The Dark Third
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Pure Reason Revolution
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2006
Voto: 4/5
Una rivoluzione per pura ragione? Un fenomeno rarissimo nella storia dell’umanità. In pratica non è mai successa. Ma basta con le elucubrazioni filosofiche, roba da discussioni senza capo né coda e frutto soltanto del nome relativamente strano e originale di questa band. “The Dark Third” è il debutto dei Pure Reason Revolution, gruppo art rock britannico moderno che, a dirla tutta, non rappresenta alcuna rivoluzione musicale, ma che di sicuro porta di nuovo qualcosa di fresco, perché nel suo linguaggio musicale mescola gli elementi di casa nel mondo del prog rock, cioè space rock e psichedelia (nella tradizione di band come Pink Floyd e Porcupine Tree), con alcuni elementi di rock moderno, indie rock e in certi punti perfino grunge, uno di quei generi rock di cui, secondo me, si sarebbe potuto tranquillamente fare a meno anche se non fosse mai esistito. Proprio per queste sfumature indie e grunge ero abbastanza scettico sulle inclinazioni progressive della band, sulla sua capacità di innovare e sulla possibilità di fondere con successo elementi musicali così diversi tra loro. I Pure Reason Revolution hanno anche ottime armonie vocali, che ricordano quelle che ai tempi facevano band come The Beatles, The Beach Boys o Yes.
Già dopo qualche ascolto “The Dark Third”, preso come un tutto, non ha deluso, anzi, mi ha sorpreso in positivo perché ha portato di nuovo qualcosa di nuovo nel mondo del rock progressivo. La cosa più insolita e lodevole di questo album è che fino a quel momento il sound della stragrande maggioranza delle band indie che oggi riempiono le vette delle classifiche lo vedevo come qualcosa di musicalmente ed espressivamente piatto da morire, su cui non si sarebbe mai potuto costruire con successo forme musicali più ampie e profonde, né allargare il sound e portarlo nella sfera del rock progressivo. Per questo sono rimasto ancora più piacevolmente sorpreso quando ho scoperto che il debutto dei Pure Reason Revolution ci riesce esattamente. Anche se (per fortuna) è per lo più ben mascherato, “The Dark Third” contiene anche il suono riconoscibile della scena indie di cui sopra, ma con la lodevole capacità di allargarlo, di sviluppare i singoli motivi musicali e di spingerlo a un livello superiore di esistenza musicale, il che lo rende interessante anche per gli ascoltatori più esigenti e per i buongustai del prog. D’altro canto, con la sua combinazione piuttosto unica di psichedelia, space rock, armonie vocali duali maschili e femminili e qualche trucchetto prog metal ogni tanto, è una band dichiaratamente progressiva, che conquisterà anche una bella fetta di quelli scettici verso le forme moderne di rock progressivo. L’album, ovviamente, non è privo di momenti deboli. Il problema principale di “The Dark Third” è soprattutto che alla band qua e là mancano le variazioni, il che porta a una certa ripetitività di alcuni motivi. Ho già accennato alla loro lodevole capacità di realizzare bene l’idea musicale scelta, ma fin troppo spesso certe idee si somigliano parecchio, anche se, di nuovo, non così tanto da far suonare l’album come uno o due brani che si ripetono di continuo per tutta la durata. Per questo, dopo un paio di ascolti, alcune parti dell’album possono diventare un po’ noiose e ripetitive. Ma l’album nel suo insieme non ne risente, e questo è ciò che conta di più. L’altro punto debole sono le tastiere. Anche se le hanno usate in modo eccellente per gli effetti sonori, nel resto resta parecchio spazio non sfruttato, quindi in futuro mi auguro una maggiore varietà.
Secondo Jon Courtney, cantante, chitarrista e tastierista della band, “The Dark Third” è un concept album che vuole superare il confine apparentemente ben delimitato tra sogno e realtà. Questa impostazione concettuale si sente bene lungo tutto l’album, perché la maggior parte dei brani sfocia uno nell’altro, oppure alcuni sono divisi in due sezioni collegate tra loro. Questo approccio dà all’album un flusso eccellente, lo aiuta a mantenere il giusto equilibrio e ad attutire il rischio che i pezzi più deboli vengano fuori troppo. L’album funziona così come un insieme ben coeso. Per esempio, un brano impostato in modo più duro e veloce, dopo un po’ si calma e sfocia in quello successivo, più orientato allo spacey (vedi il passaggio da “Voices In Winter” a “Bullets Dominae”). Questa tecnica musicale non è più considerata chissà quanto innovativa, ma regala all’intero album un senso di struttura coesa. Come ci si aspetta più o meno da una band giovane come i Pure Reason Revolution, anche nel loro caso è tipico che la musica sia carica di un’enorme energia indomita, soprattutto nei brani di impronta hard rock, che agguantano subito l’ascoltatore con la loro energia sfrenata. Ciononostante i Pure Reason Revolution hanno anche un ottimo senso per i suoni space rock costruiti su ritmi più lenti, che curano l’atmosfera psichedelica.Le capacità musicali dei membri della band, poi, non vanno assolutamente sottovalutate. Certo, non possono rientrare nella categoria dei Dream Theater e di tutti i loro cloni di ogni genere sparsi per il mondo, ma possono andare fieri anche delle proprie doti tecniche, anche se secondo me le tastiere sono uno dei pochi elementi più deboli della band, uno che in futuro dovranno assolutamente perfezionare. Nel gruppo spicca in particolare la bassista e cantante Chloe Alper. Si dimostra una bassista davvero ottima e mi stupisce un po’ che non abbia suonato il basso in tutti i brani dell’album. Dal punto di vista vocale la band, come già detto, è piuttosto riconoscibile per avere due cantanti principali, le cui performance funzionano bene insieme e creano armonie vocali eccezionali.
Passiamo ora ai singoli brani. “Aeropause” è uno strumentale eccellente che fa l’occhiolino anche all’eredità dei Pink Floyd. È costruito su un tempo medio e fa da base a un uso raffinato di slide guitar e sintetizzatori, creando un’atmosfera estremamente malinconica e sognante. Il brano sfocia in “Goshen’s Remains”. La voce di Chloe Alper, che è senza dubbio uno dei punti forti del linguaggio musicale dei Pure Reason Revolution, qui emerge per la prima volta, insieme a delle armonie vocali duali eccezionali. Il pezzo cambia e costruisce atmosfere di continuo, da acque più dure ad acque più calme e ritorno. Nella parte centrale e in quella finale colpisce anche il violino di Jim Dobson, che aggiunge al brano un pizzico di pathos celtico. In “Apprentice of the Universe” ci si può godere delle ottime melodie vocali, con la differenza che stavolta emerge di più anche la voce di Courtney. Stavolta vengono fuori anche i suoni elettronici delle tastiere e un riffing di chitarra eccellente. I quasi 12 minuti di “The Bright Ambassadors of Morning” si aprono su un ritmo lento, a cui i synth danno un’atmosfera particolare. Su questa base ambientale di tendaggi sonori viene subito in mente il soundscape di Fripp, ma nel contesto di un brano organizzato, con un capo e una coda. Seguono armonie vocali atmosferiche a più voci, che col tempo creano anche un ritornello psichedelico da paura, che non ti esce più dalla testa. Nella parte finale ci si può godere anche un riffing eccellente, che aggiunge all’opera un po’ di energia in più. Mentre il brano avanza attraverso numerose variazioni, le singole melodie vanno e vengono di continuo. Senza dubbio uno dei vertici dell’album. “The Exact Colour” sarebbe stata un’ottima scelta come singolo, perché è uno dei picchi atmosferici del disco. Si apre al pianoforte, poi scivola in una melodia delicata, a cui la batteria offre una base quanto mai adatta. La variegata “Voices in Winter/In the Realms of the Divine” è un brano diviso in due sezioni, che grazie ai suoi suoni ambientali e spacey porta l’ascoltatore, qua e là, senza difficoltà in uno stato di estasi. La sezione centrale costruisce e fa salire l’atmosfera e contiene dei riff di chitarra molto belli, che servono le sfumature metal della band. Sulla stessa linea prosegue anche la splendida “Bullits Dominae”, che alle meravigliose armonie vocali e al riffing metal energico aggiunge un pizzico di pathos celtico grazie a delle straordinarie parti di violino. “The Twyncyn/Trembling Willows” è un altro pezzo pieno di variazioni e di atmosfere diverse, che spostano l’ascoltatore su vari stati della (sub)coscienza. Dopo la costruzione dell’atmosfera sorprende all’improvviso un riffing thrash metal che a qualcun altro avrebbe magari rovinato l’intero brano, ma i Pure Reason Revolution riescono a mantenere il giusto equilibrio. La conclusiva “He Tried to Show Them Magic/Ambassadors Return” è piena di voci complesse e ambientali e di riff incisivi. Una chiusura più che azzeccata.
È interessante e un po’ controverso che per l’edizione americana alcuni brani siano stati sostituiti con altri (“The Exact Colour” è stata sostituita da “Nimos & Tambos” e “The Twyncyn/Trembling Willows” da “Arrival/The Inteniton Craft”). Spero che questi esperimenti tra edizioni europee e americane, che costringono i fan a comprare entrambe le versioni, nei prossimi album se li risparmino.
Nel complesso “The Dark Third” è un ottimo debutto e addirittura una delle migliori uscite prog rock del 2006. Sull’album sono distribuite in modo equilibrato un’energia eccezionale e una sottigliezza che spesso lasciano l’ascoltatore con la voglia di rimetterlo su più volte di fila. Ciononostante in futuro bisognerà dedicare un po’ più di attenzione a rendere i motivi dei singoli brani ancora un po’ più fantasiosi e variegati. Per il resto i Pure Reason Revolution hanno un potenziale straordinario e, secondo me, davanti a sé un bel futuro. Sarà interessante seguire la loro evoluzione musicale. Dopo tanto tempo è di nuovo una band speciale, che con il suo linguaggio musicale porta qualcosa di nuovo e merita attenzione anche in futuro. “The Dark Third”, con la sua miscela di brani costruiti in modo ambientale ed energico, splendidi soundscape musicali, armonie vocali e un’ottima produzione (curata dal produttore Paul Northfield, noto tra l’altro per il lavoro con band come Rush, Gentle Giant, Porcupine Tree, eccetera) conquisterà anche molti puristi del prog, perché i Pure Reason Revolution sono una band progressiva nel vero senso della parola progressiva.
Formazione
Jon Courtney – voce, chitarra, tastiere
Chloe Alper – voce, basso
Jamie Wilcox – chitarra, voci di accompagnamento
Jim Dobson – tastiere, chitarra, basso, violino, voci di accompagnamento
Andrew Courtney – batteria
Produzione
Paul Northfield
Tracklist
1. Aeropause (2:22)
2. Goshens Remains (4:04)
3. Apprentice Of The Universe (6:56)
4. Bright Ambassadors Of Morning (9:31)
5. The Exact Colour (6:25)
6. I) Voices In Winter (10:29)
II) In The Realms Of The Divine
7. Bullitts Dominae (6:57)
8. I) The Twyncyn (3:50)
II) Trembling Willows
9. I) He Tried To Show Them Magic
II) Ambassadors Return