The Purple Album
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Whitesnake
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2015
Durata: 65:58
Voto: 4/5
Di recente David Coverdale ha avuto l’idea di dedicare un album ai Deep Purple. L’idea non è affatto campata per aria. In pratica la band allunga la pausa creativa dal songwriting e si butta in una divertente rilettura di classici del rock. Allo stesso tempo, non è un dettaglio da poco che con questo disco Coverdale lo dedichi anche a se stesso, visto che è stato parte della formazione dei Deep Purple. E le cover pescano da tutti e tre gli album su cui Coverdale ha cantato con i Deep Purple. Né più, né meno.
Gli uccellini sui tetti cinguettano che da anni Coverdale non riesce più a raggiungere la magia vocale di un tempo. Va messo in conto. Purtroppo la sua voce è consumata e logora. Ma il buon vecchio non se ne preoccupa minimamente. È una volpe astuta e in studio sa ancora mascherare con grande abilità queste grane. L’album l’hanno registrato i Whitesnake con una line-up leggermente cambiata rispetto a »Forevermore« (2011). Al posto del chitarrista Doug Aldrich c’è Joel Hoekstra, che è arrivato nella squadra dalle file dei veterani west coast/AOR Night Ranger.
Il materiale scoppia di muscoli tesi. È un album di Deep Purple »metallizzati«, secondo la filosofia musicale di Coverdale, che coltiva più o meno dai tempi di »Good To Be Bad« in poi. La voce di Coverdale è spesso opportunamente »affondata« nel rifugio sicuro dei cori armonizzati, e in diversi punti certe linee vocali sono sostituite da linee suonate dalle chitarre. Le linee che nell’originale canta Glenn Hughes hanno trovato qui un sostituto abilissimo, e con ogni probabilità a riprenderle in modo così magistrale è stato proprio il bassista Michael Devin, che non ha mai nascosto i suoi grandi talenti da cantante. Gli assoli di chitarra sono suonati volutamente in modo diverso rispetto agli originali di Blackmore. Ed è un bene per più di un motivo. Già solo il fatto che Beach e Hoekstra »soleggino« da se stessi, cioè mettano negli assoli il proprio marchio, è fondamentale. D’altra parte, nessuno in tutta la galassia può rimproverare ai Whitesnake la »figuraccia« di inseguire gli originali di Blackmore, perché qui non c’è. I Whitesnake hanno preso la »deviazione della semplificazione intelligente«. Probabilmente Coverdale sapeva fin dall’inizio che con certe imprese ci si può rompere tutti i denti. Prima di tutto, non esiste eroe sul pianeta capace di produrre un suono anche solo vicino al celebre gemito dello Stratocaster di Blackmore, e ancora meno un tizio dal tocco magico che possa avvicinarsi anche di un palmo alle interpretazioni soliste uniche dell’»uomo in nero«. I Whitesnake l’hanno evitato in modo magistrale e su questo non c’è proprio nulla da rimproverargli. Hoekstra e Beach sono due macchine da chitarra fantastiche. Con il loro gioco ammaliano ogni amante di virtuosismi e acrobazie chitarristiche inimmaginabili, che nei passaggi strumentali centrali sembrano non finire mai. Allo stesso modo la band non ha osato »frugare« nel suono Hammond unico di Jon Lord, il che va contato come un’altra mossa molto ponderata e furba dei Whitesnake nella semplificazione degli arrangiamenti, che ha seguito due assiomi: »Copia i dettagli, ma adattandoli« ovvero »copia in modo rigoroso solo i motivi portanti dei brani«.
La maggior parte dei pezzi ha subito anche un bel riarrangiamento. Ci sono tanti arrangiamenti aggiunti ex novo che negli originali non esistono (te ne accorgi subito con You Fool No One), alcune cose sono accorciate, altre tolte, altre aggiunte. Ed è un’ottima cosa, perché i ragazzi in fase di registrazione si sono concessi una bella dose di creatività, e la rinfrescata sta in piedi in modo del tutto credibile, perché emana la visione musicale di Coverdale, dietro cui c’è il nome Whitesnake nella sua nuova fase. Quanto alla voce di Coverdale, mostra le sue debolezze già nell’opener Burn, ma poi viene mascherata con grande abilità dagli elementi già citati in uno dei paragrafi qui sopra di questa recensione.
»The Purple Album« è stato per Coverdale e soci una lunga serie di grandi divertimenti in studio. Visto che la band non era sotto pressione per trovare ispirazione creativa, dato che non stava scrivendo materiale nuovo, questo disco è nato in un’atmosfera rilassatissima e tranquilla. E si sente. I Whitesnake se la sono cavata con classe con un boccone all’apparenza indigesto. Hanno semplificato le cose con testa, adattato gli arrangiamenti, tanto da regalarci perfino qualche novità creativa che rinfresca. Insomma, una raccolta di pezzi dei Deep Purple a tutta manetta, anzi proprio »metallizzata«, con l’impronta autentica dell’ essenza musicale dei Whitesnake dei tempi nuovi.
Formazione
David Coverdale – voce
Reb Beach
Joel Hoekstra – chitarre
Michael Devin – basso
Tommy Aldridge – batteria
Produzione
David Coverdale
Tracklist
1. Burn
2. You Fool No One (interpolating Itchy Fingers)
3. Love Child
4. Sail Away
5. The Gypsy
6. Lady Double Dealer
7. Mistreated
8. Holy Man
9. Might Just Take Your Life
10. You Keep On Moving
11. Soldier Of Fortune
12. Lay Down Stay Down
13. Stormbringer