The ConstruKction Of Light
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: King Crimson
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 2000
Voto: 4.5/5
King Crimson, gli apostoli originari del progressive rock e una delle band rock più influenti di tutti i tempi, sono entrati nel nuovo millennio come quartetto. Dopo l’ottimo album “Thrak” (1995) e una valanga di uscite sotto il nome collettivo ProjeKcts, in cui hanno sfoggiato le loro doti d’improvvisazione, lo scioglimento della formazione del cosiddetto doppio trio, con due bassisti e due batteristi in sezione ritmica, era più o meno prevedibile e inevitabile. Tenere insieme così tanti musicisti eccellenti per più di sei anni, quanti ne sono durati, era ormai al limite del possibile. A lasciare la band sono stati i due veterani che da trent’anni stavano ai vertici mondiali con i loro strumenti. Il geniale bassista Tony Levin ha salutato la band (temporaneamente) per via dei suoi impegni da membro fisso della band di supporto di Peter Gabriel, mentre il maestro della batteria Bill Bruford ha deciso di chiuderla con il rock (almeno per un po’) e di dedicare il suo futuro musicale esclusivamente al jazz. Così il leader d’acciaio della band, il chitarrista Robert Fripp, e il suo storico braccio destro, il cantante/chitarrista Adrian Belew, hanno deciso di andare avanti con due compagni un po’ più giovani: Trey Gunn, splendido bassista e maestro dello stick, e Pat Mastelotto, batterista inventivo e incredibilmente versatile. Né l’uno né l’altro erano certo dei novellini: già allora facevano parte delle sezioni ritmiche più stimate del prog rock. Curioso che, con questo cambio, la vecchia band britannica, zio Bob a parte, sia diventata quasi completamente a stelle e strisce. Per fortuna, però, tutti e tre questi musicisti americani erano lontanissimi dalla tipica, trita mentalità americana. Fripp ormai considerava Belew un partner del tutto alla pari, gli lasciava ancora più spazio nella scrittura dei pezzi e nel proporre idee, e probabilmente aveva capito bene che senza il suo talento la band avrebbe faticato parecchio ad arrivare al nuovo millennio.
Se “Thrak” era prima di tutto un campo di prova per presentare le tante idee accumulate negli anni di silenzio della band (ri)nata, e scoppiava di varietà ritmica, “The ConstruKction Of Light” è venuto fuori come un album che fa il passo successivo, logico, verso la modernizzazione del suono, e su cui sono stati creati di nuovo esperimenti sonori completamente inediti. Devo ricordare che all’uscita questo disco si è beccato parecchie critiche negative del tutto immotivate. Se la sono presa soprattutto con alcuni testi di Adrian, che contengono qualche allusione ai lavori passati della band, e con la rielaborazione dello strumentale “Frakcture” dall’album “Starless And Bible Black” (1974) in una veste sonora completamente nuova, intitolata “FraKctured”. Accusare la band di essersi guardata troppo indietro mi sembra del tutto fuori strada, perché non si trattava affatto di copiare sé stessi. Anche per una band come i King Crimson, che si volta indietro molto di rado, secondo me ogni tanto è utile rendere un omaggio simbolico al proprio glorioso passato.
Del resto, proprio questa capacità di fondere elementi musicali diversi, che vengano dal classico, dal jazz, dall’avanguardia o dal rock popolare di una certa epoca, insieme al loro suono elementare, riconoscibile a chilometri di distanza (soprattutto grazie allo stile chitarristico inconfondibile di Fripp), è fin dall’inizio una delle loro virtù più grandi, e ha contato anche per la definizione moderna di progressive rock. Dall’altra parte, altri li hanno accusati di aver cercato di suonare troppo moderni e di conquistare una nuova generazione di fan. Era solo l’ennesimo paradosso, l’ennesima prova di quanto emozioni opposte sappia scatenare ogni loro nuova uscita. Queste malignità erano completamente fuori bersaglio, perché anche stavolta si trattava di un altro prodotto di prim’ordine, intelligentissimo e ricco di suono, dell’accademia crimsoniana del progressive rock, che non può mai rinnegare sé stessa. Né può rinnegare l’influenza che questo album ha avuto sulle tendenze successive del prog rock moderno e sul lavoro di band relativamente popolari come, per dire, Porcupine Tree e The Mars Volta. “The ConstruKction Of Light” era un album un filo meno di impatto del suo predecessore, ma anche qui, soprattutto nella seconda parte, domina un’atmosfera piuttosto cupa, quasi post-apocalittica, tipica della stragrande maggioranza dei loro lavori.
Come si conviene, anche questo album era un miscuglio ben equilibrato di nuovo e vecchio. L’anima d’avanguardia della band, come al solito, passava soprattutto per gli assoli perlopiù “ubriachi” di Adrian e l’uso degli effetti chitarristici, per i minimalismi a una corda di Fripp e i riff “metallici”, per i numerosi passaggi ritmici spezzati e per una serie di improvvisazioni insolite. Intanto Fripp non ha lesinato sull’uso massiccio di soundscapes (tappeti sonori), che danno ai singoli brani la dose necessaria di sottigliezza e ne tengono vive le radici classiciste. I testi di Adrian erano anche stavolta tipicissimi del suo stile, e si vede chiaramente che, tra le altre cose, è andato a scuola da Frank Zappa. Anche stavolta si è messo a frugare nelle soffitte di personaggi enigmatici e nevrotici con disturbi mentali veri o presunti (e per lui non è stato certo difficile immedesimarsi, perché fin dai tempi con Zappa nella sua musica si imbatte spesso nel confine sottilissimo tra genialità e follia, in tutte le sue forme), fino ai problemi sociali e politici quotidiani del grigiore di tutti i giorni in cui oggi si trova l’esistenza umana. Il tutto, immancabilmente, salato con la giusta dose di umorismo e di sberleffo sociale, così che alla fine non risulta troppo nero e fatalista.
Già l’avventura d’avanguardia iniziale, “ProzaKc Blues”, che con un testo grottesco ritrae la quotidianità di un tipo psichiatrico con tendenze suicide, a cui i medici ogni giorno ammanniscono il Prozac, “medicina” per i mali della mente, conferma che l’accento lirico di questo album era soprattutto sul mosaico della complicata psiche umana (e della follia in particolare) e su tutte le possibilità di (auto)controllo dell’individuo. Ovviamente di blues non c’è nulla, a parte il timbro volutamente alticcio della voce di Adrian: è un mix energico di avanguardia e heavy rock con un pizzico di jazz fusion. Un riff spiritoso e ripetitivo di Adrian regge la sua voce grottesca, appena riconoscibile, che ricorda più che altro il farfugliare di un drogato ubriaco e risulta piuttosto comica. Dentro il brano si alternano alcuni tipici assoli sgangherati di Adrian, mentre Fripp, a modo suo minimalista, detta il tempo alla chitarra e infila i suoi effetti digitali, i cosiddetti frippertronics. La sezione ritmica è completamente sparpagliata e contiene un bel po’ di minimalismo jazz, soprattutto negli attacchi al basso di Trey e, come al solito, nell’ampia gamma di percussioni di Pat. Nel testo si coglie anche una battuta di spirito su uno dei loro classici del passato (“Elephant Talk”).
Per quanto fosse un’apertura di album eccellente e piuttosto innovativa, il brano successivo, la title track “The ConstruKction Of Light”, divisa in tre parti indissolubilmente legate tra loro, ai miei occhi la oscura del tutto. Qui i King Crimson mostrano il loro sperimentalismo senza briglie su più fronti e arrivano a risultati bellissimi. Nell’intro si alternano i riff sinistri e caratteristici di Fripp, il sonaglio del basso di Trey e massicci passaggi alla batteria di Pat, il tutto adagiato su un ampio tappeto di soundscapes che alzano la tensione misteriosa. Questa avventura d’avanguardia, strana e sparpagliata, va avanti fino al primo cambio, quando arriva una splendida sezione melodica che strizza leggermente l’occhio al loro sound anni ’80, con le due chitarre che si scambiano il lavoro – mentre Fripp detta il ritmo, Belew inserisce tanti accordi spiritosi e spezzati. Gli scambi ritmici sono di nuovo una vera festa per le orecchie. Nella sezione seguente irrompe la voce riconoscibile (e finalmente pulita), dove Adrian imbastisce un gioco tutto suo tra la parte lirica cantata e un modo narrativo di elencare vari stati d’animo e percezioni umane. Il testo stavolta è uno dei suoi più grotteschi in assoluto e a un certo punto contiene uno dei versi più strambi che mi sia mai capitato di leggere: “And if Warhol Is a genius what am I, a speck of lint on the penis of an alien”. Su questo non posso che sghignazzare. A mio parere è addirittura il miglior brano dell’album.
“Into The Frying Pan”, che nel testo descrive la quotidianità di una persona e il suo modo di vivere ciò che accade in un mondo svuotato di emozioni, è un esperimento piuttosto strano ma interessantissimo e innovativo, in cui si colgono influenze di certe forme di rock moderno, soprattutto di alcune forme alternative di metal, che però vengono abilmente rifuse nel loro stile inconfondibile. Anche stavolta la voce di Adrian è volutamente un po’ distorta, così da suonare irritata e assonnata, come se si fosse alzato col piede sbagliato o, meglio ancora, avesse messo il piede in una padella di olio sfrigolante. Oltre ai tanti riff di impatto e sparpagliati e ai folli ribaltamenti ritmici, c’è da ammirare una serie di ottimi assoli di chitarra, soprattutto gli sbrodolamenti allungati di Adrian con il bottleneck d’acciaio, a cui si aggiunge subito un assolo di Fripp piuttosto imbronciato. Non mancano nemmeno i pattern ritmici elettronici, che si incastrano bene nelle scenografie sonore, e un pizzico di soundscapes nel finale. Direi uno di quei brani dei Crimson con cui di solito indicano la strada alle nuove tendenze del rock sperimentale.
Segue il già citato strumentale “FraKctured”, che affonda le radici nell’antichissimo classico “Frakcture” dall’album “Starless And Bible Black”. Nonostante la somiglianza apparente di alcuni arrangiamenti di chitarra, si distingue nettamente dall’originale sotto più di un aspetto. Oltre ai tanti effetti sullo sfondo, gli attacchi velocissimi di Fripp suonano molto più raffinati, e si sente bene l’influenza della chitarra in più. L’atmosfera generale è anche parecchio più malinconica. All’originale ricorda più di tutto l’irruzione di quel riffeggiare selvaggio e caricato (qui in due versioni) e le mazzate devastanti alla batteria. Faticherei a decidere quale mi piaccia di più, “Frakcture” o “FraKctured”: forse alla fine sceglierei la versione originale, perché c’è la batteria di Bruford, ma anche la forma moderna resta uno dei picchi di questo album. Un capolavoro strumentale che, in entrambe le versioni, consiglio come lezione di scuola a tutti i chitarristi che si cimentano con la musica altamente sperimentale.
Qualcuno liquiderebbe il titolo lunghissimo e pomposo del brano d’avanguardia successivo, intitolato “The World Is My Oyster Soup Kitchen Floor Vax Museum”, e il suo testo derisorio e stranissimo come un caso di esagerazione di cattivo gusto, mentre i buongustai del prog rock, soprattutto gli amanti delle forme più avanguardiste, stavolta si godranno semplicemente la sua struttura ricchissima e le sue spezie strumentali. Sia nel testo sia nel modo di cantare si sente l’influenza che su Adrian hanno avuto tanto Zappa quanto David Bowie. In certi punti Adrian si concede perfino una breve, diciamo così, gita rap. La sezione ritmica gira soprattutto su note funky. I tanti assoli spiritosi e dilatati dei due maestri della chitarra sono anche stavolta la prelibatezza principale per tutti i fan di lunga data della band. Nel testo stavolta c’è un’allusione al classico “Frame By Frame”. Qui i King Crimson si sono presentati ancora una volta in una delle loro vesti più avanguardiste e modernizzanti.
Tutti gli amanti della nostalgia Crimson, poi, sono sicuramente stati ripagati dal magnifico strumentale “Larks’ Tongues In Aspic-Part IV”, che è già il quarto capitolo della misteriosa saga strumentale sulle lingue di allodola in gelatina, iniziata sull’omonimo leggendario album del 1973. Lì c’erano le prime due parti, mentre la terza stava sull’album “Three Of A Perfect Pair” (1984). Stavolta è spezzettato in tre parti indissolubilmente legate tra loro. Curioso che il motivo d’apertura sia di nuovo un po’ simile a quello della seconda parte della saga, ma molto in fretta si trasforma in un brano tutto suo, con tanti infuocati passaggi ritmici, folli passaggi di chitarra, effetti chitarristici e cambi di tempo inattesi. In parecchi punti emerge anche l’improvvisazione, senza la quale con i King Crimson proprio non si può. Anche se è una leccornia sugosissima e uno dei due, tre pezzi migliori dell’album, in futuro non vorrei vivere una quinta puntata della saga. Sarebbe già un filo scontato.
Dopo il crescendo ritmico drammatico e tesissimo, pieno di tappeti sonori, arriva subito il finale, intitolato “Coda: I Have a Dream”, che suona come una sorta di lapide lirica per tutte le follie umane di allora (molte ancora attuali): dalle guerre in Medio Oriente ai disastri ecologici, dal razzismo agli attacchi terroristici, dal Kosovo ai dittatori, dalla corruzione agli attentati politici, eccetera, con un richiamo alle celebri parole di Martin Luther King, rimaste purtroppo solo un’utopia. La combinazione di passaggi chitarristici in lotta tra loro, infuocati cambi ritmici e ricche onde sonore crea un’atmosfera straordinariamente malinconica. Quando si aggiunge anche la voce di Adrian, filtrata dagli effetti e intrisa di dolore, è tutto pronto per l’addio finale e la sepoltura definitiva dell’umanità malata (mi fa sempre pensare al loro antichissimo classico “Epitaph”). Per il necessario pizzico di humour nero ci pensa il verso finale, che si chiude con quella famosa frase di Armstrong sul “grande passo per l’umanità”.
Perché tutto non finisca in modo così nero e fatalista ci pensa una traccia nascosta, l’ottimo strumentale “Heaven And Earth”, che si trova anche sull’omonimo album pubblicato dalla band con il nome ProjeKct X (quest’ultimo contiene soprattutto improvvisazioni). Con il suo eccellente mix di soundscapes, pattern elettronici e improvvisazioni, fa chiudere il disco su note un po’ più rilassate rispetto alla parte ufficiale dell’album.
Il primo disco della leggendaria band nel nuovo millennio, con la sua natura poco ortodossa, a cui non si può rimproverare nulla (né un eccessivo guardarsi indietro né un’integrazione troppo spinta di elementi musicali moderni: le due cose sono in perfetto equilibrio), all’uscita, come detto, ha scioccato visibilmente sia i fan di lunga data sia numerosi critici, e il risultato è stata una marea di reazioni completamente diverse. Anche se non è tra i miei album dei Crimson preferiti e ci torno meno spesso di quanto forse meriterebbe, a ogni ascolto mi colpisce in positivo sentire quanto lontano siano arrivati nell’integrare il loro stile riconoscibile con certi elementi d’avanguardia dell’epoca. Secondo me “The ConstruKction Of Light” è un album adatto a tutte le generazioni di appassionati di prog rock e un altro ottimo lavoro di una band leggendaria che resta per sempre fedele alla sua missione progressiva. “Può l’uomo imparare a costruire la luce, se un uccello che una volta era un dinosauro può parlare e un cane può sognare?” si chiede Adrian nel testo della title track. Tutto fumo negli occhi del gatto, se nel frattempo ascolta i King Crimson.
Formazione
Adrian Belew – voce, chitarra
Robert Fripp – chitarra
Trey Gunn – basso, chitarra baritono
Pat Mastelotto – batteria
Produzione
King Crimson
Tracklist
1. ProzaKc blues (5:29)
2. The construKction of light (8:39)
3. Into the frying pan (6:54)
4. FraKctured (9:06)
5. The world’s my oyster soup kitchen floor wax museum (6:22)
6. Larks’ tongues in aspic part IV parts 1-2-3 (6:37)
7. Coda: I have a dream (3:56)
8. ProjeKct X: Heaven and Earth (bonus track) (7:46)
Durata dell’album: 57:21