The Division Bell

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Pink Floyd
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1994
Durata: 66:32
Voto: 5/5

Sette anni dopo »A Momentary Lapse Of Reason« (1987), i Pink Floyd hanno deciso, con enorme gioia dei fan, che era ora di tornare con un nuovo album in studio. A segnare la lavorazione di »The Division Bell« è stato il ritorno, tanto atteso, dell’originale tastierista e cantante Richard Wright, purtroppo scomparso, che è tornato così a essere un membro a tutti gli effetti della leggendaria band prog rock inglese. In pochi si aspettavano che sarebbe sopravvissuta alla prima metà degli anni Novanta, figurarsi se potevano immaginare un disco in studio così bello, pieno di momenti ambient indimenticabili. Rick ha dovuto aspettare di riavere lo status di membro effettivo dal 1979, quando l’ex bassista e cantante Roger Waters lo aveva sbattuto fuori dalla band di sua iniziativa.

Dopo l’addio di Waters era sì rientrato per »A Momentary Lapse Of Reason«, unendo le forze con gli altri due compagni di banda, il chitarrista/cantante David Gilmour e il batterista Nick Mason, ma per motivi legali su quel disco aveva partecipato solo come musicista ospite. Stavolta Wright era un collaboratore musicale alla pari, e si sente in ogni singola composizione di »The Divsion Bell«. Per la prima volta dai tempi di »Dark Side Of The Moon« (1973) si è ritrovato anche nel ruolo di voce principale, e cioè su »Wearing The Inside Out«. È tornato anche il produttore di lungo corso Bob Ezrin, collaboratore storico dei Pink Floyd, che con i suoi trucchi di produzione ha svecchiato parecchio il suono, tanto che oggi l’album supera alla grande la prova del tempo.

Tra i vecchi collaboratori sono tornati il tastierista Jon Carin e il sassofonista Dick Parry, che con i suoi passaggi ha dato a certi pezzi un’inconfondibile impronta jazz. »The Division Bell« è stato registrato in vari posti, tra cui lo studio galleggiante di Gilmour, l’Astoria. Sul suono dell’album ha pesato anche un colpo di fortuna: frugando per caso in un vecchio studio dei Pink Floyd, Carin ha scovato una montagna di tastiere d’epoca, tra cui un organo Farfisa, che ha dato a certe composizioni un fascino ‘vintage’ e nostalgico, da anni Settanta.

Uno dei più grossi problemi, se non il più grosso, nato dall’addio di Waters era la qualità dei testi, che su »A Momentary Lapse Of Reason« si era beccata a ragione qualche critica costruttiva. Gilmour semplicemente non era un poeta del livello di Waters, e su »The Division Bell« non si è fatto troppi problemi a rincorrere la sua statura intellettuale. Per dare una mano con i testi ha chiamato l’allora compagna e futura moglie Polly Samson, che ha superato ogni aspettativa. I testi di Waters restavano un capitolo a parte, certo, ma Samson ha fatto in modo che ci si avvicinasse agli standard di una volta.

La maggior parte dei testi di »The Divison Bell« ruota attorno ai problemi della comunicazione tra le persone, all’incapacità di risolvere le cose con le parole giuste e all’illusorio spirito di libertà che a inizio anni Novanta aveva dominato subito dopo la caduta del muro di Berlino, per poi svanire in un attimo con le brutali guerre nell’ex Jugoslavia (il brano »A Great Day For Freedom«). La copertina di Storm Thorgerson, anche lui purtroppo scomparso, con due enormi volti che ne formano un terzo, rappresentava in chiave allegorica l’assenza dei due ex membri, il cantante e chitarrista originale Syd Barrett e Roger Waters.

»The Division Bell« è stato un importante passo avanti rispetto a »A Momentary Lapse Of Reason« sul piano della scrittura, degli arrangiamenti, dei testi e delle atmosfere, oltre al ritorno di certe finezze sonore di cui si sentiva da tempo la mancanza. Il trio Gilmour, Wright e Mason ha insomma battuto le aspettative di tutti quelli che erano convinti che i Pink Floyd non fossero più in grado di fare un album all’altezza dei loro tempi migliori con Waters in formazione. Hanno rispolverato la formula vincente e collaudata di »Dark Side Of The Moon« e su alcuni brani hanno fatto spazio a epiche armonie vocali femminili di matrice soul. Non solo dai testi, ma anche dalle armonie vocali e dagli arrangiamenti, trasuda un nuovo stadio di maturità emotiva e ambientale, raggiunto dai signori Gilmour, Wright e Mason solo negli anni dopo l’addio di Waters, quando come amici e collaboratori musicali sono diventati più uniti che mai.

L’intero »The Division Bell« è un meraviglioso viaggio ambient per vaste distese sonore, in cui hanno un ruolo chiave le struggenti variazioni di chitarra di Dave e i drappeggi di tastiere di Rick. Il ‘cibo per la mente’ non finisce mai, tanto che a più di vent’anni dall’uscita si riesce ancora a cogliere qualcosa di nuovo, qualche dettaglio sonoro che era sfuggito prima. Lo strumentale »Cluster One« si apre con un’introduzione ambient di un minuto, dove i suoni soffocati delle onde elettromagnetiche del vento solare hanno mandato in confusione parecchi fan, convinti che ci fosse qualcosa che non andava nel loro disco. Dopo questa apertura insolita si apre lo spazio per sottili finezze di piano e chitarra, che già all’inizio dell’album regalano momenti ambient intensissimi.

»What Do You Want From Me«, che da ballata si trasforma piano piano in un pezzo rock più energico, è intriso di tante sfumature blues malinconiche. L’inizio lento è segnato soprattutto dall’assolo di tastiere di Wright e dalle malinconiche variazioni di chitarra di Gilmour, a cui segue l’irruzione di possenti armonie vocali femminili, che creano una profondità emotiva pazzesca. Il testo parla in sostanza del rapporto di coppia tra un uomo e una donna, ma presto diventa qualcosa di più, perché contiene metafore decisamente più profonde.

Sulla nostalgica »Poles Apart«, dove regnano deliziose armonie tra chitarra acustica e tastiere, il trio dei Pink Floyd nel testo si ricorda dei due ex compagni, cioè Syd Barrett e Roger Waters (il testo contiene un riferimento al brano »Hey You« dell’album »The Wall«, 1979). Il fantastico assolo di organo di Wright ricrea in un attimo il battito nostalgico degli anni Settanta, che su »A Momentary Lapse Of Reason« si era sentito almeno in parte a mancare, mentre l’atmosfera emotivamente intensa si arricchisce con l’aggiunta di un’orchestrazione extra.

Il meraviglioso strumentale »Marooned«, con cui i Pink Floyd nel 1995 hanno vinto un Grammy, è un’altra creazione ambient incredibilmente profonda, in cui Gilmour con le sue improvvisazioni di chitarra ‘piangenti’, sostenuto da fragili passaggi di piano e da tendaggi ambient ramificati, crea un’atmosfera malinconica indescrivibile che a ogni nuovo ascolto, con la sua profondità emotiva, scuote corpo e anima. Un’atmosfera onnipresente, marina o da isola, dove non mancano tanti suoni dissonanti, che trabocca di nostalgia inquieta.

»A Great Day For Freedom«, il successivo grande momento malinconico, è una ballata pacifista e struggente, con un testo profondo e pacifista che forse sarebbe piaciuto perfino al grande pacifista Waters. La caduta del muro di Berlino aveva creato una grande illusione: per un breve periodo era sembrato che il mondo potesse diventare libero, ma tutto si è rovinato in fretta con la grande delusione di nuove guerre, intrecciate a avidità occidentale, corruzione e ipocrisia. Passaggi di piano commoventi e la prestazione vocale abbattuta di Gilmour, in sintonia con arrangiamenti orchestrali magnifici e variazioni di chitarra particolari, sempre da brividi, creano una malinconia meravigliosamente armonizzata che scorre fluida. È curioso che questo splendido brano all’origine dovesse chiamarsi »In Shades Of Grey«, mentre molti fan erano convinti che il testo parlasse in realtà del giorno in cui Waters ha lasciato la band, dando finalmente agli altri la libertà creativa. Gilmour, che da anni non era in ottimi rapporti con Roger, l’ha negato più volte in modo netto.

Su »Wearing The Inside Out«, un pezzo che parla del ritorno di una persona alla vita sociale dopo un totale isolamento personale e un’alienazione comunicativa, la voce principale passa a Wright, per cui è stato anche l’ultimo contributo da cantante principale nella storia dei Pink Floyd. Prima di questo splendido ritorno, Rick era stato voce principale l’ultima volta nel classico »Time«. Questa sua missione non proprio frequente l’ha portata a termine ancora una volta in modo fenomenale, creando uno dei momenti più emozionanti dell’intero album, accompagnato dai malinconici passaggi di sassofono diretti da Dick Parry, da meravigliose onde sinfoniche e dalle malinconiche improvvisazioni di chitarra di Dave. Sulla terza strofa torna per un attimo al microfono principale Gilmour, e il contrasto ambient diventa ancora più forte. Le armonie femminili di accompagnamento aumentano ancora l’atmosfera incredibilmente intensa, nostalgica e malinconica, mentre l’assolo finale di chitarra di Dave è senza dubbio tra i picchi di »The Division Bell«. Oggi tanti fan vedono »Wearing The Inside Out«, che i Pink Floyd (come band) non hanno mai suonato dal vivo, come una specie di brano d’addio di Rick.

Con »Take It Back«, singolo e pezzo più commerciale dell’album, i Pink Floyd hanno sfornato il loro ultimo grande successo (almeno per quanto riguarda il secolo scorso). Questo capolavoro ecologista con un video indimenticabile, che mostra il brutale abbattimento dell’ultimo albero sulla Terra, è segnato da finezze ritmiche cavalcanti, di quelle che una volta usavano volentieri nei loro successi anche gli U2, una buona mossa dal punto di vista commerciale. Tutto il resto è puro stile Pink Floyd, con un ritornello fenomenale in testa, armonie vocali di accompagnamento e l’arrangiamento centrale, mentre il testo bussa alla coscienza di ciascuno e gli ricorda tutto il dolore che l’uomo infligge a ‘madre natura’. Che, stando ai versi, prima o poi si riprenderà dalla devastazione e dall’inquinamento e restituirà ‘con gli interessi’ all’uomo moderno il suo comportamento ignorante (cosa che sta già succedendo negli ultimi anni).

»Coming Back To Life« è il trionfo assoluto dell’improvvisazione di Gilmour alla chitarra elettrica, dove la sua prova di voce e chitarra non si può lodare abbastanza. Tra i vari passaggi di tastiera si ritaglia diversi assoli affascinanti, di quelli che sapeva forgiare solo questo grande virtuoso della chitarra. Anche sul piano vocale questo pezzo profondamente personale è uno dei picchi emotivi dell’album. Il testo è dedicato all’allora compagna e futura moglie di Gilmour, Poly Samson, che in quel periodo lo ha tirato fuori da una brutta crisi emotiva, quando dopo un lungo periodo aveva provato di nuovo la cocaina, ma per fortuna è riuscita a salvarlo in tempo, così che si è rialzato ed è uscito dal baratro.

»Keep Talking«, che contiene un campione con la voce elettronica del celebre fisico Stephen Hawking, è segnato da tendaggi eterei e variazioni di chitarra commoventi, che insieme fanno salire l’atmosfera melodrammatica. L’ingresso di possenti armonie vocali femminili è un vero balsamo per le orecchie, mentre Dave brilla di nuovo con le sue opere d’arte alla chitarra e alza ancora la tensione del dramma ambient. Il testo è segnato dalla domanda filosofica sul senso dell’esistenza umana e dal desiderio che una comunicazione adeguata possa risolvere tutti i problemi dell’uomo. Le variazioni di chitarra nella parte finale, con l’aiuto degli effetti sonori (uso del ‘talk box’), a tratti suonano quasi grottesche e per un attimo ricordano il classico »Pigs« da »Animals« (1977). »Keep Talking era anche il primo singolo estratto da »The Division Bell.

Il brano successivo, uscito anch’esso come singolo, si chiamava »Lost For Words«. Un’altra splendida composizione, di quelle che sapevano fare solo i Pink Floyd. Qui regna un’atmosfera pastorale ambient ricchissima, grazie a deliziosi passaggi di chitarra acustica, mentre la voce di Dave è nel miglior elemento emotivo possibile. Per la sua natura acustica questo pezzo ottimo ha diversi punti in comune con l’evergreen »Wish You Were Here« dell’omonimo album, mentre i Pink Floyd per la prima volta nella loro storia usano in mezzo al testo la parola ‘fuck’.

Curioso che a uno dei momenti più ottimisti di »The Division Bell« segua il pezzo più malinconico dell’intera storia dei Pink Floyd. Per il gran finale dell’album i signori Gilmour, Wright e Mason hanno creato una delle opere chiave della loro lunga carriera musicale. La ballata struggente »High Hopes«, ultimo singolo dell’album, è infatti una delle chiusure più commoventi ed emotivamente devastanti dell’intera storia del rock, e allo stesso tempo un brano autobiografico, se non addirittura d’addio. Il pezzo si apre con il ronzio delle mosche e i rintocchi delle campane di una chiesa, da cui emerge una ‘campana di richiamo’ firmata Mason, e poi irrompono accordi di piano struggenti e fragilissimi.

Stavolta Dave nelle prime strofe sceglie un approccio vocale più cupo, in linea con l’atmosfera e il messaggio di questo classico indimenticabile, mentre il ritornello brutalmente malinconico è il picco emotivo di questo capolavoro ambient. In mezzo scorrono continuamente variazioni di chitarra commoventi e tendaggi sinfonici multidimensionali. Nel testo, sorprendentemente nostalgico, il trio guarda indietro al proprio passato, con tanti riferimenti alla turbolenta carriera musicale. Gilmour, che nella parte finale supera sé stesso con amare variazioni di chitarra, ha sempre sostenuto che fosse il suo brano autobiografico, pieno di riferimenti alle tante occasioni mancate del passato, ma di certo aveva in mente anche i primi anni da membro dei Pink Floyd, prima che nella band si aprissero ‘crepe’ e ‘fazioni’. Un addio e una chiusura ambient migliori per un lungo cammino i Pink Floyd non avrebbero potuto immaginarli, e forse oggi lo ammetterebbe perfino Waters.

Pochissimi avrebbero scommesso che »The Division Bell« sarebbe diventato uno dei migliori album dell’ultimo decennio del Novecento e uno dei risultati più profondi dell’intera discografia dei Pink Floyd. Qui hanno finalmente dissolto con successo la lunga ombra di Waters e dimostrato di saper creare composizioni all’altezza, per qualità ed emozione, dei ‘mitici anni Settanta’. La reazione dei fan è stata per lo più positiva, e dopo l’uscita l’album è stato coronato da un grande tour al livello dei loro spettacoli del passato. Eppure la reazione dei critici di allora a »The Division Bell« fu a dir poco devastante, se non criminale, tanto che molti hanno capito il loro grosso errore solo anni dopo. Per molto tempo si è detto che »The Division Bell« fosse l’epitaffio definitivo dei Pink Floyd, con cui avevano chiuso ufficiosamente il loro percorso in studio, ma vent’anni dopo dal clan di Gilmour è arrivata la notizia shock che stanno registrando di nuovo un album, che si chiamerà »The Endless River«. Per ora non ci sono dettagli, a parte il fatto che si tratta soprattutto di materiale nato già nel 1994 e che doveva uscire in origine su un progetto strumentale mai realizzato, quindi è già parecchio probabile che dal punto di vista stilistico riparta da dove si erano fermati con »The Division Bell«.

Formazione

David Gilmour – voce principale, chitarra elettrica, basso, chitarra acustica, talk box
Nick Mason – batteria, percussioni
Richard Wright – tastiere, piano, voce

MUSICISTI OSPITI:
Jon Carin – programmazione, piano, tastiere aggiuntive
Guy Pratt – basso
Gary Wallis – percussioni
Tim Renwick – chitarra
Dick Parry – sassofono tenoreBob Ezrin – tastiere, percussioni
Sam Brown – voci di accompagnamentoDurga McBroom – voci di accompagnamento
Carol Kenyon – voci di accompagnamento
Jackie Sheridan – voci di accompagnamento
Rebecca Leigh-White – voci di accompagnamento

Produzione

Bob Ezrin e David Gilmour

Tracklist

1. Cluster One (5:58)
2. What Do You Want From Me (4:21)
3. Poles Apart (7:04)
4. Marooned (5:28)
5. A Great Day For Freedom (4:18)
6. Wearing The Inside Out (6:48)
7. Take It Back (6:12)
8. Coming Back To Life (6:19)
9. Keep Talking (6:11)
10. Lost For Words (5:14)
11. High Hopes (8:31)

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