Talk Talk : It’s My Life

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Etichetta: EMI Records
Anno di uscita: 1984
Produzione: Tim Friese-Greene
Durata dell’album: 43.16 min
Genere: Synth Pop / New Wave


I maestri britannici della new wave Talk Talk hanno pubblicato il secondo album, «It’s My Life», dopo l’addio del tastierista originale Simon Brenner. Con questo disco hanno approfondito il loro innato senso artistico e spalancato ancora di più le porte a una sofisticazione sonora fuori dal comune. Un sostituto ufficiale non l’hanno mai cercato: il carismatico cantante e polistrumentista Mark Hollis, anima e volto più riconoscibile dei Talk Talk, ha incontrato in quel periodo il talentuoso compositore, tastierista e produttore Tim Friese-Greene. Friese-Greene è diventato il suo collaboratore fisso in fase di scrittura, il produttore di fiducia e un ottimo rimpiazzo di Brenner alle tastiere. Non è mai entrato ufficialmente nella band, ma da «It’s My Life» in poi è diventato un ospite fisso alle tastiere, oltre che produttore e partner compositivo di Hollis. Come detto, con «It’s My Life» i Talk Talk hanno fatto il salto di qualità nell’intrecciare forme sofisticate di synth pop con parecchi elementi art rock. Il disco gli ha portato un successo enorme in Europa occidentale e centrale, soprattutto grazie ai singoli da classifica, a partire da «Such a Shame», e alla title track.

Come nel debutto dei Talk Talk, «The Party’s Over» (1982), anche «It’s My Life» è pieno zeppo di imponenti arrangiamenti di sintetizzatore, ogni tanto accompagnati dal pianoforte. Per la prima volta compaiono però anche delle chitarre, affidate al chitarrista ospite Robbie McIntosh, e perfino dei fiati. Ma l’ingrediente che ha fatto dei Talk Talk dei veri outsider della scena new wave per sempre, e una delle più grandi promesse sperimentali degli anni Ottanta, non era soltanto l’arte di costruire distese di tastiere sofisticate e complesse. Era la voce particolarissima di Hollis, che all’epoca non aveva praticamente rivali. Il tipo aveva un carisma vocale incredibile, in cui si mescolavano malinconia e nostalgia indescrivibili. Sembrava che la sua voce arrivasse da un futuro prossimo in cui ogni speranza e ogni aspettativa erano morte da un pezzo all’alba del «mondo nuovo», e che fosse rimasta lì come testimone muta dell’inizio della fine della civiltà umana. A rendere il tutto ancora più efficace ci hanno messo del loro le texture elettroniche e futuristiche dei synth, ma anche i testi decisamente sarcastici, autoironici e beffardi verso la società, nascosti dietro sfortunate avventure amorose.

Il singolo «Dum Dum Girl», in apertura, è già un bell’esempio di come si possa fare un synth pop dagli arrangiamenti complessi con una forte componente art rock. Le linee di basso corpose sono avvolte da un ambient gelido di texture di sintetizzatore, mentre la voce di Hollis suona come un soffio freddo in una mattina di primavera. Un breve assolo di synth fa capire bene che, con l’arrivo di Friese-Greene, i Talk Talk si erano portati a casa un musicista, compositore e produttore di talento eccezionale. Qualche tastiera nel disco l’ha suonata anche Ian Curnow, un altro musicista ospite. Nell’intro del già citato grande successo europeo e capolavoro malinconico, «Such a Shame», i Talk Talk giocano a lungo con vari effetti di percussioni e sintetizzatori, e ne esce un’apertura parecchio anticonvenzionale per un brano comunque melodico e malinconico fino al midollo. Gli arrangiamenti di tastiera, sottili, spianano la strada a un ritornello imponente a più voci, che con la sua magia ambient ipnotizza l’ascoltatore in un attimo, come niente. Il riff principale, dal colore futuristico, fa sembrare che la band stia suonando arrivata da un’altra galassia. Pare che Hollis abbia preso spunto per il testo leggendo il romanzo «Il giocatore», uno dei suoi libri preferiti.

Il brano successivo, «Renée», splendido esempio di ballata d’amore complessa e sofisticata, dimostra che le influenze della musica ambient, che si sentono soprattutto nella sezione iniziale dominata da possenti linee di basso, cominciavano a prendere sempre più piede nel linguaggio sonoro dei Talk Talk. La voce di Hollis suona disperata, inconsolabile, mentre la sezione di fiati dà il suo contributo completando gli arrangiamenti malinconici delle tastiere. «It’s My Life» è stato un grosso successo dance negli Stati Uniti, mentre in Europa, strano ma vero, non ha fatto il botto come «Such a Shame». Eppure ancora oggi è tra i pezzi più amati e conosciuti dei Talk Talk. È finito in uno spot TV per la Peugeot 205, la macchina francese, e perfino nei videogiochi Saints Row: The Third e Grand Theft Auto: Vice City Stories. Questo capolavoro synth pop è un’altra istantanea di raffinatezza compositiva e strumentale, dove decorazioni sonore in apparenza minori fanno un lavoro enorme nel costruire un’atmosfera imponente, che culmina in un ritornello epico e malinconico. I cambi di tempo sono piazzati in modo intelligentissimo, mentre il bassista Paul Webb, stendendo linee di basso corpose che spesso suona come se avesse in mano una chitarra, dà una bella dose di movimento in mezzo agli arrangiamenti di tastiera complessi.

Da qui in poi nessun brano del disco ha chissà quale potenziale commerciale, ma tutti hanno altre belle qualità. «Tomorrow Started» è un’altra ballata d’amore sofisticata da far drizzare i capelli, piena di momenti sperimentali, con sfumature ritmiche che risentono parecchio del jazz fusion, mentre gli strati di synth dal sapore nostalgico accompagnano alla perfezione la voce «congelata» di Hollis. Il tutto è reso più divertente da brevi incursioni improvvisate di tromba. Su «The Last Time», un altro esemplare di synth pop «intelligente», il canto di Hollis a tratti suona quasi alla mano. In questo brano ambient un po’ più solare, però, è solo una calma apparente prima dell’esplosione di malinconia. Le linee di basso dominanti e i massicci strati di sintetizzatore stavolta sono arricchiti in più punti anche da passaggi di chitarra ospite.

Con «Call In The Night Boy» cala subito un’atmosfera sinistra, con linee di basso bello groovose e cortine di synth cupe, mentre la voce di Hollis suona quasi vendicativa. Per quasi tutto il tempo si sentono anche brevi inserti improvvisati, che però non scalfiscono minimamente la struttura solidamente melodica del pezzo. «Does Caroline Know?» è un bell’esempio di collage sonoro riuscito tra musica ambient, jazz fusion e synth pop: la band sperimenta a tutto spiano con elementi ritmici di generi variegatissimi e con effetti di ogni tipo, mentre il canto di Hollis ancora una volta regala un’atmosfera indimenticabile. «It’s You», un altro dispaccio gelido dal «mondo nuovo», è segnato da texture di sintetizzatore dominanti che in più punti sconfinano in improvvisazioni parecchio imprevedibili.

Con «It’s My Life» i Talk Talk sono entrati definitivamente nella lega dei più grandi maestri della visione sperimentale del synth pop, e hanno avvertito forte e chiaro che ogni loro album avrebbe superato senza compromessi i confini di genere. Il loro successo commerciale è durato poco, perché Hollis aveva piani ambiziosi: voleva portare i Talk Talk, con una nuova direzione sonora ancora più sperimentale, il più lontano possibile dal synth pop e dalle influenze new wave tradizionali. Un’idea che la maggior parte delle etichette dell’epoca, EMI in testa, ha subito bollato come suicidio commerciale. E quel successo è sbocciato proprio con l’uscita di «It’s My Life».

autore: Peter Podbrežnik
voto: 9.0 / 10


Tracklist:
1. Dum Dum Girl (3:52)
2. Such a Shame (5:43)
3. Renée (6:23)
4. It’s My Life (3:54)
5. Tomorrow Started (5:59)
6. The Last Time (4:24)
7. Call in the Night Boy (3:48)
8. Does Caroline Know? (4:41)
9. It’s You (4:42)

Formazione:
Mark Hollis – voce
Paul Webb – basso
Lee Harris – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Tim Friese-Greene – tastiere
Henry Lowther – tromba
Ian Curnow – tastiere
Robbie McIntosh – chitarra
Morris Pert – percussioni
Phil Ramocon – pianoforte

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