Strange Cousins From The West
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Clutch
Etichetta: Weathermaker Music Records
Uscita: 2009
Durata: 48:51
Voto: 4.5/5
Quest’anno i Clutch hanno messo in cassaforte 20 anni tondi tondi! Con il nono album “Strange Cousins From The West” la band americana non smette di entusiasmare nemmeno per un attimo. Restano potenti, ispirati, veri, intransigenti, ricchi di un’espressione tutta loro. I Clutch sono una di quelle rare band: sono sbucati subito prima dell’esplosione del “grunge boom” e l’hanno aggirato in un ampio giro (per fortuna) senza un graffio, sviluppando uno stile che non riesci a infilare da nessuna parte “al primo ascolto”. Anche il nono album in studio conferma l’affilatezza di questi tizi, che costruiscono il loro lascito rock sulle molle di un power blues rock in cui si insinuano senza pietà elementi di stoner rock. Un diamante grezzo, di riconoscibilità cristallina, con quell’energia unica che solo la chimica di lavoro di questa band sa avere: ecco come si presenta anche il nuovo disco. Quando l’ondata di questa inconfondibile tenacia rock travolge un ascoltatore qualunque, non è difficile figurarsi un quartetto di mascalzoni, bruciacchiati e “impiastricciati”, operai che sudano nell’inferno rovente di un’acciaieria: capelli corti, fronti alte, barbe fitte e incolte, bocche da cui sbuffa una solida scorta di vapori d’alcol, pensieri fissi di pura perversione sessuale che gli fanno rizzare da soli l’arnese inossidabile in mezzo alle gambe. Già. I Clutch sono una delle rare band che non lesinano sul marchio dell’erotismo autentico nel proprio suono.
La novità di questo album dei Clutch è che non sentirai più il suono dell’organo Hammond B3, compagno tipico degli ultimi tre dischi della band. Sì, hai capito bene. I Clutch sono tornati all’energia retrò dei primi album, ma solo per una durezza di suono più marcata, mentre la componente blues resta un mattone ancora fondamentale del loro sound, più che negli altri album dell’era pre-Hammond.
Le chitarre ritrovano così più spazio per il loro diapason espressivo alla Clutch, che Tim Sult riempie con grande finezza e sfrutta con manovre vincenti. Ai riff grezzi aggiunge a tratti il suono possente e d’acciaio di una slide corposa (Let A Poor Man Be), altre volte rinforza il ruggito di cemento crudo dei primitivi riff rock n’ roll stoner pestando sugli effetti wah-wah (Algo Ha Cambiado). Quanto sia ricco nella sua semplicità, Sult lo dimostra con l’inventiva che sfodera in pezzi come Witchdoctor (dove gira il feedback a proprio favore, come una tenda sonora sullo sfondo) o Struck Down, che nel motivo guida rappresenta una delle maggiori deviazioni del disco e, di fatto, uno dei suoi picchi.
L’apertura Motherless Child, con un tintinnio affilato di chitarra acustica dal profumo del Sud, parte già pericolosa come se facessi scorrere una “lametta” su un dobro, quando sopra ci sfreccia un riff in un attacco blues rock ruggente e spezzato, che senza un briciolo di rispetto tiene lo specchio alla misera sorte della classe bassa americana. Beffardo, prendendo per i fondelli i matti, il che non è certo una dote della “ristretta” mentalità americana. Del resto i Clutch sono incredibilmente crudi nell’immediatezza del loro suono primitivo ma al tempo stesso devastante. Devastante proprio perché suona così vero quando arriva all’ascoltatore. Ti afferra e ti riporta in questa realtà ai tempi migliori, quando questo pianeta oggi ben “spennato” di tutto ciò che è buono sapeva ancora scioccare e arricchire con il proprio genio da pioniere lo stesso Jimi Hendrix e gli eroi “come” lui.
I Clutch sono in soli quattro. Ma il loro “garage” è costruito sul contrasto. Un suono di batteria profondo ed esplosivo, che ulula e rimbomba, arricchito da tanti passaggi che soffiano sulla dinamica e le danno uno straordinario retrogusto di vitalità garage indemoniata. Come un’elica, in questa materia si pianta una linea di basso pulsante, spessa, quasi squadrata, e poi arrivano valanghe di riff tozzi e velenosamente croccanti, che con trucchetti semplicissimi tirano fuori un’infinita varietà di figure dai motivi di base che guidano i brani. E infine l’elemento più importante del suono Clutch, la voce di Neil Fallon. Una voce ruvida, penetrante, rabbiosa, accusatoria, in cui senti un dolore inesauribile che guida il cantante nell’esecuzione e nel modo di porgere i versi. Una voce voluminosa, di incredibile penetrazione, che sembra quasi avere dentro la pelle di Fallon un cantante nero intrappolato. L’inventiva di Sult è eccezionale. Prendi il riff banalmente originale di Minotaur, che richiede un sacco di ripetizioni: il tipo lo suona quasi a ogni giro in modo un po’ diverso. O smorza leggermente le corde, o si aiuta con piccole tirate dei toni e simili… Ma non è tutto. I Clutch sanno essere anche drammaticamente coraggiosi e non riducono tutto per forza a “cazzeggio”. Te lo dimostra senza appello la pesante e incredibilmente cupa marcia Abraham Lincoln, che nonostante il rotolare uniforme offre una straordinaria varietà di stati d’animo.
Tra un pezzo e l’altro non ci sono sbalzi di qualità. Tutti sono, per contenuto, rigorosamente “da vagabondi”, viaggiano sulla linea dell’apporto di blues e stoner e ancora una volta non sai come separare il grano dal loglio in senso analitico-di genere. Ed è proprio questa la maggiore attrattiva che rende i Clutch così unici e fantastici nel mondo della musica.
I Clutch sono quei duri operai che non smetteranno di predicare. Ti riempiranno la testa di stoner blues da sballo, dal retrogusto sudista, dove oltre allo sferragliare penetrante e spietato assaggerai anche il profumo schietto dei derivati dell’alcol e la succosità di pulsioni erotiche, cosa che i ragazzi ottengono solo suonando e porgendo i versi. I Clutch sono nudi, bruciati dal sole del Sud, e non sopportano finzioni e nascondini. Questa infatti è musica per i “più forti”! Ti solleverà fino all’apice e ti scuoterà, tanto è presentata con ispirazione, autenticità e sincerità. Nuovo album dei Clutch! Bello come tutti gli altri. Senza tentennamenti, senza cedimenti. Questo dovrebbe essere il contenuto della vera musica rock. Solo per i rocker più tenaci!
Formazione
Neil Fallon – voce, chitarra
Tim Sult – chitarra
Dan Maines – basso
Jean-Paul Gaster – batteria
Produzione
J. Robbins
Tracklist
1. Motherless Child (4:15)
2. Struck Down (4:23)
3. 50,000 Unstoppable Watts (3:48)
4. Abraham Lincoln (5:58)
5. Minotaur (4:52)
6. The Amazing Kreskin (4:37)
7. Witchdoctor (4:11)
8. Let a Poor Man Be (5:31)
9. Freakonomics (3:21)
10. Algo Ha Cambiado (4:09)
11. Sleestak Lightning (3:47)