The Quiet Zone/The Pleasure Dome

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: Charisma Records
Uscita: 1977
Durata: 54:02
Voto: 4.5/5

Alla fine degli anni Settanta, quando accesso e circolazione delle informazioni erano molto meno rapidi di oggi, non era per niente strano che tanti appassionati di musica rimanessero di sasso quando il loro artista preferito sganciava un nuovo disco senza il minimo preavviso, soprattutto se succedeva proprio quando tutti erano convinti che la band avesse ormai appeso gli strumenti al chiodo. Una sorpresa del genere l’hanno vissuta parecchi fan dei giganti del progrock Van Der Graaf Generator. Alla fine del 1976, dopo l’uscita del magnifico album »World Record« e l’addio dell’organista Hugh Banton, che segnava la fine (temporanea) della loro formazione classica, in tanti pensavano che la storia di una delle band rock più visionarie del secolo scorso fosse chiusa per sempre.

I membri dei Van Der Graaf Generator, però, non hanno certo ‘gettato la spugna’: sotto il nome abbreviato ‘Van Der Graaf’ si sono messi a scrivere musica nuova. Al posto di Banton è arrivato il violinista Graham Smith (ex-String Driven Thing), che con i suoi arrangiamenti d’archi ferocissimi ha regalato a questi eterni sperimentatori un’altra evoluzione sonora più che interessante. Allo stesso tempo è tornato in squadra un ‘vecchio amico’, il bassista (purtroppo scomparso) Nic Potter, che come membro dei VDGG aveva lasciato il segno per l’ultima volta su »H To He, Who Am The Only One« (1970). Con le sue linee di basso piene di temperamento ha sostituito più che dignitosamente il contributo abituale dei pedali di Banton. Potter e Smith sono stati chiamati nella band dal capo ufficioso dei VDGG, il cantante/compositore principale/chitarrista di culto Peter Hammill, dopo che entrambi si erano fatti valere sul suo album solista »Over« (1977).

All’inizio della gestazione del nuovo materiale, che alla fine ha preso forma nell’album in studio »The Quiet Zone/The Pleasure Dome«, c’era anche il carismatico fiatista David Jackson, ma si è accorto presto che senza Banton, con i suoi sassofoni e il suo flauto, non riusciva proprio a incastrarsi nel collage sonoro cambiato. L’addio inatteso di Jackson è stato un brutto colpo per Hammill, Potter, Smith e il possente batterista Guy Evans, ma allo stesso tempo ha permesso ai Van Der Graaf di spingersi in territori sonori mai esplorati prima. »The Quiet Zone/The Pleasure Dome«, che contiene anche i primi germi della new wave, era stilisticamente più vicino ad alcuni lavori solisti di Hammill di quel periodo: brani più compatti e diretti del solito, ma dominati da quella botta senza compromessi a cui i VDGG sono sempre stati legati a doppio filo.

Si potrebbe dire che, rispetto alla maggior parte dei loro lavori precedenti, molto più imprevedibili, caotici, cupi e intrisi di improvvisazione, »The Quiet Zone/The Pleasure Dome« sia quasi un disco mezzo pop, ma sarebbe un po’ ingiusto, perché la riconoscibile essenza ‘post-apocalittica’ dei VDGG è ancora tutta lì. Il tonante Hammill, mentre canta le sue visioni futuristiche, non è meno furioso con un’umanità condannata, e con la sua chitarra elettrica sempre vivace sostituisce abbastanza bene i fiati di Jackson.

Se la sono cavata bene anche gli altri tre compagni di avventura, e questo vale soprattutto per il violino di Smith, che su questo album rimpiazza egregiamente gli insostituibili capolavori d’organo di Banton. I testi di Hammill, come al solito, sono imbottiti di visioni futuristiche di un ‘mondo nuovo e meraviglioso’ dominato da alienazione, disumanizzazione, avidità e apatia. È quasi incredibile come questo artista visionario abbia saputo vedere com’è il nostro mondo oggi, con trent’anni di anticipo, e lo butta in faccia mentre canta in modo davvero spietato.

L’album si apre con la energica »Lizard Play«, piena di chitarra acustica, stampede di batteria dal sapore jazz e passaggi di violino giocosi, mentre Peter ti conquista con il suo camaleontismo vocale inconfondibile. »The Habit Of The Broken Heart« sfoggia un’improvvisazione tagliente tra chitarra e violino, con un arrangiamento sullo sfondo relativamente sottile: il giusto mix tra sperimentazione sfrenata e accessibilità melodica. »The Siren Song« e »Last Frame«, dove la voce malinconica di Peter è accompagnata da arrangiamenti struggenti di pianoforte e di violino rispettivamente, sono due pezzi piuttosto introspettivi ma comunque carichissimi di energia, e ricordano un po’ certi lavori solisti di Hammill di quel periodo.

La splendida ballata »The Wave« poggia su arrangiamenti sinfonici sottili, mentre Hammill dà prova di un approccio vocale ‘angelico’ che riempie alla perfezione l’atmosfera misteriosa. La bombastica ed epica fusione »Cat’s Eye/Yellow Fever (Running)« è senza dubbio uno dei vertici del disco: qui i titani post-apocalittici sparano con tutti i cannoni, soprattutto con le acrobazie di violino di Smith, che si fondono benissimo con le chitarre nervose e i fill di batteria battaglieri. Il maestro Hammill, che qui scende dritto nel cuore dell’inferno, ‘sbrocca di rabbia’ ancora una volta: nel bel mezzo dell’apocalisse generale ne ha fin sopra i capelli di imbonitori religiosi d’ogni risma.

»The Sphinx in the Face«, brano più compatto, ha un pulsare ritmico insolito, un po’ funky, il sassofono di Jackson e le improvvisazioni di basso di Potter, da applausi. La futuristica minestra »Chemical World« è una creatura molto più caotica e imprevedibile, con una serie di voli improvvisati, mentre il maestro Hammill, tra l’ondeggiare di tanti suoni grotteschi, si diverte anche con il vocoder. »The Sphinx Returns«, breve chiusura dell’album, contiene il motivo drammatico di »The Sphinx in the Face« in un arrangiamento leggermente rivisto.

Un’attenzione particolare, nella ristampa dell’album del 2005, meritano anche le tre bonus track. La prima, »Door«, è una composizione bella tosta, con tanti passaggi di chitarra nervosi e strani effetti sonori su cui comanda trionfante il tonante cantante infuriato. Lo strumentale malinconico »Ship of Fools«, uscito come lato B del singolo »Cat’s Eye«, ha un arrangiamento sinfonico bellissimo, mentre la versione demo di »The Wave« ha un suono molto più sporco, quasi ‘punkeggiante’, che rende la rabbia vocale di Hammill ancora più minacciosa.

Nel 1977 i Van Der Graaf funzionavano senza due dei loro quattro ‘generatori’ chiave, eppure avevano ancora energia da vendere: con »The Quiet Zone/The Pleasure Dome« hanno piazzato un altro grande colpo, diverso dai loro capolavori passati in modo positivo e innovativo. Nel 1977 i Van Der Graaf sono partiti in tour, e in seguito li ha accompagnati anche il violoncellista Charles Dickie come membro ospite dal vivo. Nel 1978 David Jackson è tornato nella band, con sorpresa generale, e ha suonato con loro nei due concerti (conclusivi) al prestigioso Marquee di Londra. Quelle due serate sono state immortalate nel doppio album dal vivo »Vital« (1978), il canto del cigno dell’incarnazione Van Der Graaf di questa leggendaria band. Dopo il 1978 Hammill si è dedicato alla carriera solista, con l’aiuto saltuario dei suoi (ex) compagni dei VDGG, soprattutto Evans, Jackson e Potter. I fan dei VDGG hanno dovuto aspettare fino al 2005, quando la formazione classica è finalmente tornata con il nuovo album in studio »Present«.

Formazione

Peter Hammill – voce, chitarra e pianoforte
Guy Evans – batteria e percussioni
Nic Potter – basso
Graham Smith – violino
David Jackson – sassofono su “The Sphinx in the Face” e “The Sphinx Returns”

Produzione

Peter Hammill

Tracklist

1. Lizard Play (4:29)
2. The Habit of the Broken Heart (4:40)
3. The Siren Song (6:05)
4. Last Frame (6:15)
5. The Wave (3:15)
6. Cat’s Eye / Yellow Fever (Running) (5:21)
7. The Sphinx in the Face (5:59)
8. Chemical World (6:12)
9. The Sphinx Returns (1:18)

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