The Lumineers
Artista: Lumineers, The
Etichetta: Dualtone
Uscita: 2012
Durata: 42:19
Voto: 4/5
Le mode che le mani senza pietà delle corporation fanno lievitare sono una cosa curiosa. Pesti la polvere come ai tempi del proibizionismo degli anni Trenta del secolo scorso, ti dai il tempo battendo le mani e canti il pezzo tradizionale più consumato del primo convoglio di coloni, quelli che cancellavano la vecchia storia indiana per disegnarne una nuova…. Esatto! La moda è bussare al cuore nazionale delle masse. Se sul suolo della Gran Bretagna può scorrazzare col suo cuore sanguinante Marcus Mumford, bisogna trovare una risposta adeguata anche oltre l’Atlantico, anche se un Mumford basta e avanza.
Americana e tradizione »back to the roots«. The Lumineers – una specie di anello di congiunzione che ha fuso indie e folk – ci sanno fare parecchio. Anzi, sono davvero sinceri in quello che fanno. Con l’esordio suonano molto più ingenui, vulnerabili, genuini del terzo album lucidato a specchio dei Mumford And Sons. Certo, anche Mumford e compagnia con il loro esordio erano altrettanto ingenui e vulnerabili. The Lumineers fanno le cose »all’americana«. Un mix di country, blues, Americana, tutto suonato con strumenti tradizionali, con la voce piazzata al centro, dilaniata da tutto il dolore possibile. Nei versi c’è un sacco di rifugio nei bei ricordi di una giovinezza spensierata, un sacco di confessioni d’amore sanguinanti e, non ultimo, di predicazione che attinge ai canti spirituali gospel, come nel brano Dead Sea.
Ritmi da polka (Stubborn Love), colpi secchi – marce militari di tamburo, o semplicemente battimani (Submarines, Ho Hey). Scegli tu. Ritmi davvero nudi e costruiti alla buona, più primordiali di così non si può, quando fai l’occhiolino alle radici della musica popolare tradizionale americana. Mentre le chitarre dal suono acustico, con qualche accordo elementare, coprono la maggior parte dell’accompagnamento, alla voce in dialogo si uniscono più spesso violino o violoncello o banjo (Flapper Girl, Charlie Boy). Il brano Ho Hey, diventato un grande successo fino a oggi e che ha aiutato The Lumineers a scalare vette altissime già con l’esordio, è un esempio di formula vincente. Se mi permetti un pizzico di cattiveria, immagina di andare a un concerto dei The Lumineers e di assistere a come il cantante Wesley Keith Schultz, con lo stile di un pastore dall’anima in pace, divide la folla in destra e sinistra. A sinistra è »Ho« e a destra è »Hey« Probabilmente non vedi l’ora di diventare »Ho« o »Hey«.
Ma torniamo a Ho e Hey con un tono un po’ più serio. Il brano è infatti molto bello. Si sente che la band l’ha messo insieme senza pretese, senza alcun piano di farne mai un hit. I richiami alternati della folla, »Ho« da sinistra e »Hey« da destra, nel ritornello si incastrano splendidamente e sono in pratica l’essenza dell’effetto pieno del messaggio del pezzo. Proprio questo brano funziona da spartiacque nel disco, perché da lì in poi diventa ancora più ricco e contagioso nel messaggio. I tre brani successivi, Slow It Down, Stubborn Love, Big Parade, sono esempi di straordinaria messa in risalto del temperamento emotivo nell’interpretazione del cantante Wesley Keith Schultz, che emana la grandezza dell’autenticità con una storia carica di dolore, ma che dall’altro lato abbraccia anche uno sguardo ottimista verso il futuro.
A favore della natura genuina di Ho Hey, poi diventato un grande hit, depone anche il fatto che gli altri brani stanno sullo stesso livello creativo. I favoriti dovrai sceglierli da solo. Significa che la band ha davvero travasato un sincero amore per la musica nei pezzi del disco. E il timbro genuino e naturale del prodotto non può certo nasconderlo. In ogni caso questo album sarà interessante sia per tutti gli amanti di Bob Dylan da una parte, sia per gli amanti del »blue grass« dall’altra.
Il bussare ai sentimenti dei cittadini USA emerge anche nei brani Charlie Boy e Flapper Girl, dove i versi toccano la figura di J.F. Kennedy, in Flapper Girl addirittura il suo ultimo giro su una grande Cadillac. Da qualche parte all’inizio della recensione è comparsa la parola »rock«. Di rock non se ne trova molto, ma la chitarra tira fuori qualche decibel elettrico in più nella conclusiva Morning Song, esempio lampante di come l’attitudine indie si fonda con le radici folk dell’America. Arcade Fire? Ah niente, niente,… è stato solo un lampo eh, he, he,…
The Lumineers sono dunque il prossimo candidato a band di supporto nel nuovo tour di Bob Dylan. In realtà a lanciare il gruppo verso il grande salto sono stati i vari passaggi radiofonici di Ho Hey su una delle più grandi emittenti di Seattle. La band aveva firmato con la piccola etichetta indipendente Dualtone, ma quando poi la distribuzione dell’esordio per tutto il mondo l’ha presa Decca Records, sai che ore sono.
Speriamo che The Lumineers mantengano il più a lungo possibile la genuinità dell’esordio e la travasino nei lavori futuri. Di sicuro hanno avuto una gran fortuna nello sfondamento verso la cima del mainstream mondiale. Una cosa è cavalcare le mode delle grandi etichette, un’altra è che si siano semplicemente ritrovati con il brano Ho Hey »a portata di mano«. Negli USA pullulano infatti band da club simili, che scavano nelle radici della tradizione folk americana. Anche molte più brave e interessanti dei The Lumineers. Ma il destino ha scelto loro. E »The Lumineers« è un bellissimo disco. Proprio per la sua sincerità e la grande postura autentica! Che non si annacqui, dunque.
Formazione
Wesley Keith Schultz – voce, chitarra
Jeremiah Caleb Fraites – batteria, percussioni, mandolino, cori
Neyla Pekarek – violoncello, mandolino, piano, cori
MUSICISTI OSPITI:
Stelth Ulvang – piano, fisarmonica, mandolino, cori
Ben Wahamaki – basso
Lauren Jacobson – violino
Adam Trachsel – contrabbasso, basso elettrico
Maxwell Hughes – chitarra “fingerstyle”
Produzione
Ryan Hadlock
Tracklist
1. Flowers In You Hair
2. Classy Girls
3. Submarines
4. Dead Sea
5. Ho Hey
6. Slow It Down
7. Stubborn Love
8. Big Parade
9. Charlie Boy
10. Flapper Girl
11. Morning Song