Sylvan: One To Zero

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Etichetta: Gentle Art of Music/Soulfood
Data di uscita: 28/5/2021
Produzione: Sylvan
Durata dell’album: 65.51 min
Genere: Neo-Progressive Rock
Voto: 9.5/10


I Sylvan sono una longeva formazione neo-prog rock tedesca che calca la scena da più di 30 anni. Dopo otto anni sotto il nome Temporal Temptation, nel 1998 sono passati a Sylvan e l’anno dopo hanno sfornato l’esordio in studio «Deliverance». Ventidue anni più tardi è arrivato al mondo anche il decimo album in studio della band, intitolato «One To Zero». Da un pezzo ormai il gruppo ha piantato i paletti del proprio artigianato musicale, apprezzato e seguito da una bella squadra di fedelissimi del prog rock. Gente che dalla band pretende sempre il massimo, visto che i Sylvan sono noti per la loro perfezione e per il grande impegno creativo ogni volta che si mettono a scrivere nuova musica, e così i loro fan, sempre con le antenne dritte, li hanno viziati a dovere.

Un decimo album, insomma, non è roba da poco. Soprattutto con un chilometraggio del genere, dopo che la band nel corso della sua evoluzione ne ha provate e offerte di tutti i colori. Eppure. Il predecessore «Home», che risale a ben sei anni fa e con cui i Sylvan volevano di sicuro proporre un disco nuovo, interessante e diverso, non è riuscito proprio ad accendere i cuori come facevano loro nei periodi più incisivi della loro creatività, quando nacquero per esempio i due ambiziosissimi «Posthumous Silence» e «Artificial Paradise». Ancora oggi sono considerati tra il meglio che i Sylvan abbiano mai tirato fuori.

«One to Zero» non è un concept album. I testi sono di taglio personale e confessionale, quindi parliamo di dieci storie chiuse che frugano anche negli angoli più intimi dell’anima di una persona. Sì, in effetti i Sylvan col nuovo album non dicono niente di nuovo, ma hanno consegnato un disco arrangiato in modo brillante, lungo un’ora e cinque minuti, con dieci pezzi superbamente vari e ricchi di idee, incoronati da finezze artistiche fuori dal comune. Quando si parla di tocchi di filigrana, di pennellate asciutte dal risultato di grande classe nell’ottimizzare gli arrangiamenti dei brani, i Sylvan sono diventati nel corso degli anni dei veri maestri del mestiere. Vero, il punto di partenza dei Sylvan resta una versione del genere neo-progressive, ma il crogiolo del loro songwriting, soprattutto in questi tempi nuovi, fonde un mucchio di elementi intrecciati che arrivano da altri generi. Questo fenomeno i Sylvan lo assorbono oggi in maniera semplicemente magistrale. Con un risultato eclettico. Unico, irripetibile. Un brillante minestrone prog rock di cui non ti stanchi mai. Ma non è più nemmeno una novità. Era da aspettarselo anche stavolta. La cosa affascinante è che, dopo «Home», che voleva suonare fin troppo diverso, i Sylvan hanno ammiccato alle proprie radici e hanno sfornato un risultato davvero di alto livello, che non smette di entusiasmare.

Gli elementi del suono sono di nuovo in un equilibrio affascinante, e a tratti la chitarra può anche affondare più decisa nelle manovre distorte, come accennato in Go Viral, che piacerà anche agli amanti dei Muse (il ritornello è un chiodo fisso), mentre il brano si apre in modo stuzzicante su sintetizzatori anni Ottanta che sfiorano i connazionali Alphaville. Per il resto i Sylvan sono un conglomerato di vecchia scuola che attinge dai padri del pionierismo prog rock tedesco, gli Eloy, mentre i Pink Floyd  sono un parallelo quasi inevitabile quando si parla di retorica prog rock tedesca. Il nuovo album, poi, ha anche momenti in cui si avverte un parallelo artistico con le formazioni più acute delle isole britanniche, come Marillion e I.Q. ,e tra le cose più recenti, nel tessere stati d’animo e atmosfere i Sylvan sono paragonabili anche a Porcupine Tree, a Steven Wilson e ai polacchi Riverside.

Lo spettro di utilizzo e sfruttamento è eccezionale. Il mellotron esoterico, gli inserti di ‘moog’, le combinazioni di arrangiamenti d’archi, per non parlare delle finezze di elettronica, programmazione e campionamenti. C’è l’ascolto facilissimo di Start of your life, che negli anni Ottanta sarebbe potuta essere un grande hit, perché porta con sé qualcosa del riflesso new wave/synth pop di una volta: la fusione di suoni elettronici con chitarre distorte e melodie contagiosissime, piene di effetti, funziona e suona moderna nell’estetica di produzione. Un approccio così lo prenderebbe forse persino i Simple Minds di oggi. Un altro pezzo limato con rara abilità musicale e nato per la radio è la sottile Worlds Apart, nella parte finale del disco. Una delle bellezze più movimentate e più saldamente prog di questo album è sicuramente On My Odyssee, dove in appena sei minuti buoni la band mostra in un colpo solo tanti volti del suo funambolismo artistico-musicale. In tutto questo è forse più importante di quanto sembri che Marco Glühmann abbia smesso con gli «esperimenti» vocali e sia tornato al suo canto classico. In «One to Zero» ti spezzerà, ti farà a pezzi il cuore, tanto profondo e penetrante è il suo carattere vocale, sensibile e sottile. Il cantante ha dato il meglio di ciò che sa e può fare (al momento) e la sua prova è un capitolo a parte. Brilla con tutta l’intensità e incanta in ogni istante del disco. Encoded At Heart, con l’attacco di pianoforte, è uno dei vertici espressivi di Marco nell’album.

«One to Zero» è il trionfo assoluto della grande maturità artistica della band. Sei anni sono un bel po’ di tempo e il gruppo li ha sfruttati con astuzia. Si è resettato,  ha dato un’occhiata al passato, ha creato con il presente e ha catturato la magia. Di malinconia, di struggimento, di momenti che parlano al lato oscuro, ma anche di momenti da cui sprigiona una purezza immacolata e verginale, non ne mancano. Sono distribuiti in un equilibrio brillante. Contemplativo. Percettibile. Sentito. Il dialogo reciproco di tanti volti e riflessi ha catturato con grande furbizia un vero rapporto simbiotico tra tutti gli ingredienti.

Con «One To Zero» arriva in realtà la constatazione sconvolgente che questo è un album che, anche se esce 22 anni dopo l’esordio, possiamo definire un punto di partenza azzeccato per tutti quelli che la band non la conoscono e non sanno da dove cominciare a scoprirla. Va sottolineata la manovra sonora di altissimo livello di una produzione fantastica. Un capolavoro.  

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Bit by Bit (6:16)
2. Encoded at Heart (6:42)
3. Start of Your Life (3:14)
4. Unleashed Power (7:31)
5. Trust in Yourself (5:33)
6. On My Odyssee (6:26)
7. Part of Me (9:16)
8. Worlds Apart (3:58)
9. Go Viral (6:41)
10. Not a Goodbye (10:14)

Formazione:
Marco Glühmann – voce
Volker Söhl – tastiere
Sebastian Harnack – basso
Matthias Harder – batteria
Johnny Beck – chitarra

Musicisti ospiti:
Kalle Wallner (RPWL) – chitarre acustiche aggiuntive
Yogi Lang (RPWL) – tastiere aggiuntive
Katja Flintsch – violino, viola
Bine Heller – cori


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