The 69 Eyes e D-A-D mettono a ferro e fuoco il Live Club (2026)
The 69 Eyes, D-A-D, Cowpunks & Glampires Tour 2026
Mercoledì, 28/1/2026
Live Club, Trezzo sull’Adda (vicino a Milano), Italia
“Titolo noioso, giusto per avere qualcosa da taggare.”
I tempi cambiano: come già un paio di volte negli ultimi mesi, mi sono lanciato in questa avventura da solo soletto, lupo solitario in difesa dei suoni più pesanti.
Stavolta nella periferia di Milano mi aspettava una vera delizia, chiamata Cowpunks & Glampires. I due neologismi riassumono i primi anni di carriera delle due band, i danesi D-A-D e i finlandesi The 69 Eyes: questi ultimi hanno mollato presto i suoni glam, mentre nei primi di punk degno di nota non se ne sente da un pezzo.
Per me i The 69 Eyes erano una totale incognita, quindi per strada mi sono scrollato un paio di volte la scaletta annunciata. Quello che ho sentito non mi ha rovinato la vita, anzi, mi è venuto il dubbio che la prima parte del concerto forse non l’avrei passata appoggiato al bancone. Dalle casse arrivava un mix tra la versione light dei The Sisters of Mercy, The Cult, Billy Idol e Danzig. Quando poco dopo ho dato un’occhiata al palco, ci ho potuto aggiungere pure l’estetica dei Mötley Crüe del periodo Shout at the Devil.
Il Live Club ha una capienza pari a due Cvetličarna abbondanti ed era pieno più o meno a metà. I finlandesi hanno aperto con Devils, che ha subito risucchiato il pubblico nelle tenebre del baritono-basso di Jyrki (69), che controlla con una facilità impressionante anche dal vivo. I pezzi di tempo medio e medio-veloce si sono susseguiti senza troppe chiacchiere con il pubblico. Quando però è successo, il frontman ha sfoderato una sana dose di umorismo secco e un accento finlandese ben marcato. Divertente. Della band devo segnalare il batterista Jussi 69, che probabilmente passa almeno due ore al giorno a studiarsi i video di Tommy Lee. Stile, gesti e, non ultimo, il fisico tirano un po’ troppo, in modo quasi disturbante, verso Tommy, però riempiono bene l’immagine altrimenti piuttosto statica del palco. Durante il concerto è stato chiaro che nessuno in sala avrebbe avuto bisogno dei tappi per le orecchie, e se non altro il suono era cristallino. Tra i pezzi forti Betty Blue, If You Love Me the Morning After e I Love the Darkness in You, al quartetto di band sopra citate, che influenzano in modo evidentissimo il sound dei The 69 Eyes, si è appiccicato, piano ma in modo inconfondibile, lo spirito dei connazionali HIM.
Personalmente mi sono divertito di più con i pezzi dal tempo un po’ più sostenuto (l’ultimo singolo I Survive, Drive, Lost Boys), perché il tempo medio diventa subito un po’ noioso. Non sono un guru della moda, ma l’immagine “total black” della band sul palco sta davvero bene. Aggiunta importante: le chitarre devono stare all’altezza dei gioielli di famiglia, altrimenti non è R’n’R! Per quanto ho potuto sentire, il gruppo ricorre alle basi registrate solo per le sfumature di tastiera che arricchiscono i ritornelli, niente di condannabile. Bel concerto, ottimo riscaldamento per le star della serata. Magari questi nottambuli finlandesi me li rimetto in macchina ogni tanto, perché no? La scaletta dei pezzi suonati la trovi QUI.
Dopo una pausa davvero troppo lunga, dal 2009, questo è stato il mio secondo concerto dei D-A-D in poco più di un anno: l’ultima volta li ho visti al Legend Club, sempre a Milano, a fine novembre 2024 (REPORTAGE DI ROCKLINE). Stanno ancora promuovendo l’ultimo album Speed of Darkness (RECENSIONE DI ROCKLINE), ma da lì suonano solo 3 pezzi. Come potrebbero farcene stare di più in mezzo a tutti quei classici eterni?
Anche stavolta hanno attaccato con l’immortale classicone di botte Jihad, dal terzo album No Fuel Left for the Pilgrims del 1989. L’energia selvaggia non è calata fino all’ottavo pezzo, Something Good dall’album Everything Glows (2000), quando il cantante Jesper si è fatto una passeggiata tra il pubblico e insieme a noi ha cantato i versi dolce-morbosi sul crescere e sulla ricerca di una figura paterna. Esaltante! Lo stesso Jesper ha anche mostrato e dimostrato ai colleghi finlandesi dove va tenuta la chitarra, e cioè SOTTO i gioielli: controllate in galleria.
La seconda parte del concerto ha offerto più occasioni di interazione con il pubblico e di cori sui ritornelli, perché è toccato a roba un po’ più controllata (non per forza ballad!). Il trio finale della parte regolare (Monster Philosophy, Everything Glows con un assolo di batteria di Laust da mozzare il fiato e Bad Craziness) ci ha distrutti del tutto, e così, rappacificati, abbiamo potuto aspettare il bis.
Laugh’n’ a 1/2, dopo tutti questi anni, è ancora una ballad che cantando il testo amaro di Stig ti fa spuntare le lacrime agli occhi. Ancora Sleeping My Day Away, poi Disneyland After Dark e di magia e di concerto magico non c’era più niente da aspettarsi: era finita. La scaletta dei pezzi suonati la trovi QUI.
Ovviamente un reportage su un concerto dei D-A-D non può dirsi completo senza nominare il bassista Stig Pedersen. Con gli anni assomiglia sempre di più a un travestito stanco, ma con il suo look, la sua energia e i continui cambi di bassi unici a doppia corda regala il picco assoluto dello show. Stavolta ne ha cambiati, tenetevi forte, dieci!
Ho conosciuto un gruppetto di fan italiani davvero simpatici, con cui ci siamo scambiati un sacco di aneddoti da concerto e abbiamo lottato per i plettri. Stavolta, nello stile del fondatore di Rockline, sono riuscito a conquistarmi il plettro di Jesper, lanciato dal palco e raccolto da terra (a quanto pare l’unico modo per farlo valere come vero trofeo). Bravo io!
Due band veterane, ognuna con la sua storia di ascesa tra le stelle intrisa di sangue e di caduta nelle profondità più infuocate dell’inferno, ci hanno mostrato cosa significa credere nel rock’n’roll di base, crudo e annaffiato di whisky. “Sudore, casino e bevute: il vero R’n’R non fa prigionieri”!
Testo e foto: Igorac











































