The Galilean Satellites
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Rosetta
Etichetta: Translation Loss Records
Uscita: 2005
Durata: 116:54
Voto: 5/5
Un problema che non è un problema: con gli amici dell’adolescenza metti su una band che azzanna la mela fresca del post-HC nascente, del drone, dell’avanguardia e dell’ambient spaziale, quella che Neurosis e Isis avevano già seminato tra mandrie entusiaste di eterni affamati di musica. Ne prendi la forma, ti trasformi per gioco in una band che fa “metal per astronauti”, ma staccarti dalle radici primordiali di questo mondo non ti riesce un granché, nonostante tutta la fatica e tutti gli anni. I Rosetta, quartetto americano di questa avanguardia musicale, da Filadelfia, provano a scrollarsi di dosso l’etichetta di post metal fin dal primo giorno di vita. Un pezzo di questo processo parecchio faticoso, una battaglia contro i mulini a vento musicali, è anche il primo lavoro in studio, The Galilean Satellites, uscito nel 2005: come promette il nome, ancora oggi orbitano attorno ai principali centri gravitazionali di questo universo variopinto.
https://www.youtube.com/watch?v=P4kAL4OJH9M
Tocchiamo allora questo esordio davvero straordinario e ricchissimo, da cui è partita l’epopea nello spazio. Il disco The Galilean Satellites è eccezionale già per la forma: una band all’epoca ancora freschissima lega sotto un unico titolo due storie parallele, una fatta di masse solide di metal eruttivo e una dai contorni più delicati di un ambient perfetto, su due CD da un’ora ciascuno. Un’esperienza davvero fuori dal comune, che svela praticamente tutto l’arsenale accumulato dal gruppo dalla sua nascita nel 2003 in poi, e ti si riversa nelle orecchie su due supporti fisicamente separati che, nella loro diversità, riflettono l’anima di quattro uomini e di un unico grande mondo metal carico di emozioni. I Rosetta decidono di allungare la mano verso le stelle come solo gli eroi epici degli annali musicali hanno osato sognare, e realizzare, dopo parecchio tempo di convivenza. Il viaggio parte con l’irradiazione cosmica primordiale, otto minuti, del brano Départe, che ti lancia in sfere di bombardamento catartico con isotopi altamente radioattivi di perfezione musicale. Sul CD c’è scritto: “These songs are about a space man” e tra le righe si specchia sincero il riflesso di una fascinazione totale per l’astronomia; il cammino attraverso le distese cosmiche, del resto, procede lento. Il ritmo del basso grasso e sognante di David Grossman si incolla alle distorsioni sporche di riverbero del mago della produzione della band, il chitarrista Matthew Weed. La prestazione di altissimo livello è completata da un feeling davvero eccezionale e organico per le pelli e l’acciaio dei piatti, che il batterista Bruce McMurtrie Jr. sprigiona in modo quasi jazzistico, mentre la ciliegina sulla torta di questa esperienza colossale la mette il carismatico cantante Michael Armine, che usa le corde vocali come uno strumento per dipingere con sensualità spessi strati di suono. “Across the forever night, / take me to see her, / the monolith, / that knows the tales, / dwelling inside man, / telling of the names,/ dwelling inside me” canta il brano d’apertura, per farci avvicinare, durante il volo in orbita, alla sesta luna di Giove, la magnifica Europa. “Finally I’m coming home / The satellites they guide me, / around your moon, / they take me in, / and I’m shouting out. / They take me in, / and onto your shores. / They take me there, / and I’m crying out. / Crying out to satellites to take me. / Cry and I’ll be saved – no way out.”
https://www.youtube.com/watch?v=YkzDCNivHh4
Tocchi di gelo cosmico e bip elettronici tendono la tela vuota del brano Absent sul cielo scuro della notte, mentre i Rosetta con mano ferma scrivono nuove righe della storia di un uomo scontento del mondo che lo circonda, in cerca del suo luogo di pace lontano dalla gente. Così facendo si lascia alle spalle anche tante cose, senza le quali resta molto più svuotato e privo di senso interiore. I Rosetta lo raccontano nel modo più naturale per i progsters, ma in una struttura piuttosto matematica soffiano una ruvidezza primordiale e la componente artistica di un metal che ama la sperimentazione. In questa luce il racconto è pieno sul piano concettuale e impeccabile su quello musicale, e i Rosetta portano avanti il loro singolare intellettualismo senza grandi deviazioni. “Europa, / set my sails, / on your oceans of ice tonight” è il momento di svolta interiore all’interno del brano Itinérant, perché il viandante cerchi la sua strada verso la patria perduta da tempo. Au Pays Natal chiude la prima parte del viaggio con un amaro senso statico di malinconia e delusione. L’orbita della discesa ideale è persa, e con essa anche il sogno di un mondo nuovo, più bello e magnifico, lontano dalle preoccupazioni terrene. “Look to the sky for Mary. / Bleed up to the light. / Shell of a man forgotten, / his human form at last, / shell of man, / forgotten human form. / Your dream died today …” ti invita a rassegnarti e ad abbandonare la speranza nei manufatti di un rinascimento forzato. La prima parte è piena di esplosioni e di tuoni atmosferici di brutalità sensuale, dove si nasconde un equilibrio perfetto tra uno strappo apparentemente caotico e una pace e una quiete totali. L’insieme, apparentemente perfetto, ha però ancora spazio per qualche ritocco.
L’inizio più sensuale della seconda parte del viaggio è come varcare una linea di confine e travasare il corpo, un tempo solido e indistruttibile, in una forma più morbida, fino a diventare completamente devoti al metafisico. Il corpo fluttua e il tempo scorre in modo drone, colossalmente lento. Daneb è la prima nebulosa a salutarci in un volo del tutto strumentale, lontano da casa, nel grembo gelido di un universo mistico. L’ispirazione che i Rosetta hanno trovato nell’astronomia si sposta dalla nostra galassia di casa e dalla danza interplanetaria alla sfera delle stelle d’alta quota, e i titoli dei brani sono davvero i nomi di queste masse di gas e di luci lontane in un cielo che conosciamo poco. Dopo Daneb pulsa Capella, la sesta stella più luminosa del cielo notturno e, dopo Arcturus e Vega, la terza più luminosa dell’emisfero celeste boreale. Poi i Rosetta ci portano alla costellazione dell’Aquila e alla stella Beta Aquilae, per arrivare alla nana rossa che con sinistra minaccia satanica mostra i suoi contorni nel brano Ross 128. Lo straordinario viaggio in un cielo poco conosciuto, e soprattutto così freddo, estraneo e svuotato, si chiude nel cuore stesso del centro della nostra galassia. Il brano Sol è in effetti un singolare omaggio musicale alla fonte di luce della nostra vita, qui e ora. Eruzioni di tempeste solari e lingue di fuoco di una superficie inquieta si chiudono alla perfezione, con la statica, in un tutto compiuto. Dopo la fuga fallita dal mondo a cui era destinato, il fuggiasco di questo primo viaggio musicale è bruciato in volo verso la superficie incandescente della stella a noi più vicina. E ora arriva la rivelazione: pur essendo così diversi, i due dischi hanno un punto in comune. I Rosetta ve li hanno serviti entrambi insieme perché li ascoltiate simultaneamente, e il modo incredibile in cui una parte dello spettro sonoro si nasconde nell’altra serve alla riproduzione contemporanea e alla fusione complementare del suono. Geniale!
Il concetto in sé è tale da farti franare il terreno sotto i piedi e cullarti in un’estasi totale, per la quale non potrai che ammettere che i Rosetta sono molto più di una delle infinite band di un genere nato a tavolino. I Rosetta sono i capostipiti e l’élite di questo mondo musicale, e come vero fattore di eccellenza va sottolineato un artismo davvero ispirato e un intellettualismo che spumeggia di pensieri ed emozioni. The Galilean Satellites ha una tale dose di eccezionalità unica e succosa che dopo l’ascolto faticherai a lungo a riprenderti, o per dirla in altro modo: se in te c’è anche solo un po’ di anima curiosa che ama il metal, questa dose di brillantezza eclettica ti serve per definizione, è una necessità! I Rosetta ripagano l’impegno investito con orgasmi d’ascolto multipli, dopo i quali saprai bene cosa si prova ad avere il terzo occhio spalancato!
Formazione
Michael Armine – manipolazione del suono, voce
David Grossman – basso
Bruce McMurtrie Jr. – batteria
J. Matthew Weed – chitarra elettrica
Produzione
Matt Weed
Tracklist
CD 1:
1. Départe
2. Europa
3. Absent
4. Itinérant
5. Au Pays Natal
CD 2:
1. Deneb
2. Capella
3. Beta Aquilae
4. Ross 128
5. Sol