenzione su alcuni scottanti problemi sociali e ambientali, è trascorsa in un clima decisamente più serio. Sting ha salutato il pubblico con “Fragile”, probabilmente la sua più bella ballata solista, durante la quale ha mostrato anche la sua abilità alla chitarra acustica, che non si vede e non si sente spesso.
Sting, da vero cittadino del mondo che vuole imparare almeno qualche rudimento della lingua di ogni paese che visita, ha ringraziato il pubblico con un ‘hvala’ e ha promesso che ci rivedremo di sicuro. Il carismatico musicista, nonostante i suoi 72 anni, è ancora in ottima forma vocale e in ottima condizione fisica per la sua età, e con due musicisti così bravi al fianco non ha faticato a evocare un po’ di quell’indimenticabile magia dei The Police che ancora oggi entusiasma generazioni diverse di ascoltatori. Vero, tra il pubblico, com’era prevedibile, dominavano per lo più persone tra i cinquanta e i sessant’anni, che i successi dei The Police li avevano scoperti già da adolescenti, ma al concerto di Stožice, che ha attirato anche tanti visitatori stranieri, soprattutto dall’Austria, si vedevano anche parecchie facce molto più giovani, e questo ha dato almeno qualche sensazione positiva per il futuro.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik (Edita Klemen n. 41-43)
Scaletta:
1. Voices Inside My Head (orig. The Police)
2. Synchronicity II (orig. The Police)
3. Message in a Bottle (orig. The Police)
4. If I Ever Lose My Faith in You
5. Fields of Gold
6. Never Coming Home
7. Tea in the Sahara (orig. The Police)
8. Why Should I Cry for You?
9. Mad About You
10. Driven to Tears (orig. The Police)
11. When the Angels Fall
12. Englishman in New York
13. Can’t Stand Losing You / Reggatta de Blanc (orig. The Police)
14. Shape of My Heart
15. Walking on the Moon (orig. The Police)
16. So Lonely (orig. The Police)
17. Desert Rose
18. King of Pain (orig. The Police)
19. Every Breath You Take (orig. The Police)
—bis—
20. Roxanne (orig. The Police)
21. Fragile










































