Stormwatch

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Jethro Tull
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1979
Voto: 4/5

 Dal Mare del Nord verso le Ebridi scozzesi è soffiato un vento gelido, annunciando l’arrivo di tempi creativamente più cupi per l’equipaggio folk rock fin lì inaffondabile dei Jethro Tull e per il suo capitano Ian Anderson, che piano piano si era stufato dei suoni pastorali e delle immagini contadine e aveva scambiato la zappa con il timone. Per “Stormwatch”, ultimo capitolo della loro trilogia folk rock (i primi due erano “Songs From The Wood” e “Heavy Horses”), Ian ha cercato l’ispirazione nel Mare del Nord, nelle leggende dei marinai e nella difficile situazione economica e sociale dell’epoca, soprattutto la crisi energetica, figlia dell’alleanza tra corporation fameliche e amministrazione britannica di allora. Ian, eterno paladino dei diritti dell’uomo comune, mette in versi il conflitto tra i “bei vecchi tempi” della campagna scozzese incontaminata dall’industria moderna e i cupi tempi moderni, che hanno portato industrializzazione a tappe forzate e sfruttamento energetico. Anche se la ciurma porta avanti con successo le sue visioni di folk rock progressivo, “Stormwatch” è comunque il fratello nettamente più debole dei due splendidi predecessori. Il motivo principale per cui non sono riusciti a replicare un altro capolavoro sta nel fatto che nella caldaia del piroscafo c’era un po’ meno spinta energetica, conseguenza logica, tra le altre cose, della morte improvvisa del loro storico, ottimo bassista John Glascock, già parecchio malato prima dell’inizio delle registrazioni. Sull’album ha registrato solo tre pezzi – “Orion”, “Flying Dutchman” ed “Elegy” (negli altri lo ha sostituito proprio Ian, che ha fatto il suo lavoro con lode). John è morto tragicamente per problemi cardiaci e un’operazione sbagliata alla valvola cardiaca, che si è portata via la vita del miglior bassista nella storia della band. Ian se l’è comunque cavata benissimo, ha dimostrato ancora una volta il suo talento da polistrumentista e ha tirato fuori da “Stormwatch” un altro ottimo album Tull classico. La sua ciurma, composta dal vecchio compare Martin Barre e dai signori Evans, Palmer e Barlow, porta avanti un’ultima volta la creazione di un folk rock eccellente, evocato col cuore. L’unica differenza rispetto al predecessore è l’atmosfera un filo più cupa. L’album è molto dinamico e ci trovi proprio tutto ciò che ha distinto l’espressione musicale dei Jethro Tull negli anni ’70: dalle classiche pennellate celtiche di flauto, ai passaggi hard rock di chitarra, fino agli arrangiamenti barocchi alle tastiere.

L’opener “North Sea Oil”, che liricamente si riferisce alla critica cinica di Ian verso la decisione del governo britannico di iniziare a sfruttare le riserve energetiche scozzesi, è un classico folk rocker ad alto voltaggio, di quelli che ci siamo goduti già su “Heavy Horses”. Un riff inconfondibile di Barre regge la melodia centrale, arricchita da spiritosi passaggi del flauto di Ian, che si intrecciano in modo sfacciato e scanzonato con una dinamica ritmica eccezionale, sotto la miglior regia del buon vecchio Barrie Barlow, a cui Ian ha anche dedicato l’attuale ristampa dell’album. L'”Orion” dall’impatto hard rock, ode di Ian al cacciatore dell’antichità e ai tempi remoti in cui l’uomo era ancora profondamente legato alla natura, è farcito di gustosi arrangiamenti orchestrali, frutto della maestria dei signori Evans e Palmer, e di ottime sfuriate di chitarra dentate. Dentro si sente chiaro anche il basso di Glascock, e non mancano nemmeno splendidi inserti acustici sulla chitarra acustica di Ian. Un’altra di quelle classiche dei Tull in cui si alternano con fluidità motivi di impatto e delicati, insieme a un ritornello possente. “Home” è un’inno acustico autentico e tremendamente convincente di Ian al caldo rifugio del focolare domestico, cioè alla sua casa scozzese, dove, stanco dopo il lavoro in fattoria, si lascia cadere sul divano, appoggia i piedi sul vecchio, fedele Rover e, fumando la pipa, si abbandona al crepitio del camino. Una dolce melodia pastorale, sorretta da armonie di chitarra a tre voci, bellissimi arrangiamenti orchestrali e il canto di Ian, intriso di uno slancio d’altri tempi, evocano quella genuina magia celtica che caratterizza tutti i loro brani “natalizi”. Dopo aver idealizzato i vecchi tempi, con “Dark Ages”, uno dei loro ultimi epici di rilievo, la ciurma torna nei cupi tempi moderni e tira fuori uno dei pezzi migliori dei tempi della sperimentazione con il folk rock progressivo. Questa composizione magnifica è farcita di una serie di incantevoli cambi di tempo, legati dall’espressività vocale drammatica di Ian, che prende slancio dopo il superbo riff d’apertura del maestro Barre. Il ritmo infernale e le numerose sferzate di chitarra a sega combattono una battaglia continua con il flauto affilato e i gustosi inserti orchestrali barocchi sullo sfondo. Dentro c’è da godersi anche una serie di spiritosi inserti strumentali e assoli, che però la voce di Ian tiene sempre con cura sotto controllo melodico. Il risultato è uno dei loro pezzi più affilati in assoluto, che naviga alla grande tra i ritmi infernali di una marcia di guerra e una sinfonica incantevole. Il burlone “Warm Sporran”, impregnato di profumo di mare, strumentale scanzonato uscito anche come singolo, evoca l’atmosfera autentica del capitano Ian che, con l’immancabile pipa, il kilt e il whisky, dà ordini ai suoi marinai mentre navigano tra i ghiacciai e la brina gli pende dalle barbe. Alla base c’è la forma classica del madrigale, da cui però la ciurma tira fuori una vera marcia marinaresca, frutto di passaggi spiritosissimi di mandolino, flauto, basso (devo ammettere che mi stupisce sempre quanto bene Ian abbia sostituito Glascock a questo strumento, di cui sulla maggior parte dell’album si sente a malapena la mancanza), batteria e un borbottio marinaresco a più voci sul ritornello. A ricordarci che si tratta di marinai scozzesi in kilt ci pensano i succosi arrangiamenti orchestrali celtici, che fanno tanto cornamusa. “Something’s On The Move” è un classico schiacciasassi, dove ci si può godere passaggi hard rock incandescenti alla chitarra sotto la regia del maestro “Lancelot”, un gioco spiritoso di cimbali e passaggi massicci dalle dita del “pescatore”, e un’esibizione vocale indignata dello zio scozzese, che non lesina le sue tradizionali trovate spiritose al flauto. Una resa estremamente succosa di un heavy metal sincero alla Jethro Tull. “Old Ghosts” è un altro brano folk rock divertentissimo, ricco di gustosi arrangiamenti acustici e orchestrali. Se non ci fossero dentro i passaggi chitarristici arruffati di Barre, sarebbe potuta essere una ballatina celtica serenissima, e invece ci troviamo davanti a un folk rocker energico, dove ci divertono in particolare i due maestri delle tastiere, che seguono alla pari il ritmo di Ian al flauto e alla voce. “Dun Ringill” è ancora una volta una delle immancabili classiche acustiche dei Tull, dove lo zio sempre furbo ci porta, con l’elegante chitarra acustica e un canto sereno, verso l’isola di Skye, la più settentrionale delle isole delle Ebridi scozzesi. L’eccellente semi-ballad malinconica “Flying Dutchman”, che risveglia la leggenda della leggendaria nave fantasma (a questo punto mi è venuto in mente di colpo: quando Ian si candiderà a una parte nel prossimo Pirati dei Caraibi?), è uno dei loro pezzi più belli e, per forza espressiva dei testi, tra i più forti in assoluto. La voce straziante di Ian, gli suoni eleganti della mandolino di Martin, che spezzano un po’ la malinconia, e i drammatici inserti sinfonici alle tastiere sono i mattoni fondamentali di questa fiaba di certi tempi antichi, quando navigare in mare era ancora un’avventura romantica e piena di responsabilità. L’assolo di flauto di Ian, dove serve alcune delle più belle pennellate celtiche di tutto l’album, è un vero balsamo per cuore e anima. La lamentazione strumentale di chiusura, intitolata giustamente “Elegy”, firmata dal signor David Palmer, è un esempio di composizione orchestrale classica per pianoforte e orchestra, nonché del loro ultimo esperimento degno di nota nel campo del prog sinfonico.

I bonus della ristampa dell’album sono tra i migliori bonus di ristampa in circolazione. La maggior parte è stata registrata durante la lavorazione di “Stormwatch”, ma scartata perché non si inseriva bene nel sound complessivo dell’album di allora. Il folk rocker incisivo e spiritoso “A Stitch In Time”, uscito come singolo ancora prima di “Stormwatch”, è pieno di arrangiamenti orchestrali spiritosi, e contiene anche una voce beffarda e una critica lirica alle pesanti condizioni sociali dell’epoca. Suonano particolarmente succose e fresche le voci femminili di accompagnamento nel ritornello, che si incastrano in modo sorprendentemente bene con i “borbottii” di Ian. L’hard rock “Crossword” è un brano molto meno interessante e ispirato, che gira in continuazione attorno allo stesso riff e a un motivo principale ripetitivo. In pratica è una specie di precursore di alcune cose a venire negli anni ’80. Segue la grande sorpresa positiva “Kelpie”, uno dei loro pezzi folk rock più spiritosi in assoluto, ascoltando il quale ti viene facile immaginare quell’orso polare sul retro di copertina dell’album che balla felice al suono di una marcia scozzese, mentre con Ian si divide whisky e pipa. Un bel ritornello, un ritmo dondolante e un flauto scatenato sono i pregi principali di questo esperimento scanzonato, che suona davvero come se fosse stato creato in un pub scozzese, dove Ian racconta le sue storie di mare. “King Henry’s Madrigal” è un madrigale farcito di spiritosi inserti barocchi, dell’epoca dei trovatori di re Enrico VIII, con cui la compagnia si avvicina più che mai a quella vera pastorale medievale, di quella che coltivavano i maestri del folk prog barocco Gryphon.

Anche se in quanto ad atmosfera ed energia sfrenata zoppica in modo evidente dietro ai due predecessori e allo status di capolavoro, “Stormwatch” è un ottimo album Tull, del tutto classico, che troppo spesso resta ignorato dalla maggior parte dei fan della band. È l’album che ha chiuso il loro periodo creativo d’oro e ha annunciato tempi molto più duri, in cui per tutti gli anni ’80 hanno dovuto farsi strada tra esperimenti musicali radicali, se volevano sopravvivere. Secondo me è l’ultimo album dei Tull degno di ammirazione prima che cominciassero a trafficare a più non posso con produzione sintetica, elettronica e tecnologia digitale degli anni ’80, che alla loro anima celtica non andava proprio a genio. Dopo il tour e l’inaspettata decisione dell’etichetta che il primo album solo di Ian dovesse diventare il successivo album dei Tull, il capitano Ian e il suo primo ufficiale alla chitarra sono rimasti senza la loro ciurma migliore, comprensibilmente offesa da una mossa del genere. Evans e Palmer hanno fondato il progetto effimero Tallis, mentre Barrie Barlow è diventato un produttore di successo. Il posto di Glascock è stato rilevato dal leggendario David Pegg (Fairport Convention), che ha avuto la permanenza più lunga fra tutti i loro bassisti (16 anni). Con la fine della loro formazione classica è finita anche l’era dei Jethro Tull classici, ed è seguito un lungo periodo di strani esperimenti sonori, lontani anni luce dall’antica magia Tull.

Formazione

Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica, basso
Martin Barre – chitarra elettrica, mandolino, chitarra classica
John Glascock – basso, cori (nei brani 2, 9 e 10)
John Evans – piano, organo
David Palmer – sintetizzatore, organo, arrangiamenti orchestrali
Barriemore Barlow – batteria, percussioni

MUSICISTA OSPITE
Francis Wilson – voce recitante nel brano 8

Produzione

Ian Anderson e Robin Black

Tracklist

1. North Sea Oil (3:11)
2. Orion (3:58)
3. Home (2:45)
4. Dark Ages (9:14)
5. Warm Sporran (3:35)
6. Something’s On The Move (4:27)
7. Old Ghosts (4:23)
8. Dun Ringill (2:42)
9. Flying Dutchman (7:45)
10. Elegy (3:34)

Durata dell’album: 43:54

Bonus track della ristampa (2004):
11. A Stitch In Time (3:40)
12. Crossword (3:38)
13. Kelpie (3:37)
14. King Henry’s Madrigal (3:01)

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