The King Of Metal

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Bayley, Blaze
Etichetta: Blaze Bayley Recordings
Uscita: 2012
Durata: 47:13
Voto: 2/5

Blaze Bayley: un nome che conosciamo bene, il nome che ha segnato il destino degli Iron Maiden tra il 1994 e il 1999 e che ha fatto il suo dovere infilandosi le gigantesche scarpe di Dickinson durante la sua assenza, con spirito testardo e infuocato. Dopo aver lanciato la carriera solista, prima come band Blaze e dal 2007 in poi come Blaze Bayley Band (lo stesso anno in cui si sono riuniti anche i Wolfsbane, la sua band madre), abbiamo assistito a una serie di ottimi album in studio. In quei dischi Blaze Bayley ha dimostrato di essere un musicista di grande talento, che aveva decifrato fino in fondo la formula magica dell’heavy metal. Possiamo dire che Blaze Bayley, come Blaze o come Blaze Bayley Band, è migliorato disco dopo disco, con il culmine rappresentato proprio dai due album più recenti prima di questo, »The Man Who Would Not Die« del 2008 e »Promise And Terror« uscito nel 2010. Una gran parte della qualità e della forza di convinzione di questi dischi va ai musicisti eccellenti che hanno collaborato con Bayley.

Nel 2011 il nostro ha deciso di sciogliere la band e ha annunciato che da lì in poi avrebbe lavorato solo con musicisti di studio selezionati per registrare nuova musica, oltre a musicisti scelti per accompagnarlo in tour. È arrivata così la prima risposta. Blaze Bayley ha cominciato a risparmiare, e durante l’attesa del nuovo album questo ha fatto germogliare il seme dello scetticismo. Si può dire che, nel caso di Blaze Bayley, sia successo addirittura per la prima volta dal 1999.

La fantastica chimica creativa del gruppo che ha registrato »Promise And Terror« e »The Man Who Would Not Die« è stata spezzata irrimediabilmente: per il nuovo album in studio Bayley ha messo insieme dei legionari stagionali. Per carità, non cattivi musicisti, ma piuttosto dei yes-men che prima di tutto eseguono gli ordini e i desideri del capo. »The King Of Metal« non può certo vantare l’ardore nell’interpretare in studio le idee che avevano i dischi precedenti. Anche come idee è un successore decisamente più modesto, e il buco non lo nasconde nemmeno la produzione, dove i riff di chitarra suonano soffocati, sottili e perciò assenti. Non sprigionano energia, e il vero buco si spalanca per la prima volta nel pre-ritornello della seconda canzone, Dimebag. In Fate lo spazio tra il riff sottile e il rullante resta del tutto inutilizzato, cosa che non nasconde nemmeno il passaggio alle armonie di chitarra in terze.

Su questo album Bayley si è concesso anche una bella dose di sperimentazione, che di certo non fa crescere l’eredità del suo personaggio ben scolpito e del suo catalogo passato. Lo segnala già la title track d’apertura, che pure lancia il disco con un promettente riff thrash in testa, ma che perde il carisma iniziale e la carica giusta in soluzioni di ritornello senza anima. Bayley si rifugia persino in effetti di distorsione sulla voce (The Rainbow Fades To Black è un altro di questi momenti). Dimebag è un omaggio davvero patetico al grande maestro della chitarra dei Pantera, che resta lì fermo come una lisca in gola. The Black Country tiene l’album in un tempo intorpidito e viene il timore che il nuovo prodotto, fino all’ultimo minuto, non si schiodi proprio da lì. E stavolta, purtroppo, è la verità. The Rainbow Fades To Black è una passeggiata sulle orme di dinosauro dell’eredità di Ronnie James Dia, che continua a mantenere il disco su una tiepidezza costante.

Il passo falso più grosso del disco, però, sono le due ballad. In One More Step Bayley si mette alla prova solo con l’accompagnamento del pianoforte. Heavy metal, pianoforte e Blaze Bayley? Non vanno insieme. Proprio in questi punti emerge il difetto della voce di Bayley, per cui i fan degli Iron Maiden non l’hanno mai visto davvero come un cantante adatto a lungo termine nella band. La sua voce cupa, sorda, dall’intonazione vuota e scura funziona bene nel dettare i versi sopra una spessa e ruvida sbavatura di riff. In produzione deve restare affondata nel cuscino dei riff. E nelle ballad One More Step e nella conclusiva Beginning (qui la sua voce è accompagnata solo da una chitarra acustica) si sente che la voce ha un volume che oscilla tantissimo! Dove Bayley lascia andare il canto in falsetto, la forza gli viene meno a ondate, finché non chiude con un goffo raschiare di singoli versi. E questo arriva al punto di portare a un canto involontariamente dissonante. Fastidioso come il diavolo in persona e un clamoroso passo falso dell’album, che di fatto stende fino all’estremo l’intero lavoro.

Fighter ha più bombastica di tutto il disco. È il pezzo più lungo dell’album. Già l’intro è da inno, suonato in stile »verdiano«! Il motivo d’apertura è riuscito e si sente che, in studio con Bayley, stavolta c’erano per lo più musicisti italiani. Più avanti, nella parte strumentale centrale, Fighter si sviluppa in modo molto riuscito e si apre in un bel paesaggio drammatico. Una bella parte centrale strumentale, epica, di cui i precedenti album di Bayley erano pienissimi. È una cosa che Bayley ha imparato benissimo quando era negli Iron Maiden. Eppure la canzone, nel suo insieme, non ti entra proprio sotto la pelle. Le chitarre in produzione sono semplicemente troppo sottili e quindi nelle frasi chitarristiche suonano prive di vissuto. C’è poi un’altra patetica morbosità simile a Dimebag, intitolata Judge Me, dove l’ascoltatore non riceve nulla di più dei lamenti sperimentali, e più che irritanti, di Bayley. Un po’ di speranza la riporta il galoppo d’apertura di Difficult, ma poi a metà arriva il test di Bayley nei panni del tenore d’opera a tagliarla. Davvero, un album che non cammina proprio. Un album di grigiore e mediocrità assoluti.

Oltre ad alcune scelte sfortunate negli arrangiamenti, che impediscono al disco di brillare con la giusta voltaggio furioso e la dinamica metal di un pieno flusso energetico, il principale colpevole della mediocrità del prodotto è Bayley che gira le manopole in studio, visto che stavolta si è messo di persona nel ruolo di produttore. Le chitarre sono davvero prodotte male e praticamente non sputano fuori nulla; il vero difetto si vede nelle armonie in terze, dove  il rullante, attraverso il vuoto inutilizzato del suono tra batteria e chitarre, letteralmente buca lo strato sonoro delle chitarre. Che, come detto, stavolta è decisamente troppo sottile.

»The King Of Metal« è un album che non entusiasma. È un seguito nella media della carriera di Bayley, con un budget basso e un raccolto altrettanto magro (purtroppo). Se Bayley continuerà così, può succedere che con i prossimi lavori in studio creati nella maniera di »The King Of Metal« sprechi tutta la credibilità conquistata con tanta fatica. Speriamo di no. »The King Of Metal« è un album che se salti non ti perdi niente. Per giunta ha pure un titolo del tutto sfortunato,  ed è sicuramente il “The King Kong Of Metal” della discografia di Bayley. Lo compreranno solo quelli per cui la nostalgia arriva davvero in fondo al cuore.

Formazione

Blaze Bayley – voce
Andy Neri – chitarra
Thomas Zwijsen – chitarra
Lehmann – basso
Claudio Trinncanti – batteria

Produzione

Blaze Bayley

Tracklist

1. The King Of Metal
2. Dimebag
3. The Black Country
4. The Rainbow Fades To Black
5. Fate
6. One More Step
7. Fighter
8. Judge Me
9. Difficult
10. Beginning

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