The Eleventh Hour
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Magnum
Etichetta: Sanctuary Records
Uscita: 1983
Voto: 4/5
Dopo l’eccellente ”Chase The Dragon” (1982), con cui i Magnum avevano ottenuto il loro primo successo di rilievo fuori dalla cerchia ristretta dei fan e riunito sotto lo stesso ombrello gli amanti del rock melodico, della NWOBHM e dell’art rock, arrivò l’inevitabile pressione della Jet Records, la loro etichetta di allora, perché la band replicasse o addirittura superasse quel risultato. La smania febbrile dell’etichetta per le hit da radio non fece che crescere. Ne seguì l’inevitabile scontro tra i membri del gruppo e i rappresentanti della label, che negarono alla band il diritto di scegliersi il produttore. Così decisero di chiuderla con i giochetti sporchi dell’etichetta e di produrre l’album da soli. Il ruolo di produttore principale se lo prese Tony Clarkin, chitarrista, autore della maggior parte di musica e testi e anche responsabile dei concept visivi.
La mossa ha portato a un cambiamento piccolo ma ben percepibile nel loro sound. “The Eleventh Hour” ha un suono nettamente più morbido rispetto a “Chase The Dragon”, che traboccava di arrangiamenti bombastici e riff heavy rock. Quest’ultimo, a confronto, era già quasi un lavoro heavy metal, con una chiara influenza della new wave of British heavy metal, mentre “The Eleventh Hour” è un prodotto indirizzato quasi interamente verso il rock melodico/AOR.
A parte il superbo inno AOR “Hit And Run” e la squisitezza epica che chiude il disco, “Road To Paradise”, qui non ci sono tanti classici o pezzi preferiti come ce ne sono sulla maggior parte dei loro album anni ’80. In compenso, però, è un lavoro straordinariamente coeso, che ti tiene incollato dall’inizio alla fine. I Magnum hanno affinato ancora la loro capacità di creare arrangiamenti melodici gustosissimi e ritornelli contagiosi, a cui non manca di certo la potenza heavy rock; stavolta hanno solo tirato un po’ il freno sulla bombasticità. I tipici riff di chitarra affilati di Clarkin e le tavolozze di tastiere di Mark Stanway sono come sempre in splendida sintonia, mentre la voce di Catley mantiene dall’inizio alla fine un’espressività drammatica ed energica, capace di rendere un’infinità di emozioni diverse.
Clarkin, grande appassionato di racconti leggendari e fiero avversario degli orrori della guerra, ha messo con successo le sue idee in una copertina piuttosto inquietante, uscita dalle mani del cult illustratore Rodney Matthews. Mostra la sua visione apocalittica della società umana, in cui simboli della mitologia e del capitalismo si fondono in modo spaventoso in una combinazione parecchio bizzarra. Sul fronte della copertina vediamo così un’apparizione con la falsa maschera della bontà, circondata da tutti i simboli del materialismo e del razionalismo più brutali, che dal suo trono con il simbolo del dollaro cerca di ingraziarsi dei bambini tormentati, mentre sul retro ci sono jet futuristici e punte di missile a forma di squalo in mezzo a un paesaggio devastato. Il pacifismo si respira anche nella maggior parte dei testi, che con immagini vivide mettono in guardia contro l’assurdità della guerra e il valore inestimabile della vita umana, di solito avvolti con cura nel cellofan di metafore mitologiche.
La prima dose di AOR di qualità arriva già con l’opener “The Prize”, impostata su un medio tempo e segnata da un riffing succoso, una prova vocale marcata e una base di synth che le si adatta alla perfezione. “Breakdown” è un altro esempio di solido rock melodico, costruito su un tempo più lento con buoni arrangiamenti melodici. La splendida power ballad “The Great Disaster” è una meravigliosa dimostrazione delle straordinarie doti vocali di Catley, perché il grande cantante ci mette davvero tutto il cuore. Un fascino particolare le danno anche le armonie vocali di accompagnamento nel ritornello. La davvero ottima “Vicious Companions” è un curioso incrocio tra AOR e heavy rock, con un riffing incisivo, passaggi di batteria massicci, una linea di basso al galoppo e una solida base di trame sinfoniche di synth. Ha il suo fascino anche l’ottimo ritornello da arena rock e il gustoso assolo di synth.
“So Far Away” ha tutto quello che fa dei Magnum i maestri del rock melodico dalle tinte mistiche: un testo pieno di metafore tra fantasy e risveglio spirituale, un riffing di chitarra brillante e potente, ottimi passaggi ritmici e gustosi arrangiamenti barocchi di tastiere. “Hit And Run” è una vera favola AOR, che conquista già con l’intro di accordi di chitarra acustica. Poi arriva un passaggio imprevedibile e degli arrangiamenti melodici magnifici dalle tinte sinfoniche, sostenuti da un ritornello possente che farà leccare i baffi a tutti gli amanti del rock melodico di alto livello. È quasi una sorpresa che questo pezzo splendido non sia diventato una hit. Segue un’altra buona power ballad, “One Night Of Passion”, in cui Catley mette di nuovo in scena una prova da stringere il cuore, sorretto da arrangiamenti maestosi di piano e synth e da passaggi di chitarra affilatissimi.
È interessante come da qui in avanti l’album prenda un ritmo decisamente più veloce e incisivo rispetto alla prima metà. L’epica “The Word”, uscita sul lato B del singolo di quello che è il loro più grande successo, “Just Like An Arrow”, con il suo riffing d’impatto, il tempo sostenuto e i potenti passaggi di batteria starebbe benissimo anche su “Chase The Dragon”. “Young And Precious Souls” è un pezzo ancora più epico, caratterizzato da arrangiamenti splendidi e sottilissimi di chitarra acustica, passaggi armonici di tastiere e chitarra elettrica, un’atmosfera estremamente malinconica e una delle migliori prove vocali di Catley in tutta la sua carriera. La conclusiva “Road To Paradise” è senza dubbio un classico dei Magnum e forse addirittura il pezzo migliore del disco, perché contiene tutti i migliori elementi della band e allo stesso tempo anticipa in parte la direzione più drammatica ed epica del loro lavoro successivo. È una leccornia di prim’ordine per tutti gli amanti dell’epica e dei passaggi strumentali drammatici, dove i migliori ingredienti di AOR, heavy metal e art rock sono mescolati in proporzioni ideali, e Catley si conferma ancora una volta uno dei migliori narratori di saghe epiche nella musica rock.
“The Eleventh Hour” non è né più né meno che un ottimo album di rock melodico, con la sfortuna di essere schiacciato tra il superiore rompighiaccio “Chase The Dragon” e il capolavoro Magnum decisamente sempreverde “On A Storyteller’s Night” (1985), che lo ha completamente messo in ombra. Questa posizione ingrata fa sì che spesso venga snobbato a torto, anche tra gli appassionati di rock melodico. Detto ciò, resta un album eccellente che farà sempre impazzire soprattutto i fan dell’AOR di gran classe, mentre lascerà un po’ più freddi gli amanti delle loro radici prog rock. Visto che il momento del loro massimo trionfo creativo e commerciale non era ormai lontano, rappresenta in modo elegante una sottile quiete prima dell’esplosione di una perfezione quasi assoluta.
Formazione
Bob Catley – voce
Tony Clarkin – chitarra
Wally Lowe – basso
Mark Stanway – tastiere
Kex Gorin – batteria
Produzione
Tony Clarkin
Tracklist
1. The Prize (3:39)
2. Breakdown (3:59)
3. The Great Disaster (3:46)
4. Vicious Companions (3:36)
5. So Far Away (4:35)
6. Hit and Run (3:39)
7. One Night Of Passion (3:48)
8. The Word (4:54)
9. Young and Precious Souls (4:03)
10. Road To Paradise (3:30)
Durata dell’album: 39:38