Talk Talk : The Colour Of Spring
Etichetta: EMI Records
Anno di uscita: 1986
Produzione: Tim Friese-Greene
Durata dell’album: 45.40 min
Genere: Art Pop / Post Rock
Quando i Talk Talk, culto britannico della new wave/art rock, misero mano al loro terzo album, «The Colour of Spring», cavalcavano il momento di maggior popolarità della carriera grazie a hit come «Such a Shame» e «It’s My Life». Eppure il loro carismatico cervello creativo, polistrumentista e cantante Mark Hollis, era deciso a portarli il più lontano possibile dal synthpop e dal movimento new wave degli anni Ottanta con la nuova direzione sonora, già più che evidente proprio in quel terzo lavoro in studio, anche a costo di chiudere per sempre la porta a qualsiasi altro successo di massa. Il successo, del resto, a Hollis non è mai interessato granché: nella sua intransigenza sonora, dopo il disco del 1986 era pronto addirittura a smettere con i concerti e con qualsiasi forma di promozione. Per questo la sua band, soprattutto agli occhi delle etichette, passava per una banda di eccentrici misteriosi, interessati solo alla propria crescita musicale e alla propria creatività, cosa che per i capoccia della discografia era ovviamente sempre motivo di preoccupazione.
Da questo album in poi i Talk Talk sono diventati quindi una band per i gusti raffinati di una manciata di buongustai della musica. Il risultato è che oggi vengono nominati fin troppo di rado e restano largamente ignorati quando si ricordano i migliori artisti che hanno segnato gli anni Ottanta del secolo scorso. Con ogni album successivo all’esordio «The Party’s Over» (1982), la combriccola di irriducibili appassionati di Hollis ha approfondito sempre più gli elementi progressive rock della propria musica, allontanandosi dal synthpop allora in voga. La cosa più sorprendente (o forse no) è che, a differenza della maggior parte delle band uscite dalla new wave, i loro dischi hanno superato alla grande la prova del tempo e oggi, per la «tavola ristretta» degli intenditori, sono addirittura più apprezzati di quanto lo fossero all’uscita: la prova più grande della loro visione sonora.
«The Colour of Spring» era un album quasi del tutto diverso dall’ottimo predecessore «It’s My Life» (1984) e funzionava come una specie di ponte sonoro tra due mondi musicali distinti: da una parte la new wave innovativa dei primi due album, dall’altra il progressive rock con elementi di jazz fusion e ambient. Era al tempo stesso l’ouverture e l’annuncio dell’approccio ancora più sperimentale dei due lavori successivi dei Talk Talk. Proprio questo incrocio stilistico tra vecchio e nuovo, con un suono molto più «organico» rispetto ai due dischi precedenti, ha reso «The Colour of Spring» il lavoro più equilibrato e forse addirittura il migliore dell’intera discografia di questa band di culto. Qui i Talk Talk hanno spalancato le porte a ambient, jazz fusion e musica classica, e si può dire senza esitazioni che hanno avuto un ruolo importante anche nella rinascita di un movimento progressive rock che ormai sembrava bello che spacciato.
Il collaboratore più importante di Hollis in fase di scrittura è rimasto il tastierista e produttore Tim Friese-Greene. Pur non essendo mai diventato un membro ufficiale della band, su questo disco ha cominciato a usare a tutto spiano mellotron e pianoforte, mentre Hollis, grande eccentrico della voce, per la prima volta in carriera ha mostrato davvero le sue doti da polistrumentista, suonando buona parte delle tastiere, organo e mellotron compresi, oltre a qualche intervento di chitarra. Il fatto che i Talk Talk si mettessero a usare il «vetusto» mellotron, tastiera del prog di una volta, negli anni Ottanta era una vera rarità, visto che all’epoca la maggior parte dei musicisti storceva il naso davanti a tutto ciò che sapesse anche solo vagamente di anni Settanta. Il mellotron ha permesso loro di costruire arrangiamenti sinfonici molto più stratificati e orchestrali. Anche stavolta gli ospiti, oltre a Friese-Greene, sono una vera pletora, e fra tutti il nome più stimato è senz’altro quello del leggendario Steve Winwood (ex-Spencer Davis Group, Traffic, Blind Faith) all’organo.
Quanto sia stato enorme il salto evolutivo dei Talk Talk in meno di due anni lo racconta già il brano d’apertura «Happiness Is Easy», che si apre con sfumature ritmiche minimaliste, accordi di chitarra raffinati e interventi di sax timidi ma efficaci. Il bassista Paul Webb si scatena subito con linee di basso complesse ma sottili, mentre Lee Harris ha la bella occasione di mettere in mostra il suo approccio jazz dietro alla batteria. Poco dopo l’ingresso dell’inconfondibile voce di Hollis, sullo sfondo cominciano a scorrere eteree cortine di mellotron che creano un’atmosfera magica, mentre l’inserimento di cori di bambini è un esperimento interessante. Il livello di sottigliezza, minimalismo e astuzia nel costruire arrangiamenti imponenti, in cui diversi tipi di tastiere si alternano e si intrecciano, è ancora oggi da invidiare.
«I Don’t Believe In You» è una power ballad complessa, costruita su morbide pennellate di chitarra e su un sottile tappeto d’organo, dove si nota anche un’abbondanza di effetti sonori spiritosi. La voce di Hollis, di una malinconia struggente, stavolta esprime ancora di più, soprattutto nel maestoso ritornello accompagnato da accordi di chitarra melodrammatici. Con l’evergreen «Life’s What You Make It», primo singolo dell’album, lanciato anche da un video indimenticabile in cui la band si ritrova all’alba in compagnia di vari «amici» del bosco, i Talk Talk hanno confezionato il loro ultimo grande successo su entrambe le sponde dell’Atlantico e una delle pagine più pittoresche della loro breve carriera. Sfumature ritmiche minimaliste, con linee di basso piene di temperamento in primo piano, si intrecciano a strati ondeggianti di sintetizzatore e a frasi di chitarra intelligenti che alzano la tensione di un’atmosfera enigmatica, mentre il canto di Hollis semplicemente «non è di questo mondo» ed è pieno di emozioni contraddittorie. Le improvvisazioni al pianoforte insaporiscono ancora di più l’atmosfera incredibile, che non cala fino all’ultima nota. Una curiosità su questo classico: nel 2002 «Life’s What You Make It» è finita nel popolare videogioco «Grand Theft Auto: Vice City».
«April 5th» contiene splendidi arrangiamenti sinfonici di organo e mellotron, con decorazioni jazz di sax e percussioni che stavolta suonano ancora più minimaliste del solito. Una tale finezza nell’uso del mellotron, che fa da base ideale all’approccio vocale di Hollis, qui decisamente sperimentale, non si sentiva praticamente dalla fine degli anni Settanta. «Living in Another World», secondo singolo dell’album, è stato un hit minore e rientra tra i pezzi più noti della loro carriera. È uno dei pochi brani di «The Colour of Spring» in cui si avverte ancora un po’ del fascino new wave, anche se qui si parla già di un art rock ritmicamente complesso con un ritornello decisamente melodico. La voce di Hollis è completata alla grande da armonie di accompagnamento, mentre la ricchezza dei singoli arrangiamenti è garantita anche dagli interventi di armonica a bocca e, soprattutto, da generosi strati d’organo.
«Give It Up» è stato scelto come terzo singolo, e non c’è da stupirsi più di tanto, visto che è il pezzo più commerciale del disco, con un ritornello orecchiabile e melodico, mentre i maestosi arrangiamenti sinfonici, guidati da massicci strati d’organo, sono sostenuti con generosità da un condimento ritmico fusion. Un gustoso assolo di chitarra nella parte centrale ravviva bene un’atmosfera malinconica ma allo stesso tempo, per i Talk Talk, piuttosto insolitamente ottimista, la stessa che irradia anche dal canto di Hollis. «Chameleon Day», invece, è un pezzo decisamente malinconico, che si apre con curiose improvvisazioni di fiati e passaggi jazz al pianoforte. Stavolta Hollis suona come se mille frecce gli avessero trafitto il cuore, mentre le morbide onde di mellotron mantengono per tutto il tempo il messaggio triste di questo sfortunato testamento. Nella conclusiva delizia ambient «Time It’s Time», dove i Talk Talk fondono magnifici arrangiamenti sinfonici, sfumature ritmiche jazz e la voce versatile di Hollis in un mix ideale, la band chiude tutto in un’atmosfera serena e con l’inserimento di armonie di accompagnamento drammatiche, che insieme creano un clima quasi cosmico.
Con «The Colour of Spring» i Talk Talk hanno creato uno dei rari capolavori art rock degli anni Ottanta del secolo scorso, che ha superato alla grande la prova dei decenni, a dimostrazione di quanto fossero avanti sui tempi con la loro visione sonora. L’incredibile equilibrio stilistico, la profondità dei singoli arrangiamenti e la capacità di costruire magici «stacchi» ambient sono ancora oggi i suoi pregi principali. «The Colour of Spring» è stato il loro ultimo grande successo commerciale, perché la combriccola di Hollis, come detto, ha cominciato a prendere sempre più le distanze dalle esigenze commerciali e dalle mire dell’etichetta EMI. I due lavori successivi hanno portato una visione sonora e un grado di sperimentazione ancora maggiori di quanto chiunque potesse immaginare dopo l’uscita di «The Colour of Spring», e a quel punto era già abbastanza chiaro che per la band i giorni erano contati, anche se proprio nella fase finale della carriera si sono garantiti uno status di culto per sempre.
di: Peter Podbrežnik
voto: 10 / 10
Tracklist:
1. Happiness Is Easy (6:30)
2. I Don’t Believe in You (5:02)
3. Life’s What You Make It (4:28)
4. April 5th (5:51)
5. Living in Another World (6:58)
6. Give It Up (5:17)
7. Chameleon Day (3:20)
8. Time It’s Time (8:14)
Formazione:
Mark Hollis – voce, organo, chitarra, pianoforte, melodica, mellotron
Paul Webb – basso, cori
Lee Harris – batteria, percussioni
MUSICISTI OSPITI:
Tim Friese-Greene – produttore, pianoforte, mellotron, sintetizzatore
Ian Curnow – tastiere
Martin Ditcham – percussioni
Mark Feltham – armonica a bocca, cornoAlan Gorrie – basso
Robbie McIntosh – chitarra, dobro
Morris Pert – percussioni
Phil Reis – percussioni
David Rhodes – chitarra
David Roach – sax
Gaynor Sadler – arpa, corno
Danny Thompson – contrabbasso
Steve Winwood – organo